Una donna reagisce in lacrime nel cimitero di Srebrenica alla sentenza di Ratko Mladic (foto LaPresse)

Perché l'intellighenzia di sinistra sta dalla parte dei tiranni

Redazione

Da Mladic ad Assad. Così gli intellettuali anti-imperialisti si schierano coi regimi più sanguinari rilanciando fake news. Il caso di Noam Chomsky

C'è un filo rosso che lega Srebrenica alla Siria. E non potrebbe esserci colore migliore per descriverlo, visto che a tracciarlo, incuranti delle dotte discussioni su fake news e teorie cospirazioniste, sono alcuni degli intellettuali di sinistra più lodati e ascoltati di questi anni. Su tutti il linguista Noam Chomsky.

    

A raccontarlo è il quotidiano israeliano Haaretz che prende spunto dalla recente condanna di Ratko Mladic per il massacro di Srebrenica e per i crimini commessi durante la guerra nella ex-Yugoslavia. Il quotidiano ricorda cosa successe quando il settimanale Time pubblicò la foto di Fikret Alic, sopravvissuto al campo di concentramento serbo di Trnopolje.

  

   

Un'immagine che sconvolse tutti e che mostrava in maniera inequivocabile le atrocità compiute in Bosnia. Ma cinque anni dopo quella copertina, il magazine di estrema sinistra LM (sta per Living Marxism) scrisse che in realtà non si trattava di un “campo di concentramento” ma semplicemente di “un centro di raccolta per rifugiati” e che questi, se volevano, potevano andarsene. Non solo, LM accusava i giornalisti dell'agenzia di stampa britannica ITN di avere deliberatamente strumentalizzato l'immagine di Alic. Ne nacque una battaglia legale che fu vinta da ITN. LM fu costretto a pagare danni per 375 mila sterline e fallì. Nel 2006, però, Chomsky riprese quella tesi e ribadì che si trattava di un “centro per rifugiati”. Non solo, nel 2011 il linguista condannò la battaglia legale contro LM e di fatto negò che a Srebrenica ci fosse stato un genocidio.

 

Haaretz ricorda anche che un libro pubblicato da Edward Herman e David Peterson, The Politics of Genocide, afferma che le forze serbe “non hanno ucciso nessuno tranne uomini musulmani bosniaci in età militare” e ha una prefazione di Chomsky. Insomma, dopo la condanna di Mladic qualcuno poteva legittimamente aspettarsi le scuse di Chomsky per il suo negazionismo. Ma, sottolinea ancora il quotidiano israeliano, questo non è possibile visto che Chomsky e con lui altri “intellettuali di sinistra”, come il giornalista australiano John Pilger, 22 anni dopo stanno applicando lo stesso modello anche a ciò che accade in Siria e, in particolare, all'attacco chimico del 4 aprile a Khan Sheikhoun

  

In questo caso la teoria è che l'attacco non sia stato compiuto dal regime di Bashar el Assad. O meglio, secondo Chomsky la possibilità che sia stato il regime a compiere l'attacco, così come sostengono gli Stati Uniti e l'Onu, esiste, ma il linguista ha comunque rilanciato le teorie di Ted Postol spiegando che "un analista dell'intelligence" aveva demolito un rapporto della Casa Bianca che mostrava le responsabilità del governo siriano. Postol è un professore del Mit secondo il quale a Khan Sheikhoun non ci fu alcun attacco chimico, che la causa dell'esplosione fu un ordigno di terra e che comunque non c'erano prove dell'utilizzo di sarin. Teorie simili sono state sostenute anche dal giornalista investigativo Seymour Hersh e da altri teorici delle cospirazioni. 

   

Il nodo, conclude Haaretz, è che i sostenitori di queste teorie le diffondono, ufficialmente, per criticare e contrastare la “narrativa” della Casa Bianca. Peccato che, una volta che i tribunali o gli organismi internazionali le smentiscono, gli stessi non trovino mai il tempo per scusarsi. Anzi, proprio il loro ostinato negazionismo, il loro revisionismo a tratti ridicolo, dimostra che questi intellettuali preferiscono minimizzare i crimini di guerra di regimi ostili all'occidente pur di sostenere il proprio anti-imperialismo: “Se c'è una cosa che possiamo imparare è che queste persone preferiscono sostenere le loro falsità piuttosto che scusarsi con le vittime che le loro falsità hanno diffamato”.

   

Ora il timore è che le atrocità commesse in Siria siano dimenticate, come è successo a distanza di anni nel caso di Srebrenica. Jim Warren, del Poynter Institute for Media Studies, ha notato come la lentezza con cui si è trascinato il processo di Mladic (senza contare quello a carico dell'ex presidente Slobodan Milosevic, che morì prima ancora della sentenza) abbia contribuito a offuscare il ricordo dei crimini commessi e di cui il mondo fu testimone negli anni Novanta. Warren ha criticato come la notizia della condanna di Mladic sia stata sottovalutata e ha riportato l'esempio di un importante quotidiano americano, il Chicago Tribune, che ha pubblicato la notizia della condanna del "boia di Srebrenica" in un paragrafo di poche righe a pagina 23. Ma in generale, tutti i media internazionali hanno dedicato pochissimo spazio all'epilogo di una delle più drammatiche tragedie del secolo scorso. David Rohde è un giornalista che seguì la guerra nell'ex-Jugoslavia per il Christian Science Monitor. Oggi Rohde lavora al New Yorker e ha riportato una frase emblematica che di recente gli ha confidato uno dei sopravvissuti di Srebrenica: "Spero che questo verdetto possa impedire il ripetersi di altri abusi e omicidi di massa anche oggi". Un rischio che però è concreto: se da una parte la controinformazione russa ha di recente rilanciato la storia del complotto occidentale nei confronti di Mladic (qui potete leggere l'articolo di Russia Today), dall'altra le cronache del verdetto dell'Aja da parte dei media occidentali sono state pigre, quasi disinteressate. In molti credono che la condanna di Mladic abbia spaventato Assad, mostrandogli cosa potrebbe capitargli presto o tardi. E che l'unica salvezza del presidente siriano sia continuare a sperare nella proliferazione delle contro-narrative di alcuni (presunti) intellettuali.

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