Anche sui sikh la Cassazione fa politica

Nel merito la sentenza è giusta, ma le motivazioni sono discutibili

Anche sui sikh la Cassazione fa politica

Un giudice della Cassazione (foto LaPresse)

Il dispositivo della sentenza della Cassazione che conferma la condanna (a una multa) per il sikh che portava un coltello di 18 centimetri in violazione delle disposizioni sul porto d’armi, è ineccepibile. Non si può accettare che per obbedire a una disposizione religiosa si possa disobbedire alle leggi in vigore nel paese in cui si è ospitati. Sulle motivazioni della sentenza, invece, si può discutere. La Cassazione ha scritto che “la società multietnica è una necessità, ma non può portare alla creazione di arcipelaghi culturali confliggenti a seconda delle etnie che la compongono”. L’indicazione di per sé può essere anche condivisa, ma è un’indicazione politica, che non spetta a un organismo giurisdizionale. La “creazione di arcipelaghi culturali” non è contraria alla legge, può essere considerata inopportuna e pericolosa sul piano della convivenza sociale, ma alla magistratura spetta indicare e sanzionare i comportamenti che si configurano come reati, e solo quelli. Una conseguenza di questo difetto è la polemica politica che ha suscitato, con l’entusiasmo di chi tende a demonizzare i fenomeni migratori e la minimizzazione da parte di chi ha posizioni opposte sul fenomeno. La strumentalizzazione politica delle sentenze è (quasi) sempre un errore, ma chi se ne lamenta in questo caso dovrebbe riconoscere che la radice sta proprio nel carattere indebitamente politico delle motivazioni della Cassazione; carattere che dovrebbe essere criticato anche da chi ne condivide il merito. In Italia è ormai talmente diffusa l’invasione di campo da parte della magistratura che non desta più preoccupazione.

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