Da Putin a Aung San Suu Kyi. Ecco chi sostiene ancora Maduro

Chi sono i 57 paesi che hanno ancora interessi ad appoggiare la politica del presidente venezuelano

Da Putin a Aung San Suu Kyi. Ecco chi sostiene ancora Maduro

Commemorazione di Hugo Chavez in Venezuela (foto LaPresse)

Una geopolitica della cialtronaggine: così si potrebbe definire la mossa dei 57 paesi che al consiglio dei Diritti umani dell'Onu hanno firmato una dichiarazione di “appoggio al Venezuela bolivariano e in rifiuto di qualunque forma di intervento straniero nei suoi affari interni”, come l'ha definita lo stesso governo di Caracas. Il testo è abbastanza ambiguo da non citare mai esplicitamente la contestata assemblea nazionale Costituente e in realtà ammette che la soluzione potrà venire solo dal dialogo tra le parti. Insiste però sulla necessità di non interferire con quanto sta accadendo in Venezuela: cosa che va intesa evidentemente nel senso di “non interferire a favore dell'opposizione”, visto il modo in cui molti dei firmatari stanno invece intervenendo a favore del governo. Da Cuba, i cui militari e apparati di sicurezza sono notoriamente cruciali per inquadrare la repressione; alla Russia, che ha appena anticipato a Maduro un miliardo di dollari; alla Cina, che si è messa a acquistare massicciamente i bond dello Stato venezuelano e della società petrolifera di Stato Pdvsa dopo che erano crollati.

   

Il documento appoggia “il governo costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela nel suo impegno per preservare la pace e mantenere la democrazia nel Paese, così come nella sua determinazione di garantire la piena osservanza dei diritti umani e le libertà fondamentali del Venezuela”. Puro humor nero, di fronte a 157 morti e 5.092 arresti registrati tra primo aprile e 5 agosto, con il Consiglio nazionale elettorale di Caracas che ha appena vietato l'iscrizione di candidati dell'opposizione alle elezioni di 7 dei 23 Stati. Il documento appoggia poi gli sforzi che Maduro avrebbe fatto per favorire il dialogo politico, mentre l'alto commissario Onu per i Diritti umani parla invece di “uso eccessivo della forza contro i manifestanti”, di “rottura dello stato di diritto” e di “violazione dei diritti umani” per responsabilità “dei più alti livelli del governo”. I 57 celebrano anche gli “encomiabili sforzi di mediazione” fatti dall'Unasur, da Zapatero e dalla Santa Sede: di contro l'ex-segretario dell'Unasur, Ernesto Samper, dice che la Costituente è stata “un salto nel vuoto” e la Santa Sede scongiura di annullarla.

     

Ovviamente, questo documento è ora usato dal governo di Maduro in contrapposizione agli altri 40 Paesi che hanno invece dichiarato la Costituente illegittima. Ma basterebbe soffermarsi sui nomi dei firmatari per capirne lo spessore. Abbiamo già detto degli interessi di Russia, Cina e Cuba. Nella lista compaiono anche India e Sudafrica, ma non il Brasile, a certificare il crescente dissolvimento dei Brics. Ovvia una lunga lista di dittature e semidittature: dall'Iran al Vietnam passando per Bielorussia, Laos, Egitto, Eritrea, Guinea Equatoriale, Zimbabwe, Corea del Nord, Siria, Sudan, Burundi, Gibuti, Togo, Namibia e i due Congo. Ci stanno pure le Filippine di Duterte. Non mancano i beneficiati dai petroldollari chavisti: Ecuador, Bolivia, Nicaragua, San Vincent e Grenadine, San Cristopher e Nevis, Dominica. E ci sono i paesi petroliferi che spesso litigano col governo di Caracas in sede Opec, però ora sperano che il caos venezuelano risollevi un po' i prezzi: Nigeria, Algeria, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Angola, Mozambico, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Azerbaigian, Oman. Alla faccia della riconoscenza che il Kuwait dovrebbe all'Occidente, e con Arabia Saudita e Qatar che evidentemente vanno ormai d'accordo solo nel sostenere Maduro! Ma il Venezuela bolivariano è risolutamente anti-israeliano, così l'onda lunga si estende a tutto il mondo islamico: Libano, Palestina, Giordania, Pakistan, Comore, Yemen, Tagikistan, Mauritania. Arriva anche in Libia, contesa da fazioni che contro Gheddafi ottennero un intervento internazionale molto più pesante di quello mai chiesto dall'opposizione venezuelana, in Somalia, dove il governo senza intervento internazionale non sopravviverebbe un'ora, e in Tunisia: alla faccia della primavera araba! I tre nomi più vergognosi, tuttavia, sono quelli di Myanmar, Timor Est e Sud Sudan. Da tutti e tre in passato sono arrivate richieste di solidarietà all'Occidente in nome dei diritti umani violati, sia dai ribelli di Timor Est e Sud Sudan che dall'ex prigioniera Aung San Suu Kyi. E adesso?

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Commenti all'articolo

  • humphrey_x

    12 Agosto 2017 - 10:10

    a Timor Est e Sud Sudan le ragioni umanitarie erano evidenti e non c'erano interessi imperiali in gioco.

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