Cuba, l’isola dei silenzi

Il gulag cubano è svanito in una terra promessa bagnata dal mare e dall’allegria. Grazie alle élite occidentali e ai divi di Hollywood. Castro, un tiranno assassino, morirà omaggiato come il protettore di un paradiso minacciato dalla vicinanza del colosso americano.

Cuba, l’isola dei silenzi

Una strada in un quartiere storico dell’Avana. Il regime cubano detiene il più alto tasso di carcerazione politica pro capite al mondo

Mezzo milione di esseri umani sono passati attraverso il Gulag di Cuba. Dal momento che la popolazione totale dell’isola è di undici milioni, il dispotismo di Fidel Castro detiene il più alto tasso di carcerazione politica pro capite al mondo. Ci sono state più di quindicimila esecuzioni per fucilazione. La tortura è stata istituzionalizzata contro gli “elementi antisocialisti”. Senza contare la repressione sistematica, brutale e sproporzionata nei confronti della minima manifestazione di dissenso, con punizioni periodiche nelle quali gli oppositori sono giudicati in processi grotteschi e condannati a pene feroci. E a compensare la mancanza di beni di consumo c’era sempre una generosa propaganda.

 

La storia di Cuba sotto Castro è stata all’insegna di quella che Federico Guiglia, in un bel libro dedicato qualche anno fa ai dissidenti cubani, ha definito “il sole nero”. Il regime castrista, che si rinvigorisce adesso con la distensione voluta da Obama e la visita di Papa Francesco di questa settimana, è fuori dalla storia, serve a ricordarci soltanto quanto odioso sia un sistema politico-ideologico che nega il diritto alla libertà di parola, il diritto alla libertà religiosa e soprattutto il diritto alla vita. Eppure, la vera storia di Cuba era già svanita in un sogno di mezza estate, gaio e popolarissimo.

 

Per decenni, accademici, artisti, attivisti per i diritti civili, politici di sinistra e altre élite occidentali hanno viaggiato a Cuba per omaggiare in pubblico Castro, e sono tornati proclamando la sua saggezza, il suo umorismo, la sua compassione, il suo sistema di assistenza sanitaria, i suoi tassi di alfabetizzazione, i bambini felici che ballano per le strade cantando le lodi del Comandante. Castro, anziché essere archiviato nella storia al pari di altri tiranni assassini, è diventato il protettore di un paradiso tropicale minacciato solo dalla sua vicinanza al colosso imperiale americano. A Durban, migliaia di occidentali delle ong lo hanno osannato mentre attaccava Stati Uniti e Israele. Come sia potuto succedere lo ha spiegato un intellettuale cubano, Humberto Fontova, che negli Stati Uniti ha pubblicato due libri sulla storia d’amore dell’establishment occidentale per il dittatore cubano: “The Longest Romance. The Mainstream Media and Fidel Castro” (sui giornalisti e gli intellettuali occidentali filocastristi) e “Fidel: Hollywood’s Favorite Tyrant” (sulla storia d’amore del cinema per il gulag tropicale).

 

L’elenco è sterminato e imbarazzante. Dan Rather ha definito Fidel Castro “l’Elvis di Cuba”. “Cortese, paterno, una figura completamente affascinante!” (Andrea Mitchell). “Castro ha portato l’alfabetizzazione e una grande assistenza sanitaria nel suo paese. Il suo magnetismo è potente, la sua presenza è imponente” (Barbara Walters). “Castro è molto altruista e morale. Uno degli uomini più saggi del mondo” (Oliver Stone). “Fidel, ti voglio bene. Abbiamo entrambi la barba. Entrambi abbiamo il potere e vogliamo usarlo per buoni propositi” (Francis Ford Coppola). Diane Sawyer era così sopraffatta dalla presenza del dittatore pluriomicida che si precipitò su di lui, gli sorrise a trentadue denti e gli diede un bacio sulla guancia.

 

E’ così che Cuba è diventata come l’isola che non c’è di Peter Pan. Una sorta di terra promessa riscaldata dal sole, bagnata dal mare e in cui il comunismo si è realizzato allegramente. Ovviamente è stato necessario dimenticare i prigionieri politici e i dissidenti fucilati (al Líder máximo è addebitabile un numero di delitti almeno cinque volte superiore rispetto a quelli dell’ex dittatore cileno Pinochet), gli omosessuali rinchiusi nei lager, i giornali chiusi e imbavagliati, i libri censurati e seppelliti, i diritti individuali soppressi, i poveracci cubani che scappano su zattere di fortuna. Un po’ come è successo a Carlos Franqui, il compagno di Fidel che diventò egli stesso vittima della rivoluzione: con Luigi Nono aveva composto “Y entonces comprendió”, ma il musicista italiano eliminò il suo nome da una nuova edizione dell’opera uscita per la Deutsche Grammophon.

 

Bizzarro che gli antirazzisti occidentali non abbiano mai detto nulla su come la società cubana socialista, pur senza promuovere politiche razziali, abbia vessato la popolazione nera come nel Sudafrica razzista. Sono “negri”, africani e caraibici, i principali dissidenti politici. Nero è il dottor Oscar Biscet, il “Gandhi del Caribe” che iniziò la sua lunga e agonizzante resistenza al regime quando scoprì che a Cuba si praticavano l’infanticidio e l’aborto tardivo. Nero era il muratore e idraulico Orlando Zapata Tamayo, morto in carcere. E’ nero il dissidente Darsi Ferrer, condannato per “acquisto illegale di cemento al mercato nero”. E’ nero Guillermo Fariñas, premio Sakharov per la libertà di coscienza, che è facile ricordare per le fotografie in cui assomiglia a uno spettro con gli occhi fuori dalle orbite, psicologo e giornalista costretto alla sedia a rotelle da una polinevrite. E’ nero il dissidente Jorge Luis Pérez “Antúnez”, che si è fatto diciassette anni di carcere. E’ nero Manuel Cuestua Morúa, dissidente di ispirazione socialdemocratica. E’ nero il leader cattolico Julián Antonio Monés Borrero. E’ nero Normando Hernández González, giornalista liberale, che secondo gli scagnozzi castristi avrebbe una “natura socialmente pericolosa”. Ma di loro, i grandi censori dell’odio razziale in occidente si sono sempre rifiutati di parlare.

 

Con gli anni, Cuba ha invece acquistato un tenero sapore tardo-adolescenziale e il volto della feroce dittatura ha lasciato il posto a uno giovane, bello, romantico ed eroico, un socialismo spumeggiante, solare. Lo stesso Massimo D’Alema, nel 1978, si disse “fortemente impressionato dalle conquiste civili della rivoluzione cubana”. Il mito entrò perfino nella testa dei vippastri della televisione, come Raffaella Carrà, che rispose che non avrebbe giammai fatto “propaganda anticubana” quando nel 1986 Ludovica Ripa di Meana le propose di presentare a “Domenica In” un libro dello scrittore incarcerato Armando Valladares. Nessuno si è mai filato i convegni del movimento Resistenza internazionale (dirigenti il sovietico Vladimir Bukovskij e il cubano Valladares), dove venivano ascoltate le testimonianze inedite di esuli cubani, che hanno scontato moltissimi anni di carcere e gulag a Cuba, con una giuria di cui facevano parte personalità come Yves Montand, Jorge Semprún e Bernard-Henri Lévy. Spopolava la mistificazione, o per dirla con l’editrice Rosellina Archinto: “Quanto al regime cubano, tutti i paesi del mondo hanno le loro magagne”. Forse intendeva il migliaio di esecuzioni capitali di oppositori quantificato da Amnesty International durante la dittatura di Castro. Storie come quella di Pedro Luis Boitel, un leader degli studenti e coraggioso avversario di Batista: Castro ordinò personalmente che a Boitel fosse negata l’acqua potabile. Boitel morì di sete, in una agonia orribile, cinque giorni dopo.

 

Sulle fucilazioni di dissidenti a Cuba non c’è mai stata alcuna mobilitazione paragonabile a quella che si ebbe ai tempi della condanna a morte di Julian Grimau nella Spagna franchista e, sempre in Spagna, al tempo della fucilazione di cinque oppositori del regime nel 1975. La prima pagina della Stampa del 28 settembre 1975 era interamente dedicata alla notizia delle fucilazioni spagnole, dall’intervento in extremis di Papa Paolo VI, e dalla foto di una grande manifestazione antifranchista in piazza del Duomo a Milano. Per Cuba, silenzio. Ma non furono certi soli i castristri nostrani.

 

[**Video_box_2**]Norman Mailer parlava di Castro con toni elegiaci: “E’ come se il fantasma di Cortez fosse apparso nel nostro secolo in groppa al cavallo bianco di Zapata. E’ il primo e più grande eroe apparso nel mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale”. Saul Landau lo descrive come “un uomo profondamente imbevuto di democrazia”. Paul Sweezy e Leo Huberman come “un convinto filantropo”. Ad Abbie Hoffman, Castro appare su un carro armato “come un grosso pene in erezione e quando è alto e dritto la folla immediatamente si sente trasformata”. Stuart Sontag mette la mano sul fuoco sul fatto che “nessuno scrittore cubano è stato o è in prigione o è emarginato”. I socialdemocratici svedesi adoravano Fidel e Pierre Schori, responsabile della loro politica estera, definì il leader cubano “una delle più grandi figure della storia contemporanea, simile a un principe rinascimentale”. Bettina Horner, rettrice del Radcliffe College e guida delle delegazioni accademiche americane che negli anni Ottanta facevano visita a Cuba, rimase impressionata dal fatto che Castro abbandonò il vizio del fumo per dare un esempio di salute pubblica. Benjamin Spock, il “dottor Spock”, critico della società americana, ancora nel 1994 non vide “nulla di negativo” nella società cubana.

 

Come ha scritto Jay Nordlinger sulla National Review, “fin da quando Castro ha preso il potere, nel 1959, la cultura americana è stata a favore della dittatura cubana. Giornalisticamente, accademicamente, cinematograficamente, il peso è stato tutto dalla parte della dittatura. Penso a Herbert Matthews, il giornalista del New York Times che è stato per Castro quello che il suo antenato Walter Duranty è stato per Stalin. In tempi più recenti, penso ad Anita Neve della Cnn e Lucia Newman dell’Ap. Quei nomi sono amaro in bocca per i democratici cubani”. Ma anche le tante star di Hollywood: “La sfilata di personalità di Hollywood che si sono sdraiate ai piedi di Fidel all’Avana è troppo lunga”, commenta Nordlinger. “Butto là alcuni nomi: Steven Spielberg, Robert Redford, Jack Nicholson, Leonardo DiCaprio, Naomi Campbell, Kate Moss, tutte belle persone”.

 

Quell’Herbert Matthews del New York Times ha definito Fidel Castro “uno dei più straordinari uomini del nostro tempo”: sotto la sua cura Cuba “è un’isola felice”. Secondo Morgan Neill della Cnn, “Cuba potrebbe servire come un modello di riforma sanitaria negli Stati Uniti”. Eleanor Clift ha detto che “essere un bambino povero a Cuba può in molti casi essere meglio che essere un povero bambino a Miami”. E non importa che Cuba abbia un minor numero di telefoni pro capite della Papua Nuova Guinea e un minor numero di connessioni Internet dell’Uganda. Non importa che oltre sessantamila persone siano morte cercando di fuggire per mare dalla Cuba di Castro. Un numero che va paragonato alle trecento persone morte cercando di superare il Muro di Berlino. Migranti che muoiono in mare ma di cui nessuno parla. Perché per dirla con l’eterea (in ogni senso) Carla Fracci, “Castro è un dittatore, lo so, ma io non dimentico che nei paesi socialisti il balletto gode di grande considerazione”.

 

L’Arcipelago Gulag ai Tropici aveva davvero stile.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    26 Novembre 2016 - 19:07

    è morto Castro -la stampa americana laconica :finally. lds

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