L'Italia dei miracoli

Il pil che cresce più di quello americano e inglese, i numeri sulla competitività, i tanti boom di cui essere orgogliosi. Ritratto di un paese che non vogliamo vedere e che per rialzarsi dalla crisi non si affida più solo alle scarpe e al buon cibo. Antidoti utili contro i professionisti del malumore

L'Italia dei miracoli

Che cosa hanno in comune prodotti come i grandi torni verticali e gli intrecci in pelle? E le macchine per imballaggio e i banconi frigoriferi per i supermercati? O il valvolame, i mobili e la moda? Sono beni in cui l’Italia eccelle nel mondo, senza dimenticare il cibo, i vini e gli yacht. Con la nostra farmaceutica che sta crescendo in modo impetuoso e insidia ormai alla Germania il primato produttivo europeo. Tutti settori e beni dietro i quali vi sono storie, soltanto in minima parte conosciute, di imprenditori tenaci e innovativi. Sono loro che stanno contribuendo in modo decisivo alla ripresa economica dell’Italia dopo la lunga crisi 2009-2013. Traendo anche vantaggio dalle misure di politica economica e fiscali varate a sostegno di occupazione, consumi, investimenti ed export.

 

Il pil italiano è cresciuto congiunturalmente a un tasso annualizzato dell’1,8 per cento nel primo trimestre 2017, come quello francese, più dei pil di Usa, Regno Unito e Giappone. Soltanto Canada e Germania hanno fatto meglio tra i paesi del G7. Le previsioni di Markit per il secondo trimestre di quest’anno indicano una espansione annualizzata del nostro prodotto che potrebbe arrivare al 2 per cento. Intanto gli occupati sono aumentati di oltre 850 mila durante gli ultimi tre anni e il debito/pil è finalmente prossimo a scendere dopo 10 anni ininterrotti di crescita. Non c’è da esaltarsi. Ma abbastanza per essere un po’ più fiduciosi nel nostro futuro sì. Vi proponiamo oggi un viaggio nei numeri strutturali e in accelerazione dell’economia reale che stanno permettendo questo piccolo miracolo congiunturale.

 

Secondi nel Trade Performance Index

Nel 2015, in base a una graduatoria molto importante ma quasi del tutto sconosciuta nel nostro paese, compilata dall’International Trade Centre (Itc) di Ginevra, l’Italia si è aggiudicata il secondo miglior numero di piazzamenti per competitività nel commercio mondiale subito dopo la Germania. Un secondo posto assoluto significativo, che scaturisce non soltanto da vari primi posti occupati dal nostro paese nell’ambito dei prodotti tradizionali della moda ma anche da diversi altri posizionamenti di eccellenza che l’Italia ha conquistato a poco a poco in settori dove la Germania è da sempre il benchmark mondiale di riferimento per tecnologia e innovazione. Tra queste nuove specializzazioni dell’industria italiana troviamo numerose produzioni della meccanica e dei mezzi di trasporto. Una ulteriore prova che il made in Italy ormai è un fenomeno molto più complesso e variegato rispetto al consueto stereotipo che ci vede produttori prevalentemente di abiti, scarpe e cibo, che pure restano dei pilastri della nostra economia.

 

L’Itc è una agenzia congiunta di Unctad e Wto. Da alcuni anni esamina con un modello sofisticato le performance competitive dei paesi del mondo in 14 settori del commercio internazionale, di cui due rappresentati da materie prime (minerali energetici e non energetici e prodotti alimentari freschi) e 12 costituiti da diverse tipologie di manufatti. I posizionamenti competitivi di ciascun paese originano da 5 sotto-indici misurati per ogni settore e paese: la quota di mercato mondiale nell’export; la bilancia commerciale; l’export pro capite; il grado di differenziazione dei prodotti all’interno dei 14 macrosettori; il grado di differenziazione dei mercati.

 

Nella classifica del Trade Performance Index (Tpi) 2015, come già negli ultimi anni, la Germania si è confermata leader assoluta a livello mondiale per competitività commerciale occupando ben otto prime posizioni (praticamente in tutti i settori manifatturieri esclusi quelli della moda e l’elettronica di consumo-telecomunicazioni), nonché occupando un terzo posto (nel tessile) e un quarto posto (nell’elettronica di consumo).

 

L’Italia, nonostante i suoi pessimi posizionamenti in tanti discutibili indici internazionali di competitività, è invece risultata secondo il Tpi la seconda nazione per migliori posizionamenti nelle diverse classifiche settoriali mondiali, con tre primi posti (tessile, abbigliamento, pelletteria-calzature), a cui si aggiungono tre secondi posti (manufatti di base, apparecchiature elettriche, meccanica non elettronica), due terzi posti (mezzi di trasporto e altri manufatti vari, categoria quest’ultima che include gioielleria, occhiali, articoli in materie plastiche) e un quinto posto (alimentari trasformati).

 

Seguono, molto staccate da Germania e Italia per numero di migliori piazzamenti nel Trade Performance Index: la Cina, la Corea del Sud e il Giappone.

 

Il valore complessivo dell’export italiano nei nove settori di eccellenza del nostro paese evidenziati dal Trade Performance Index è stato nel 2015 di 341,8 miliardi di dollari, con una bilancia commerciale relativa a tali nove settori positiva per 123 miliardi di dollari.

 

Primi, secondi o terzi in più di 800 prodotti

Ma all’interno delle grandi categorie merceologiche quali sono i singoli prodotti in cui eccelliamo di più? Ci aiuta a capirlo un indice elaborato dalla Fondazione Edison costruito su 5.117 prodotti commercializzati internazionalmente per i quali sono disponibili statistiche per tutti i paesi.

 

Tale indice ha evidenziato che nel 2015 sono stati ben 844 i prodotti in cui l’Italia è risultata prima, seconda o terza al mondo per surplus commerciale con l’estero, per un valore complessivo di 161 miliardi di dollari. In particolare, l’Italia figura prima al mondo in 210 prodotti, per un controvalore di 51 miliardi di surplus con l’estero; seconda in 344 prodotti, per un controvalore di 68 miliardi; terza in 290 prodotti per un controvalore di 42 miliardi di dollari.

 

Tra i principali prodotti in cui l’Italia è leader assoluta per saldo commerciale troviamo nei top 10: borsette in pelle (con un surplus di 2,9 miliardi di dollari); macchine e apparecchi per impacchettare o imballare le merci (2,4); calzature con suola e tomaia di cuoio naturale (2,2); occhiali da sole (2,1); paste alimentari secche (1,8); barche e panfili da diporto o da sport, con motore entrobordo (1,6); cuoi a pieno fiore, anche spaccato preparati dopo la concia (1,6); farmaci in dosi (1,3); parti di macchine per imballaggio (1,2); parti di pompe per aria o per vuoto (1,2).

 

I primi 10 prodotti in cui l’Italia è seconda al mondo per surplus commerciale invece sono: rubinetteria e valvolame (con un attivo di 4,4 miliardi di dollari); vini di uve fresche in bottiglia (4,4); parti e accessori di trattori (3,0); parti di mobili diversi dai mobili per sedersi (1,8); lavori di ferro o acciaio (1,8); mobili di legno (1,7); piastrelle e lastre da pavimentazione o da rivestimento di ceramica (1,7); macchine e apparecchi per riempire, chiudere, tappare o etichettare bottiglie, scatole, sacchi o altri contenitori (1,3); conduttori elettrici (1,3); caffè torrefatto non decaffeinizzato (1,1).

 

Infine, i primi 10 prodotti in cui l’Italia è terza sono: minuterie e oggetti di gioielleria e loro parti (4,4 miliardi di attivo); piastrelle e lastre da pavimentazione o da rivestimento, verniciate o smaltate, di ceramica (2,3); macchine e apparecchi meccanici vari (1,9); calzature con suola esterna di gomma, di materia plastica, di cuoio naturale o ricostituito e tomaia di cuoio naturale (1,4); mobili per sedersi, con intelaiatura di legno, imbottiti (1,3); trattori (1,1); ingranaggi e ruote di frizione per macchine, alberi filettati a sfere o a rulli, riduttori, moltiplicatori e variatori di velocità, convertitori di coppia (1,1); parti di macchine e apparecchi meccanici (0,8); mobili di legno dei tipi utilizzati nelle cucine (0,8); uve fresche (0,7).

 
Sempre più meccanica e farmaceutica

L’osservatorio del Trade Performance Index Unctad-Wto e quello dell’indice delle eccellenze competitive della Fondazione Edison segnalano entrambi che negli ultimi 15-20 anni è avvenuta una significativa modernizzazione del nostro paese sotto il profilo della sua specializzazione produttiva internazionale. Da un lato, si è verificato un autentico exploit dell’industria meccanica e si sono registrati considerevoli progressi del comparto farmaceutico. Dall’altro lato, nei settori più tradizionali della moda e degli altri beni finali di consumo il nostro Paese ha mantenuto e rafforzato le produzioni a più elevato valore aggiunto, compensando così almeno in parte l’avanzamento dei Paesi emergenti nelle produzioni e nell’export di beni a più basso costo e di minore qualità.

 

La modernizzazione dell’industria italiana è resa evidente anche dalla dinamica delle “4 A” che rappresentano le quattro principali grandi aree di eccellenza manifatturiera del nostro Paese. Infatti, in base ai dati Istat, se nel 2001 il surplus commerciale con l’estero originato dall’Automazione-meccanica-gomma-plastica (47 miliardi di euro) era più o meno analogo a quello generato complessivamente dall’Abbigliamento-moda e dall’Arredo-casa (42 miliardi), nel 2016 esso appare ormai doppio rispetto a quelli dell’Abbigliamento-moda e dell’Arredo-casa considerati assieme. Confrontandolo con il 2001, l’attivo dell’Automazione-meccanica risulta infatti cresciuto di ben 32 miliardi, avendo raggiunto nel 2016 i 79 miliardi, mentre quello dei beni per la persona e la casa si è lievemente ridotto, assestandosi su 39 miliardi di euro, che salgono a 48 se si considera anche la terza “A”, quella degli Alimentari-vini. Nel 2016, pertanto, oltre il 60 per cento del surplus con l’estero delle “4 A”, pari in totale a 127 miliardi di euro, è stato generato dal comparto della Automazione-meccanica-gomma-plastica (la “A” di più recente sviluppo), senza con ciò negare l’importanza che i settori dei beni per la persona e la casa, unitamente al food&wine, continuano a rivestire nella bilancia commerciale italiana. In particolare, nel 2016 il surplus generato dall’Abbigliamento-moda è stato pari a 26 miliardi di euro; quello dell’Arredo-casa è stato pari a 13 miliardi; l’Alimentari-vini ha contribuito con un surplus di 9 miliardi di euro.

 

Nel complesso il surplus commerciale con l’estero di 127 miliardi di euro generato nel 2016 da tutti i prodotti riconducibili alle “4 A” è stato tale da compensare il deficit dei settori di minore specializzazione del nostro paese (47 miliardi) e di pagare la “bolletta energetica” (29 miliardi), consentendo inoltre alla bilancia commerciale italiana di chiudere con un attivo record di oltre 51 miliardi di euro.

 

Nuovo record storico del surplus commerciale
Nonostante uno scenario internazionale non particolarmente favorevole, a causa del rallentamento delle economie emergenti e delle tensioni tra la Ue e paesi come la Russia e la Turchia che sono nostri importanti mercati, nel triennio 2014-2016 le esportazioni italiane hanno conseguito progressi considerevoli rispetto al 2013. L’export totale durante tale periodo è cresciuto del 6,8 per cento in valore e la crescita ha riguardato praticamente tutti i settori principali, dall’agro-alimentare e i mezzi di trasporto (che hanno fatto registrare balzi significativi, +14,5 per cento e +27,6 per cento, rispettivamente) alla chimica e farmaceutica (rispettivamente +7,8 per cento e +8,8 per cento), dagli apparecchi elettronici, ottici e occhiali (+10,6 per cento) agli apparecchi elettrici (+8,5 per cento), dai mobili e altri manufatti (+12 per cento) al tessile-abbigliamento-pelli-calzature (+8,1 per cento) fino al fondamentale comparto delle macchine e degli apparecchi meccanici (+6,1 per cento). Solo la negativa dinamica dell’export di metalli e prodotti in metallo (-3,9 per cento), influenzata dagli eventi eccezionali che hanno riguardato l’Ilva, ha impedito all’export complessivo del made in Italy di realizzare un risultato persino migliore.

 

La bilancia commerciale italiana ha toccato nel 2016 un nuovo massimo storico del surplus con l’estero raggiungendo i 51,6 miliardi di euro. La bilancia commerciale dei soli prodotti industriali manufatti si è mantenuta positiva su livelli molto elevati, esprimendo lo scorso anno un attivo totale pari a 90,5 miliardi di euro che pone l’Italia tra i primi cinque paesi al mondo con il maggiore surplus manifatturiero, dietro Cina, Germania, Corea del Sud e Giappone. Il surplus manifatturiero italiano con i paesi Ue è stato uguale a 19,4 miliardi; quello verso i paesi extra Ue è stato pari a 71,2 miliardi.
L’export accelera nel primo trimestre 2017.

 

Secondo l’Eurostat, nei primi quattro mesi del 2017 l’Italia ha registrato una ulteriore crescita dell’export in valore del 6,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: un incremento superiore rispetto agli export di Germania (+5,5 per cento) e Francia (+2,8 per cento).

 

In particolare, nei primi quattro mesi di quest’anno le esportazioni italiane hanno ingranato la quarta verso i paesi extra Ue, prendendo il largo nei paesi Bric che stanno tornando trainanti: Cina +25,2 per cento, Russia +23,2, Mercosur +14, India +7,7. Bene anche l’export verso Stati Uniti, +7,8 per cento, e Giappone, +13,2 per cento. In Europa, l’export italiano è cresciuto significativamente verso la Spagna +11,1 per cento, la Polonia, +12,7 per cento, e in misura minore ma importante anche verso il nostro primo partner commerciale, la Germania: +5,5 per cento. I settori del made in Italy che hanno esportato di più, sempre nei primi quattro mesi del 2017, sono stati gli autoveicoli (+17,7 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), la farmaceutica (+13,8 per cento) e la chimica (+9,5 per cento). C’è dunque sempre più tecnologia e innovazione nel nostro export.

 

Secondo i dati preliminari di contabilità nazionale il valore aggiunto dell’industria manifatturiera italiana è cresciuto nel triennio 2014-2016 del 4,1 per cento in termini reali rispetto al 2013, cioè più del doppio di quanto sia aumentato il valore aggiunto dell’intera economia nazionale. L’aumento del valore aggiunto manifatturiero si è concentrato temporalmente soprattutto nell’ultimo biennio 2015-2016, con un incremento in volume del 3,5 per cento, superiore a quelli di Germania (+3,2) e Francia (+2,6) nello stesso periodo. E’ interessante notare che tale divario di crescita è stato considerevolmente più alto considerando il valore aggiunto manifatturiero a prezzi correnti: Italia +8,1 per cento; Germania +5,4; Francia +4,2. Evidentemente il manifatturiero italiano nell’ultimo biennio non solo è aumentato di più di quello degli altri due maggiori paesi dell’Eurozona in termini di volumi prodotti ma anche in termini di valore aggiunto incorporato nei beni. Un ulteriore segno di quella modernizzazione dell’industria del nostro paese che abbiamo già in precedenza segnalato e di un sempre maggiore posizionamento delle nostre imprese sulle fasce più alte del valore.

 

Il boom degli investimenti tecnici
Le imprese italiane non investono? Spesso lo si sente affermare da politici, sindacalisti e commentatori assortiti. Niente di più falso. Nel biennio 2014-2015, a seguito delle recenti revisioni operate dall’Istat, è emerso un quadro di intensa ripresa degli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto da parte delle imprese italiane: una vera e propria svolta, assai più consistente di quanto inizialmente stimato, che è proseguita anche nel 2016 rafforzandosi ulteriormente. Infatti, rispetto al 2013 gli investimenti italiani in macchinari e mezzi di trasporto sono aumentati negli ultimi tre anni del 14,9 per cento, cioè molto di più che in Germania e Francia.

 

Le misure introdotte dal governo per supportare il rilancio degli investimenti privati, unitamente al miglioramento del ciclo economico, hanno dunque generato uno choc positivo sul sistema delle imprese, le quali hanno potuto altresì beneficiare degli altri provvedimenti finalizzati a sostenere la ripresa della competitività (eliminazione della componente lavoro dell’Irap, eliminazione della tassa sugli imbullonati, ecc.) e dei redditi delle famiglie, dei consumi e dell’occupazione (80 euro, decontribuzioni e Jobs Act, ecc.).

 

Con il Piano Industria 4.0 varato nell’ultima Legge di stabilità si punta ora a incentivare gli investimenti più tecnologici per permettere alle imprese italiane di modernizzarsi e attrezzarsi di fronte alle nuove sfide competitive imperniate sui progressi della robotica, del cloud, dei big data, della realtà aumentata, della cyber security, delle stampanti 3D, dell’Internet delle cose, ecc.: cioè di tutto quel coacervo di innovazioni trasversali in rapida evoluzione che inevitabilmente determinerà profondi cambiamenti nei processi produttivi. La manifattura italiana non può farsi cogliere impreparata a questo appuntamento e per questa ragione il governo ha messo a punto un importante pacchetto di agevolazioni fiscali per spingere le imprese ad accelerare gli investimenti nelle tecnologie dell’Industria 4.0.

 

Innanzitutto, come è indicato in dettaglio sul sito del ministero dello Sviluppo economico, sono previsti incentivi fiscali per gli investimenti come l’iper e il super-ammortamento. Entrambe le formule intendono supportare e incoraggiare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, in beni materiali e immateriali (software e sistemi IT) funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi.

 

In particolare, il super-ammortamento già in vigore nel 2016 viene prorogato al 2017 e prevede una supervalutazione del 140 per cento degli investimenti in beni strumentali nuovi, acquistati o in leasing. L’iper-ammortamento concede invece una supervalutazione del 250 per cento degli investimenti in beni materiali nuovi, dispositivi e tecnologie abilitanti la trasformazione in chiave 4.0, acquistati o in leasing. Per chi beneficia dell’iper-ammortamento vi è inoltre la possibilità di fruire dell’agevolazione anche per gli investimenti in beni strumentali immateriali (software e sistemi It).

 

Sul fronte del credito, la “nuova Sabatini”, che ha già avuto un notevole successo negli anni scorsi, viene rifinanziata anche nel 2017. Permette un contributo a parziale copertura degli interessi pagati dall’impresa su finanziamenti bancari di importo compreso tra 20.000 e 2.000.000 di euro, concessi da istituti bancari convenzionati con il ministero dello Sviluppo economico, che attingono sia a un apposito plafond di Cassa depositi e prestiti, sia alla provvista ordinaria. Il contributo è calcolato sulla base di un piano di ammortamento convenzionale di cinque anni con un tasso d’interesse del 2,75 per cento annuo ed è maggiorato del 30 per cento per investimenti in tecnologie Industria 4.0. Consente l’accesso prioritario al Fondo centrale di garanzia nella misura massima dell’80 per cento.

 

Il Piano nazionale Industria 4.0 prevede poi l’agevolazione del credito d’imposta per la ricerca: un credito di imposta pari al 50 per cento su spese incrementali in ricerca e sviluppo, riconosciuto fino a un massimo annuale di 20 milioni di euro all’anno per beneficiario e computato su una base fissa data dalla media delle spese in ricerca e sviluppo negli anni 2012-2014. Sono agevolabili tutte le spese relative a ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale: assunzione di personale altamente qualificato e tecnico, contratti di ricerca con università, enti di ricerca, imprese, startup e Pmi innovative, quote di ammortamento di strumenti e attrezzature di laboratorio, competenze tecniche e privative industriali. La misura è applicabile per le spese in Ricerca e Sviluppo che saranno sostenute nel periodo 2017-2020.

 

A tutti i sopracitati incentivi, il Piano nazionale Industria 4.0 associa anche un ulteriore strumento volto alla valorizzazione dei “beni immateriali”, che, peraltro, è cumulabile con tutte le altre misure previste nello stesso. Si tratta della cosiddetta “patent box” – misura molto apprezzata dalle imprese – rivolta a favorire la ricerca e la brevettazione. Questo beneficio intende incentivare la collocazione in Italia dei beni immateriali attualmente detenuti all’estero da imprese italiane o estere e al contempo incentivare il mantenimento dei beni immateriali in Italia, evitandone la ricollocazione all’estero. L’obiettivo è dunque quello di rendere il mercato italiano maggiormente attrattivo per gli investimenti nazionali ed esteri di lungo termine.

 

Infine, il Piano Industria 4.0 dedica una particolare attenzione anche a startup e Pmi innovative. Per incentivare l’innovazione, si assicurano tutta una serie di facilitazioni di diversa natura per questo tipo di imprese.

 

Credere nell’Italia. Un film sul made in Italy

Il regista tedesco Alexander Kockerbeck, economista ed ex analista dei debiti sovrani europei di Moody’s, quasi non ci crede quando glielo mostro sul palco: eppure quell’uomo travestito da “Capitan Uncino” che canta e suona con irruenza e maestria assieme ad altri dirigenti del suo gruppo farmaceutico canzoni rock per beneficenza, dai Pink Floyd a Vasco Rossi, è Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria. Un manager che si definisce “un italiano che crede nell’Italia”. Sotto la sua guida l’industria farmaceutica italiana ha fatto registrare un exploit senza precedenti negli ultimi anni.

 

Kockerbeck sta girando per la Fondazione Edison un film sul made in Italy che sarà pronto in quattro lingue a settembre. L’ho portato a filmare il distretto della rubinetteria e del valvolame di San Maurizio d’Opaglio sul Lago d’Orta, dove c’è il più alto consumo pro capite mondiale di ottone. Poi ci siamo recati ad Arona, dove Kockerbeck ha ripreso la statua del colosso di San Carlo Borromeo che ha ispirato la Statua della Libertà a New York: un’ideale passaggio di testimone tra l’ottone del Lago d’Orta e il rame di cui è fatto il rivestimento del “San Carlone” che domina il Lago Maggiore. Da lì ci siamo recati a visitare a Lesa la sede della Herno, l’azienda di Claudio Marenzi, il primo presidente della neonata Confindustria Moda e Accessorio che riunisce da quest’anno sotto un unico cappello tutti i settori manifatturieri italiani della moda, quasi 90 miliardi di euro di fatturato: tessile-abbigliamento, concia-pelletteria-calzature, occhialeria, oreficeria-gioielleria. E poi ancora siamo stati a Varese (abbiamo anche filmato l’assemblea annuale della locale associazione territoriale di Confindustria con migliaia di soci presenti alla sala convegni della Fiera di Busto Arsizio), a Milano a intervistare il presidente di Federvini Sandro Boscaini, poi a Bergamo alla Freni Brembo e al Kilometro rosso, a Bologna alla locale Università e alla Ima, leader mondiale delle macchine per imballaggio, a Treviso e sulle colline di Valdobbiadene, a filmare con un drone i vigneti e la raccolta delle uve del Prosecco, a Cambiago da Ernesto Colnago che ci ha mostrato con orgoglio la bicicletta che ha costruito per il record dell’ora di Eddy Merckx e la nuova fiammante C60 Italia; ed infine siamo stati a Roma all’Accademia Nazionale dei Lincei (che ha avuto tra i suoi primi soci un certo Galileo Galilei).

 

Due incontri hanno particolarmente colpito il regista tedesco, che girando questo film ha potuto scoprire quell’Italia vincente che molti stessi italiani non conoscono assolutamente. Il primo incontro è stato quello con Roberto Cimberio, figlio del titolare dell’omonima azienda di San Maurizio d’Opaglio leader a livello internazionale nel valvolame e negli impianti idrotermosanitari. La Cimberio ha sviluppato una tecnologia non invasiva, la Smartcim, che permette di efficientare gli impianti di riscaldamento e raffrescamento delle abitazioni e degli uffici senza lavori sulle murature. Per dimostrarne l’affidabilità e l’efficacia l’azienda italiana l’ha sperimentata dapprima alla base spaziale norvegese di Andoya al Polo Nord nell’estate del 2015 ed oggi alla Villa Crespi di Orta, un patrimonio artistico nazionale, dove ha sede il ristorante del grande chef italiano Antonino Cannavacciuolo. Ridurre i consumi energetici con sistemi e valvole intelligenti senza toccare la muratura in un edificio protetto dalle Belle Arti è stata una impresa davvero unica. Il sistema Smartcim ha superato quest’ultimo esame prototipale in diretta video e sarà presto sul mercato mondiale.

 

Il secondo incontro che ha più colpito il regista tedesco Kockerbeck nel suo viaggio nel made in Italy è stato quello con Massimo Scaccabarozzi. Quando il presidente di Farmindustria scende dal palco e abbandona il costume di “Capitan Uncino” e la chitarra elettrica, rimettendosi in giacca e cravatta, si fa subito serio e diventa un fiume in piena. Questa volta non è più l’interpretazione di “Sally” alla Vasco Rossi a eccitarlo, con “la vita che è un brivido che vola via, tutto un equilibrio sopra la follia”, ma i numeri dell’industria farmaceutica italiana. Dal 2010 al 2016 si sono realizzati 5 miliardi di euro di produzione in più arrivando a quota 30 miliardi, ad un passo dalla produzione dei tedeschi. Tra poco li potremo sorpassare. L’export farmaceutico italiano è cresciuto di oltre 7,3 miliardi (+52 per cento), il più forte aumento tra i big europei, davanti alla stessa Germania. L’export oggi rappresenta il 71 per cento della produzione farmaceutica italiana. Con un quadro istituzionale e regolatorio più stabile gli stranieri hanno investito massicciamente nel nostro Paese, che è diventato l’hub farmaceutico d’Europa: un progetto a cui hanno lavorato con determinazione l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi in prima persona (che nel 2014 ricevette a Palazzo Chigi tutti i big della farmaceutica mondiale invitandoli a credere in una “nuova Italia”) e il ministro Beatrice Lorenzin. Nel 2016 l’industria farmaceutica italiana ha speso 1,5 miliardi di euro in ricerca e sviluppo (+20 per cento negli ultimi tre anni). Abbiamo oltre 300 prodotti biotech in sviluppo. E tre terapie avanzate su sei autorizzate in Europa sono italiane. Si spendono oggi 700 milioni di euro all’anno in Italia in studi clinici: +14 per cento nel 2016. Il 25 per cento del totale degli studi è su malattie rare e il 32 per cento su farmaci biotech, a cui concorrono anche molte aziende italiane. L’Italia è quinta al mondo per pubblicazioni scientifiche nella farmaceutica e terza nel campo specifico della drugdiscovery. Per investimenti di imprese a capitale estero nella farmaceutica siamo il primo paese europeo per investimenti statunitensi e tedeschi, il secondo paese per quelli francesi e svizzeri e rappresentiamo l’hub mondiale degli inglesi per i vaccini.

 

Credere nell’Italia si può. Si deve.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    16 Luglio 2017 - 22:10

    «Tassare! Tassare tutto, subito, espropriare tutto quanto per finanziare reddito di cittadinanza e aumenti al pubblico impiego prima che i nostri elettori si trovino costretti a lavorare!».

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