La vicenda di Bruno Contrada raccontata da Indro Montanelli

Un brano da “La storia d'Italia”: “Ciò di cui dubitiamo è che il purismo giuridico sia un metro ragionevole per valutare gli uomini cui chiediamo di tuffarsi nel fango per farvi pesca di malavitosi”

La vicenda di Bruno Contrada raccontata da Indro Montanelli

Pubblichiamo un brano tratto dal capitolo diciottesimo di “L'Italia di Berlusconi – 1993-1995: La storia d'Italia” di Indro Montanelli e Mario Cervi edito da Rizzoli

 


  

Bruno Contrada – che ha passato i sessanta – era considerato, una ventina d’anni or sono, uno dei più brillanti poliziotti italiani. Bell’uomo dal piglio guascone, elegante, donnaiolo secondo le malelingue, mondano, furbo. Tale era la stima in cui veniva tenuto che fu messo a capo della Squadra mobile di Palermo: posto di estrema delicatezza e responsabilità. Lo lasciò nel 1977 per assumere la direzione della Criminalpol della Sicilia occidentale – queste duplicazioni e sovrapposizioni d’uffici e di competenze non danno in generale buoni frutti, ma lasciamo perdere – e alla Squadra mobile palermitana tornò nel 1979, dopo che il suo successore Boris Giuliano era stato assassinato. Un atto di grande coraggio, il suo, se immune da cedimenti. I cedimenti invece ci furono, secondo alcuni pentiti e secondo la procura di Palermo. Gaspare Mutolo (appunto un «pentito») ha sostenuto che proprio nel 1979 Bruno Contrada fu assoggettato a Cosa nostra. Da allora in poi la carriera di Contrada può essere letta in due modi diversi, anzi opposti: o in chiaro, come il progredire d’un funzionario stimato e capace (capo di gabinetto dell’Alto commissariato antimafia, uomo di punta del SISDE in Sicilia) o in controluce come il doppiogioco d’un colluso con le cosche che ostentava zelo inquisitorio per buttare fumo negli occhi: e sotto sotto si dava da fare per favorire i boss. Alla vigilia di Natale del 1992 Contrada fu arrestato per associazione mafiosa e portato prima nel carcere militare romano di Forte Boccea, quindi in quello militare palermitano, riaperto apposta per lui: e del quale rimase unico ospite. 

 

Su Contrada pesavano le dichiarazioni d’una pattuglia di quattro pentiti, poi rimpolpata da altri sei: tra loro il pentito massimo Tommaso Buscetta. L’inchiesta, che fu laboriosa e ammassò la solita montagna di fascicoli, sfociò in un processo di tribunale, presieduto da Francesco Ingargiola (lo stesso magistrato che avrebbe poi presieduto il processo contro Andreotti). Nell’aula si presentò – come detenuto – un Contrada quasi irriconoscibile: smunto, avvilito, dimagrito d’una ventina di chili almeno: molto fermo però nel respingere le accuse. Ridotto in quello stato – si disse –da due anni e passa di pena ipotetica scontata preventivamente. La procura di Palermo dimostrava, Codice alla mano, che tutto s’era svolto nel più scrupoloso rispetto della legge, e che Contrada veniva tenuto in cella perché, ammanicato com’era, avrebbe potuto inquinare le prove. Questi timori caddero tuttavia il 31 luglio 1995, dopo che l’ex funzionario era stato colto da malore in aula, e dopo che una commissione medica, chiamata a pronunciarsi sulle sue condizioni, aveva con grotteschi bizantinismi pseudo-scientifici affermato che la galera gli faceva bene, e che se fosse stato liberato il suo equilibrio psicofisico ne avrebbe risentito. Bruno Contrada tornò a casa. Quello stesso giorno la procura di Palermo e il prefetto Serra convocarono i giornalisti per dar loro notizia d’un attentato in preparazione contro Giancarlo Caselli [procuratore della Repubblica a Palermo] e contro uno dei suoi vice, Scarpinato. Qualcuno insinuò che le segnalazioni sull’attentato, piuttosto vaghe, fossero state con opportuna scelta di tempo enfatizzate per bilanciare l’impatto emotivo che l’odissea di Contrada aveva avuto sull’opinione pubblica.

 

Sulle testimonianze e sulle prove esibite a carico di Contrada non vogliamo pronunciarci: le une e le altre appartengono alla logica dei processi per associazione mafiosa. Uno aveva saputo da un altro che un altro aveva detto, Falcone non poteva soffrire Contrada e aveva promesso «gli metterò i ferri» (ma riferito di seconda mano), il commissario Cassarà lo disistimava (dichiarato dalla vedova), alcuni dirigenti della polizia non lo potevano vedere e altri avevano invece per lui incondizionata stima: insomma un copione che in quelle aule, e con quel genere d’imputati, si ripete con triste monotonia. Non vorremmo trovarci nei panni di chi deve giudicare, e ancor meno in quelli d’un accusato.

 

Ma per Contrada, e anche per Antonino Lombardo – ammesso e non concesso che qualche trasgressione l’abbiano commessa – valgono due considerazioni. La prima è questa: si possono applicare agli uomini della polizia e dei carabinieri, e a maggior ragione a quelli dei servizi segreti, le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? il campo d’azione di questi uomini sono le fogne. C’è qualcuno capace di rimestare nelle fogne senza sporcarsi le mani e contrarne il fetore? Chi indaga sulla malavita, in tutte le sue espressioni, deve penetrare nei suoi ambienti, dove non si trovano malleverie e protezioni se non a patto di offrirne. È vero che in questo giuoco è facile perdere il senso del limite fino a diventare talvolta il complice, per farselo amico, del nemico: e non escludiamo che questo sia stato il caso di Contrada. Ciò di cui dubitiamo è che il purismo giuridico sia un metro ragionevole per valutare, senza che si commetta un’iniquità in nome della legge, gli uomini cui chiediamo di tuffarsi nel fango per farvi pesca di malavitosi: e i nostri dubbi crescono se il purismo giuridico è avallato non da prove inconfutabili o dalla parola di specchiati galantuomini, ma dalla parola d’altri malavitosi della peggiore specie che possono avere mille e una ragione per incolpare a torto.

 

Sui Contrada devono pronunciarsi, promuovendoli o bocciandoli o cacciandoli o denunciandoli, i loro capi. Se i capi sono incapaci, vengano anche loro cacciati. I Contrada non sono al disopra della legge, ne sono ai margini: quando la legge agisce contro di loro con i suoi strumenti e i suoi criteri, li porta su un terreno che non è quello in cui s’erano dovuti avventurare, magari smarrendo la retta via. La seconda considerazione è semplice: una carcerazione preventiva che duri quanto quella inflitta a Contrada è una barbarie indegna d’un paese che pretende d’essere la culla del diritto, e che sembra avere una gran voglia d’esserne la bara.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Daniel Faden

    08 Luglio 2017 - 21:09

    Purismo giuridico non è termine che condivida. Vedo come principio l'ossequio del diritto - che solo fino a un certo punto promana dal Parlamento - in ogni contesto. Incluso quello in cui si lotta contro chi attenta alla Repubblica come la Mafia che si vuole Stato nello Stato. Questo significa che per difendere la 'salus Rei Publicae sono lecite condotte che non sono consentite per difendere una casa da un ladro'. Chi chiede a un militare senza divisa di non usare la forza e i poteri che pertengono all'istituzione che costituisce è una carogna. Come è una astuta carogna il pentito che denuncia non per rimediare ed aggiungere pena a quella che sente di dover chiedere, ma per calcolo di convenienza. Quale convenienza ha un assassino se non uccidere e depistare? Daniel Faden

    Report

    Rispondi

Servizi