"Isis out, Iran in"

Sarà vera la fabbrica di missili iraniani in Siria? Israele teme l’iranizzazione del paese accanto

"Isis out, Iran in"

Soldati iraniani durante una parata a Teheran (foto LaPresse)

Roma. Martedì la televisione israeliana Canale 2 ha detto che l’Iran sta costruendo una fabbrica per produrre missili a lungo raggio in Siria e ha mostrato alcune foto satellitari del cantiere. Alcuni siti legati all’opposizione siriana indicano un nome suggestivo per il sito, wadi al jannaham, la Valle dell’inferno. Le immagini satellitari sono compatibili con una fabbrica di missili a lungo raggio iraniana già attiva vicino a Teheran e fanno temere un nuovo capitolo della iranizzazione della Siria ma per ora non c’è una conferma solida e inoppugnabile di questa novità. Sarebbe nel caso una reticenza comprensibile perché gli aerei israeliani bombardano ogni struttura considerata potenzialmente minacciosa; e non ci si riferisce qui soltanto alla cinquantina almeno di raid aerei lanciati a partire da gennaio 2013 contro le installazioni militari siriane, ma anche per esempio al bombardamento del reattore nucleare siriano in costruzione in mezzo al deserto della regione di Deir Ezzor nel settembre 2007.

   

Il governo del presidente Bashar el Assad deve la sua sopravvivenza dopo la rivoluzione del 2011 anche all’Iran oltre che alla Russia e in cambio dell’aiuto ricevuto – in molte forme, dall’appoggio finanziario a quello politico e in battaglia – consente agli iraniani di sfruttare il paese come una piattaforma militare in previsione di una possibile guerra con Israele. E’ probabile che non sia un caso che questa fabbrica militare si trovi vicino Baniyas, sulla costa siriana a nord, quindi in prossimità dei porti di Tartous e Latakia dove l’Iran e la Russia hanno nella loro disponibilità moli specializzati dove far attraccare le proprie navi militari, spesso cariche di rifornimenti. Il villaggio di Banyas fu anche il teatro di una strage di civili, donne e bambini inclusi, nel maggio 2013, perché è situato nella zona a maggioranza alawita che gli Assad considerano la propria roccaforte e che non doveva assolutamente cadere in mano ai gruppi della rivoluzione come è infatti accaduto. Il massacro fu compiuto da una milizia di estrema sinistra turca che si considera alleata di Damasco.

   

Domenica il capo del Mossad, Yossi Cohen, ha spiegato al consiglio dei ministri che l’Iran sta riempiendo il vuoto lasciato in Siria dallo Stato islamico. Poche ore dopo il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto le stesse cose in pubblico e le ha riassunte con la formula: “Isis out, Iran in. Non lo permetteremo”. Il problema per Gerusalemme è che Russia e America per ora fanno finta di non sentire questa preoccupazione. I quotidiani israeliani raccontano che Netanyahu ha tentato di inserirsi nei negoziati ufficiosi tra Washington e Mosca a proposito della creazione di zone di tregua in Siria, per scongiurare che si trasformassero in avamposti militari anti israeliani, ma finora non ha avuto successo. Di fatto americani e russi stanno aiutando il progetto iraniano in Siria, anche se non lo fanno per un accordo intenzionale (piuttosto è dettato dalle circostanze). La Russia è schierata in modo esplicito dalla parte dell’Iran e del gruppo libanese filoiraniano Hezbollah, perché sono suoi partner nella guerra siriana. Questa settimana una delegazione di funzionari israeliani è a Washington proprio per parlare con l’Amministrazione Trump del dossier “iranizzazione della Siria”.

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