Hayden e gli altri. Quello che l'Italia non capisce odiando i ciclisti

Nicky Hayden è stato travolto da un'auto a Riccione mentre pedalava. E' ricoverato in prognosi riservata a Cesena. Perché la sicurezza sulle strade è un problema culturale

Hayden e gli altri. Quello che l'Italia non capisce odiando i ciclisti

Foto LaPresse

Le stime dell'Istat del 2015 dicevano che ogni giorno in Italia gli incidenti stradali che coinvolgevano i ciclisti erano 45, due ogni ora. Sono stati 252 invece i morti, uno ogni 35 ore. Il dato più alto in Europa. E nel 2016 e nel 2017 la situazione non è migliorata. Ad aprile era toccato a Michele Scarponi, campione-gregario del ciclismo, morto dopo essere stato investito da un furgone mentre si stava allenando a Filottrano. Oggi è toccato a Nicky Hayden, campione del mondo in MotoGP nel 2006 e ora pilota in Superbike, centrato da un auto mentre si preparava per il prossimo gran premio. Il pilota americano è ricoverato – con prognosi riservata – all’ospedale Bufalini di Cesena, dove è stato operato d’urgenza. Al momento non si conosce la dinamica dell'incidente, l'esito è però chiaro a tutti: una bici rotta nel fosso, un uomo in fin di vita, almeno due vite se non rovinate, quanto meno compromesse.

 

Vite leggere su due ruote, ventitré millimetri o pochi di più sui quali stare in equilibrio, mentre altre vite sfrecciano pesanti su tonnellate di acciaio, fregandosene del metro e mezzo che andrebbe lasciato lateralmente ai ciclisti. Vite che a volte si scontrano e che spesso confliggono sebbene le strade siano spazio di pubblico movimento, aperte a tutti, ad automobili e ciclisti. Sebbene non ci sia conflitto, anzi ci dovrebbe essere alleanza, gratitudine. Perché una bicicletta occupa un sesto dello spazio di una macchina, perché più bici vuol dire strade più libere, meno file ai semafori, meno incazzature.

 

Uno studio fatto nel 2013 dal dipartimento di Urbanistica dell'università di Amsterdam ha evidenziato come il massiccio utilizzo di mezzi a propulsione umana – bici, pattini, monopattini eccetera – per quegli spostamenti cittadini cosiddetti leggeri (ossia sotto i cinque chilometri), può far diminuire di oltre il 40 per cento il traffico cittadino, può abbassare i "tempi morti" del trasporto (ossia i minuti persi in coda) del 55 per cento e tutto questo abbassando di dieci chilometri orari il limite massimo di velocità.

 

Benefici che in Italia non sono neppure presi in considerazione da automobilisti imbottigliati in strade non pensate per una circolazione di 608,1 autovetture ogni mille abitanti. I ciclisti rimangono i nemici, quelli da evitare, quelli che bloccano tutto, rallentano, quelli che è meglio non incontrare, quelli che quando ne muore uno "meglio, uno in meno", quelli che "la prossima volta che incontro un gruppo ci passo sopra con la macchina".

 

Commenti che appaiono nei discorsi da bar, ogni giorno sui social network, anche sotto gli articoli che riportavano la morte di Michele Scarponi.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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Commenti all'articolo

  • martino.buora

    20 Maggio 2017 - 16:04

    uso la bici tutti i giorni per andare al lavoro da almeno 15 anni. però chi fa lavori in giacca e cravatta oltre 3 km non può farli o arriva pezzato. cioè tutto il sistema anche i luoghi di lavoro dovrebbe essere pensati per favorire chi si muove in bici (parcheggi, docce e posti per cambiarsi). resta evidente che l'italiano alla guida di un auto si scorda di avere una arma tra le mani. questo atteggiamento non cambia e si vede dalla risposte.

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  • Rikeire

    19 Maggio 2017 - 09:09

    Fermo restando il fatto che, non solo per il personaggio coinvolto, un ferito ( grave) in generale è sempre una cosa su cui riflettere e rammaricarsi, e dato come punto fermo ed inamovibile che l'educazione civica, stradale e mille altre cose latitano, eviterei di scendere in facili commmenti a favore di questa o quella categoria. Demonizzare gli automibilisti e facile se un ciclista si fa male, così come lo è, facile, demonizzare una categoria superiore ( camionisti per esempio) se ci rimette un'automobilista. Basta! Nessuno di voi si è domandato, in generale, non nello specifico: i ciclisti rispettano le norme del codice stradale? Le strade, sono fatte per consentire che gli altri fruitori possano lasciare il "metro e mezzo" per i ciclisti? Inoltre, capisco l'esigenza di allenamento, ma i ciclisti, in genere, sanno dove stanno andando ad allenarsi, su che tipo di strada, a che ora e con che traffico? Nello specifico, e sottolineo il dispiacere, pare che Niki abbia "bucato" uno stop.

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  • RyujiS

    19 Maggio 2017 - 01:01

    L'inciviltà è da ambo le parti, essendo quelli che rischiano di più dovrebbero essere i ciclisti i primi fautori della legalità, mentre sono i primi a contravvenire al codice della strada in ogni modo possibile. Guida contromano, utilizzo della strada nonostante le piste ciclabili apposite, corsa affiancata in gruppo (vietatissimo ma fatto da TUTTI i ciclisti che si allenano), basta farsi un giro per le strade provinciali italiane per vedere di ogni nefandezza, ma ovviamente poi quando succede, perché succede, che si arrivi al peggio poi la colpa sarebbe degli automobilisti? Ognuno si prenda le sue responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni.

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    • Alex1

      20 Maggio 2017 - 01:01

      La strada e' di tutti, ciclisti compresi, sia che ci sia sia che non ci sia la pista ciclabile. E l'incivilta' e' di quello che rischia di meno e se ne frega di chi rischia di piu'.

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  • Lopefiasco

    18 Maggio 2017 - 22:10

    Quindi: vietiamo le biciclette ?

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    • Z0diac

      19 Maggio 2017 - 15:03

      no, ma non diamo la colpa solo agli automobilisti. A prescindere, dispiace sempre sentire che si verifichino questi fatti che non dovrebbero accadere anche solo per il rispetto della vita stessa. Ma quante volte vi è capitato di essere mandati a quel paese da ciclisti in corsa affiancata, magari disposti a tre o quattro file, in strade provinciali già pericolose perchè tali. Infatti il richiamo di Ryujis è fatto ad entrambe le categorie, automobilisti e ciclisti che non rispettano le regole (codice della strada). Ad ognuno le proprie responsabilità e speriamo in un futuro migliore, magari con più piste ciclabili e meno incidenti dovuti alla negligenza.

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