Dall'ergastolo all'assoluzione. La storia di Daniela Poggiali

Tre anni di carcere e poi l’insussistenza del fatto. Sullo sfondo la gogna. L’essere definiti “infermiera killer” in pubblica piazza, vedendo distrutta la propria dignità personale, sociale e professionale 

Dall'ergastolo all'assoluzione. La storia di Daniela Poggiali

LaPresse/Massimo Paolone

Condannata all’ergastolo in primo grado, assolta perché il fatto non sussiste in appello. In mezzo tre anni di carcere. E’ la storia di Daniela Poggiali, ex infermiera di 45 anni dell’ospedale di Lugo, nel ravennate: oggi la Corte d’assise di appello di Bologna l’ha assolta dall’accusa di aver ucciso nell’aprile 2014 una sua paziente, la 78enne Rosa Calderoni, iniettandole nel corpo una dose letale di cloruro di potassio. Una sentenza che ha ribaltato completamente quella di primo grado, emanata l’11 marzo 2016, quando l’infermiera era stata condannata all’ergastolo.

    

Il caso di Daniela Poggiali è scoppiato il 9 ottobre 2014, quando i carabinieri sono entrati nella sua casa di Giovecca di Lugo per portarla in carcere, con l’accusa di aver provocato il decesso della paziente 78enne. Non ha aiutato di certo la diffusione di una foto che la ritraeva mentre sorrideva al fianco di un’altra donna deceduta in ospedale, ma la magistratura è chiamata a sanzionare i comportamenti contrari alla legge, non quelli contrari al senso del pudore (“Non ho ucciso nessuno. Ho sbagliato a fare quelle foto, ma l’idea non era mia”, ha dichiarato Poggiali nel corso del processo).

   

A far crollare le accuse di omicidio nei suoi confronti è stata una perizia medico-legale disposta dalla Corte d’appello per accertare le cause della morte di Rosa Calderoni, che ha stabilito non solo che il quadro clinico della paziente era “solo in parte compatibile” con una somministrazione di potassio a livelli letali, ma ha anche evidenziato incongruenze nella tempistica del presunto omicidio. Secondo la testimonianza della figlia dell’anziana, Poggiali fu l’ultima infermiera a fare visita alla madre, che allora aveva due accessi venosi, uno al piede e l’altro alla giugulare. Secondo la perizia la somministrazione di potassio sarebbe stata possibile solo dalla giugulare, ma questa “avrebbe dovuto causare l’arresto cardio-respiratorio nelle immediatezze dell’infusione”. La Calderoni morì invece 60 minuti dopo. La somministrazione nel piede, al contrario, avrebbe causato forti dolori, mai accusati dalla paziente.

   

Di fronte all’incredibile risvolto processuale, appare inevitabile chiedersi come sia possibile, all’interno del sistema giudiziario del nostro Paese (un tempo considerata la “culla del diritto”) passare da una condanna all’ergastolo – fine pena mai – a un’assoluzione per l’insussistenza del fatto. Domande che sono destinate, almeno oggi, a finire nello sconforto, di fronte al quasi contemporaneo annullamento da parte della Corte di cassazione della condanna per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di Bruno Contrada, che ha trascorso i suoi ultimi 25 anni di vita a difendersi da un calvario giudiziario (trascorrendone 10 fra carcere e domiciliari, scontando interamente una pena non dovuta).

   

Resta però, sullo sfondo, la gogna. L’essere definiti “infermiera killer” in pubblica piazza, vedendo distrutta la propria dignità personale, sociale e professionale. E’ accaduto a Daniela Poggiali, ma anche a tanti altri operatori sanitari, come Fausta Bonino, l’infermiera dell’ospedale di Piombino tenuta in carcere 21 giorni in via preventiva con l’accusa di aver ucciso 13 pazienti con iniezioni di eparina, prima di essere scarcerata dal Tribunale del riesame perché gli indizi raccolti non avevano “gravità, precisione e concordanza”. Da allora attende di conoscere il suo destino, nel limbo.

   

Resta la crocifissione messa in piedi da un sistema dell’informazione che non perde occasione per ergersi a custode della moralità pubblica, demolendo tutto ciò che incontra nel suo cammino. Emblematica di questa inciviltà è stato un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa l’1 aprile 2016, dal titolo “Quando tra la vita e la morte cresce la follia di chi si crede Dio”. Il testo riuniva in un unico calderone gli episodi di infermieri indagati per le morti di alcuni pazienti, e poi recitava: “Uccidono chi sta male e chi sta guarendo. Uccidono per sentirsi potenti e riscattare loro stessi. Non è un caso che questo delirio di onnipotenza è accompagnato spesso da dosi massicce di alcol o altre sostanze. Un altro filo comune. Oggi a Piombino, come nel resto del mondo”. La “sostanza” utilizzata dall’infermiera di Piombino, in realtà, non era altro che un farmaco usato per la cura dell’epilessia, di cui era malata. E il delirio di onnipotenza è quello dei giornalisti italiani, convinti di poter giocare con la vita delle persone.

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Commenti all'articolo

  • Robertodelpopolo

    09 Luglio 2017 - 08:08

    Queste donne mafiose steccano da qualche parte perchè nessuno fa niente per niente. Dunque ci steccano sia sui funerali, sia sulle operazioni chirurgiche che non si devono fare ma che le fanno accadere, sia sui medicinali che non dovrebbero essere assunti. Da qualche parte ci sono soldi che entrano e non stanno indagando per niente sulle entrate ed uscite dei loro conti. A capo di queste mafie guidate da donne ci sono, a mio avviso, i ristoratori ed anche gli albergatori.

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