Così Maduro ha ucciso il Venezuela

Oltre cento morti, decine di migliaia di feriti e un popolo ridotto alla fame. Il Venezuela era lo stato più ricco dell’America latina, il regime l’ha reso il più povero. Come siamo arrivati fin qui

Così Maduro ha ucciso il Venezuela

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Distesa su una valle che si eleva a 1.000 metri d’altezza, Caracas ha la forma di una mano. Il palmo è verso la montagna; le cinque dita si aprono a sud. Dal polso, dall’anulare, dalla nocca del medio, dai due fianchi della “mano”, per i 18 anni che è durato il regime chavista l’opposizione ha continuato a far partire le sue marce di protesta. Convergenza sulla nocca dell’indice. Venerdì 28 luglio tutto il Venezuela è stato chiamato alla manifestazione finale per bloccare la dittatura incipiente: la “Presa di Caracas”, dopo 48 ore di sciopero generale. Due giorni dopo la grande manifestazione, domenica, il presidente Nicolás Maduro ha chiamato i venezuelani a votare per una nuova Assemblea costituente, che dovrebbe esautorare il Parlamento legittimo di tutti i poteri. Sarà il culmine di una lotta durata mesi e costata al Venezuela oltre cento morti. Il mar dei Caraibi è a soli 25 chilometri, oltre le alture. Per molto tempo le manifestazioni dell'opposizione hanno avuto un tono di carnevale caraibico festoso, con molti colori e molti balli. Ma da mesi in Venezuela il tempo della gioia è finito, e i colori sono soffocati dal fumo. Il fumo dei lacrimogeni lanciati dalla Guardia nazionale bolivariana e dalla polizia, il fumo dei copertoni che bruciano sulle barricate. Nelle 24 ore che hanno preceduto i due giorni di sciopero generale, i venezuelani si sono precipitati a far scorta di quel po’ di cibarie e candele che nel clima di carestia generale era ancora possibile trovare. “Ora Zero” è stata chiamata dall’Opposizione questo tentativo di spallata finale. Un clima da Apocalisse imminente, ancora più accentuato dalle file interminabili dei 33.000 venezuelani che si sono rifugiati in Colombia solo lunedì, mentre altri 560.000 richiedevano lo speciale documento che permette di passare la frontiera. Anche Lilian Tintori, la finora indomabile moglie del leader detenuto Leopoldo López, è andata a Miami con i figli. Dalla casa in cui è stato mandato ai domiciliari con un braccialetto elettronico alla caviglia – dopo aver ospitato un vertice con l'ex premier spagnolo Zapatero e con altri leader dell’opposizione per un estremo tentativo di mediazione – il marito ha rivolto un appello via video a continuare la lotta.

Il voto per l'Assemblea costituente esautora il Parlamento. E l'opposizione tenta la "Presa di Caracas"

La musica, però, c'è ancora. Il regime ha sempre presentato come un fiore all'occhiello il famoso “sistema” di orchestre popolari, che in realtà era stato creato un quarto di secolo prima che Chávez salisse al potere. A questa scuola si era formato il violinista Armando Cañizares: un 18enne che il 4 maggio, durante una manifestazione, è stato ucciso da una pallottola nel collo. “La mia vita intera l’ho dedicata alla musica e all’arte come modo di trasformare il mondo. Levo la mia voce contro la violenza e la repressione”, protestò dopo l'omicidio Gustavo Dudamel, celeberrimo direttore d’orchestra 36enne che fino a quel momento aveva sostenuto il regime. “Nulla può giustificare lo spargimento di sangue”. Anche Dudamel aveva iniziato come violinista del “Sistema”. E violinista formatosi nel “Sistema” è Wuilly Arteaga, che in onore di Cañizares ha iniziato ad apparire tra le barricate con il suo strumento, suonando l’inno nazionale venezuelano. “Gloria al bravo popolo/ che il giogo gettò/ la Legge rispettando/ la virtù e l’onore”. Ha continuato fino a quando alcune Guardie nazionali non gli hanno rotto lo strumento, restituendoglielo poi a pezzi per sfregio. La foto del giovane che piangeva con il violino distrutto in mano hanno fatto il giro del mondo, e vip in quantità gliene hanno offerto un altro: anche Shakira, che in più lo ha autografato. Forse per far vedere che non è un nemico della musica, il presidente Nicolás Maduro si è fatto allora filmare mentre suonava il pianoforte. Ma intanto con un violino nuovo Arteaga è tornato in piazza, e stavolta con l’archetto ha intonato “Alma llanera”. Popolarissimo pezzo folklorico, che in Venezuela si usa durante le feste per segnalare agli ospiti che è arrivato il momento di togliere il disturbo. Messaggio al presidente. In codice, ma neanche troppo.

 

Mentre suonava, il 22 luglio Wuilly Arteaga è stato ferito da una pallottola al volto. Il tempo di fasciarsi ed è tornato sulle barricate con il suo violino. Per propagandare la sua Costituente Maduro ha usato allora “Despacito”, il tormentone dell’estate. L'autore, il cantante Daddy Yankee, ha reagito furibondo: “Cosa ci si può aspettare da una persona che ha rubato tante vite a giovani sognatori e a un popolo che cerca un futuro migliore per i suoi figli? Il fatto che Maduro si appropri illegalmente di una canzone non è niente rispetto ai crimini che commette e che ha commesso in Venezuela”.


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106 morti, 15 mila feriti, oltre quattromila detenuti, 431 prigionieri politici. L’elenco funebre delle vittime di Maduro

Centosei sono i morti che si sono ammucchiati lungo le strade, in 119 giorni di protesta. Oltre 15.000 i feriti contati solo fino a giugno. 4.072 le detenzioni al 19 luglio e 431 i detenuti politici ancora in carcere, secondo la Ong Foro Penal Venezolano. Ben 119.000 le persone che hanno ricevuto lesioni di qualche tipo, secondo quel che ha riferito il 2 giugno il Defensor del Pueblo Tarek William Saab. Come se non bastassero le violenze, uno studio delle più autorevoli università del paese ha scoperto che nel corso dell’anno passato la popolazione del Venezuela, a motivo della crescente mancanza di cibo, ha perso una media di otto chili di peso pro capite. “La Dieta di Maduro”, l’hanno ribattezzata con rabbia.

 

Se nelle città si dimagrisce, tra gli indios delle aree più periferiche si muore di fame. Muoiono di fame i warao: il “popolo delle canoe” che per millenni ha vissuto su palafitte nell’Orinoco, e che a centinaia sono ora fuggiti in Brasile. “Il Venezuela è finito”, dicono nel passare la frontiera. Muoiono di fame i kurripako dell’Amazzonia, il cui governatore è l'indio Liborio Guarulla. E' uno dei tre governatori che sta con l’opposizione, e uno dei due che il regime ha fatto inabilitare per 15 anni con motivazioni pretestuose (l'altro è l'ex candidato presidenziale Henrique Capriles, governatore dello stato di Miranda e tra i principali volti dell'opposizione nazionale). Vestito da sciamano, con un pennacchio di piume in testa e una collana di pietre nere attorno al collo, Guarulla ha convocato una conferenza stampa e ha annunciato un doppio ricorso. Il primo davanti alla giustizia terrena. Il secondo, agitando una maraca adornata di altre piume marroni e nere, davanti ai suoi “avi e sciamani”: “Perché la maledizione del Dabucurí cada su questa gente che ha cercato di farci del male”. “Vi assicuro che non morirete senza tormento, vi assicuro che prima di morire comincerete a soffrire e che la vostra anima dovrà vagare per i luoghi più oscuri e pestilenziali prima di poter chiudere gli occhi”. “Così come loro credono di avere un potere materiale, noi abbiamo un potere spirituale. La nostra gente ci ha protetto fino a oggi e continuerà a proteggerci”. Poco dopo il padre del ministro della Difesa Vladimir Padrino López è morto, e altri pezzi grossi si sono ammalati.

 

Dall’altra parte del Venezuela, muoiono di fame pure i wayúu della Guajira: la steppa al confine nord-ovest con la Colombia. La wayúu più famosa, fondatrice anche di una ong che assiste la sua gente, è Patricia Velásquez: l’attrice e modella che ha recitato nei due kolossal hollywoodiani “La mummia” e “La mummia - Il ritorno”. “Quello che sta accadendo in Venezuela è solo comparabile a quello che hanno fatto i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale”, ha gridato indignata in un video, dopo che nella repressione di una protesta a Maracaibo era stato ucciso a botte un bambino wayúu di 11 anni.

 

Gli indios dell’Amazzonia hanno lanciato una maledizione contro il regime. Alcuni pezzi grossi del governo si sono ammalati

“Guarimba” viene chiamata l’Intifada contro Maduro. Da un gioco infantile locale che è una specie di acchiapparella, e in cui ci si salva dal “cacciatore” mettendosi dietro un riparo. Il retroscena sono le elezioni del 6 dicembre 2015, in cui il fronte delle opposizioni prese 7.726.066 voti e 112 dei 167 deputati all’Assemblea nazionale, contro i 5.622.844 voti e 55 deputati del blocco chavista. Ma “a questa Assemblea nazionale non è stato mai concesso di legiferare”, dice al Foglio Sadio Garavini di Turno, ex ambasciatore del Venezuela in Guayana, Guatemala e Svezia, che è membro di un think tank di ex diplomatici chiamato Grupo Ávila e che per la Commissione Esteri della stessa Assemblea Nazionale lavora in qualità di consulente. “Ormai siamo di fronte a un governo che è diventato una dittatura molto palese; un colpo di stato continuato, dal momento che l’esecutivo non riconosce poteri, attribuzioni e funzioni del Parlamento”, è la sua denuncia. “Tutto è iniziato quando il Tribunale supremo di giustizia (Tsj) che è stato nominato a Natale del 2015. I chavisti avevano perso le elezioni, e hanno dunque voluto utilizzare la maggioranza che ancora avevano fino ai primi giorni di gennaio per indicare tutti i membri del Tribunale. Era una violazione della Costituzione, secondo cui i giudici dovrebbero essere designati dall’Assemblea Nazionale con una maggioranza dei due terzi. Va da sé che non sono stati rispettati né tempi, né curriculum vitae. Da lì è incominciato il non riconoscimento dei poteri dell'Assemblea nazionale, cui i giudici supremi illegittimi hanno tolto sia il bilancio, sia gli stipendi dei deputati. Ogni legge che l’Assemblea ha votato è stata dichiarata incostituzionale dal Tsj. Poi hanno bloccato il processo referendario che l’opposizione aveva avviato per votare sulla destituzione anticipata di Maduro, secondo quanto consente la Costituzione. Poi hanno fatto slittare illegalmente le elezioni amministrative che avrebbero dovuto essere tenute a dicembre 2016. Poi il Tsj ha deciso di assumere le funzioni dell’Assemblea nazionale”.


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E' stato a quel punto che la “Guarimba” si è scatenata. Non solo con le marce, ma più radicalmente ancora con i “Plantones” e i “Trancones”, a bloccare il traffico. In principio erano giganteschi picnic: sedie pieghevoli in mezzo alle strade, cibo, bevande, libri e giochi per passare il tempo. Principali armi: berretti, bandane e ombrellini per proteggersi dal sole. “Il Venezuela si blocca contro la dittatura!”, era lo slogan. Dopo 48 ore Maduro ha fatto ritrattare il Tsj e restituire formalmente i poteri all’Assemblea nazionale, ma in compenso ha convocato un’Assemblea costituente da eleggere il 30 luglio. 463 Costituenti sarebbero scelti in regione di uno per municipio, salvo i due delle capitali regionali e i sette di Caracas: un inghippo per sovra-rappresentare i piccoli centri in cui il potere chavista ha più possibilità di manipolare gli elettori. Altri 176 sarebbero invece selezionati tra otto “gremios”: lavoratori, contadini, studenti, portatori di handicap, indigeni, pensionati, imprenditori e “comunas”. Sembra scontato che di lì verrebbero solo fedelissimi di Maduro. A quel punto la Costituente potrebbe mettere in mora l’Assemblea nazionale, e imporre chi sa quale tipo di sistema per blindare il regime in modo definitivo. “Viola i principi democratici e attenta alla sovranità popolare”, ha detto a proposito delle modalità di voto l’autorevole Commissione di Venezia. Nel tentativo di fermare il colpo di stato per via referendaria, l'Assemblea nazionale controllata dall'opposizione ha eletto la settimana scorsa 33 nuovi giudici supremi del Tribunale supremo di giustizia, per sostituire quelli illegittimi che sostengono il regime. Poche sorprese, però, che Maduro abbia già fatto arrestare tre dei nuovi giudici.

 

Violinisti sulle barricate: Armando Canizares, 18 anni, è è stato ucciso da una pallottola, a un altro hanno rotto lo strumento

Nella immediata escalation, i “plantones” si sono trasformati in barricate. Guardia nazionale bolivariana e polizia bolivariana hanno risposto affiancando agli idranti i lacrimogeni, mentre i paramilitari del partito chavista in motocicletta si scatenavano in spedizioni squadriste. I guarimberos hanno allora aggiunto al kit da manifestazione anche un cocktail antigas a base di dentifricio e maalox. E la Guardia nazionale, come testimonia al Foglio Garavini di Turno, “si è messa a tirare le bombe lacrimogene non più a 45 gradi per farle ricadere dall’alto come dovrebbe essere da protocollo, ma a 90 gradi. Per uccidere”.

 

Per una bomba lacrimogena ricevuta in pieno petto è morto Juan Pablo Pernalete, vent'anni. Era suo amico Yibram Saab Fornino: figlio primogenito del già citato Defensor del Pueblo Tarek William Saab, che rappresenta il vertice del Potere cittadino, quinto potere dello stato stabilito dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana da affiancare a esecutivo, legislativo, giudiziario ed elettorale. Tarek William Saab è uno dei pezzi grossi del regime. “Papà, in questo momento hai il potere di porre fine all’ingiustizia in cui è sprofondato il paese. Ti chiedo come figlio e in nome del Venezuela, che tu servi, di riflettere e fare quello che hai il dovere di fare”, è il contenuto dell'accorato video che Yibram ha reso pubblico il 26 aprile. “Condanno la brutale repressione da parte dei corpi di sicurezza della nazione della quale oggi sono stato vittima io, come pure lo è stato Juan Pablo Pernalete di 20 anni di età, studente universitario a cui hanno tolto la vita per colpa del terribile e inumano uso dei gas lacrimogeni. Avrei potuto essere io al suo posto”.

 

Per proteggersi molti guarimberos portano il casco da motociclista; per difendersi alcuni hanno iniziato a rispondere ai gas con i sassi. Con il casco da motociclista e mentre tirava un sasso è stata fotografata Caterina Ciarcielluti: una 44enne insegnate di fitness dal fisico scultoreo, che i media internazionali hanno subito trasformato in una icona glamour della protesta con il soprannome di “Mujer Maravilla”, il nome spagnolo di Wonder Woman. A un certo punto sono apparse le “Bombe Puputov”, caricate di escrementi. “Loro ci lanciano gas, noi rispondiamo con la merda”, è stato lo slogan. “L’opposizione ha armi biologiche di distruzione di massa vietate dalle leggi internazionali”, ha denunciato fantozzianamente la Inspectora General de Tribunales Marielys Valdéz.

“Guarimba” è chiamata l’intifada contro Maduro. Un ex ambasciatore: “Ormai la dittatura del regime è palese”

Il 4 maggio un gruppo di liceali ha abbattuto una statua di Chávez sulla piazza del municipio di Rosario de Perijá, nei pressi di Maracaibo. L’hanno sradicata e l’hanno sbattuta a terra fino a quando non si è ridotta in frantumi. Il 22 maggio ha preso fuoco Barinas, la città dove lo stesso Chávez era cresciuto. Uno studente 19enne era stato ucciso, e i manifestanti hanno risposto incendiando non solo gli edifici pubblici, ma anche una casa dove il defunto leader aveva abitato da adolescente. Il 31 maggio un altro gruppo di manifestanti che presidiavano una barricata ha ucciso il 37enne Nelson Moncada Gómez: non si sa se dopo aver riconosciuto in lui il giudice che aveva confermato la condanna di Leopoldo López, leader del partito oppositore “Voluntad Popular”.

 

Ormai il prigioniero politico più famoso del Venezuela, López si consegnò alla Guardia Nazionale Bolivariana il 18 febbraio del 2014, indossando una maglietta bianca. Condannato a 14 anni, è stato mandato ai domiciliari l’8 luglio. In memoria di quella maglietta e in contrapposizione al rosso dei seguaci del regime, la camicia bianca è oggi l’uniforme della “Guarimba”, e Caschi Bianchi sono anche quelli che sfoggia il servizio di pronto soccorso per manifestanti che è stato organizzato da un gruppo di studenti di medicina della Universidad Central de Venezuela. Tra le barricate è nato perfino un telegiornale. Con una sagoma di cartone, due telecamere e un paio di cellulari, El Bus Tv funziona da maggio sui mezzi pubblici di Caracas. I sei giornalisti che vi partecipano ogni giorno salgono su un bus, chiedono il permesso all’autista, si sistemano in mezzo a pendolari, girano video che poi finiscono su un apposito canale di YouTube, e leggono. Leggono quelle notizie che non possono più essere trasmesse dai 111 mezzi di informazione che in Venezuela la repressione e la censura del regime hanno costretto a chiudere negli ultimi 10 anni. Ultimissimo minacciato di chiusura: “Diario 2001”, contro cui Maduro ha fatto partire un procedimento per aver scritto che il 17enne Neomar Lander è morto di un impatto nel petto, e non perché gli è scoppiato un ordigno in mano come sostiene il governo. “C’è un pubblico che non viene informato su cosa sta succedendo”, spiegano i giornalisti di El Bus Tv. “Gente che non può accedere né a internet né ai social”. Presto, annunciano, nasceranno anche Plaza Tv e Metro Tv. “L’informazione è un diritto e noi continueremo a portarla in giro. Qui ci sono tanti ragazzi che non hanno mai visto un telegiornale”.

 

“Libertà è libertà di dire che due più due fa quattro” diceva Winston Smith, il ribelle del “1984” di George Orwell. E spesso i redattori della El Bus Tv si limitano a leggere qualche dato e qualche cifra. Anche i numeri, in un paese come il Venezuela, possono essere rivoluzionari. Per esempio, quelli che mostra al Foglio Alexander Guerrero: PhD a Londra, fellow a Oxford, professore di Economia all’Università Metropolitana di Caracas, consulente economico, esperto in econometria e discendente da italiani che erano venuti in Venezuela negli anni ’20 a coltivare caffè e a scampare la grande crisi. “Alla fine del XIX secolo il Venezuela era il paese più povero del continente americano. Nel XX secolo, grazie al petrolio, è diventato il paese col reddito pro capite più alto di tutta l’America latina. Nel XXI secolo, dopo 18 anni di Chávez e Maduro, sta per diventare di nuovo il paese più povero di tutto il continente. Non lo è ancora: Haiti è per il momento più in basso. Ma di questo passo entro quattro o cinque anni la supereremo. Probabilmente, anche prima”, spiega. Tira fuori un grafico, e poi un altro. “In genere a livello internazionale i media tendono a spiegare i problemi del Venezuela con la caduta dei prezzi del petrolio. Non è così”. I suoi assi cartesiani mostrano infatti come la produzione di greggio in Venezuela ha iniziato a crollare ben prima che cadessero i prezzi.

 

A un certo punto sono apparse le “bombe Puputov”, piene di escrementi. “Loro ci lanciano il gas, noi rispondiamo con la merda”

Sul perché ciò sia successo, una testimonianza la dà al Foglio Juan Fernández: un ex dirigente della società petrolifera di stato Pdvsa che dovette andare in esilio dopo essere stato uno dei dirigenti del grande sciopero del 2002-03. “Ero gerente corporativo degli affari internazionali di Pdvsa. Esperto della parte di pianificazione finanziaria e commerciale”, racconta. “Dopo che nel 2004 l’opposizione perse il referendum revocatorio, iniziarono a perseguitare coloro che avevano partecipato allo sciopero. Io sono stato imputato di tradimento alla patria, ribellione civile, istigazione a delinquere, delitti informatici”. Andò allora in Spagna: ma arrivò una richiesta di estradizione via Interpol che l'allora primo ministro Zapatero minacciava di concedere. Si spostò in Germania: ma lì ricevette minacce dagli ambienti chavisti. Si spostò a Curaçao: gli entrarono in casa, gli portarono via i cellulari e il laptop. “E' un agente della Cia”, continuava a protestare il locale consolato venezuelano. “Ho dovuto lasciare un incarico di direttore alla raffineria e sono andato a Miami”, conclude. “Ma neanche là nessuno vuole più darmi da lavorare nel settore dell’industria petrolifera, per timore di vedersi togliere contratti dal governo di Caracas per rappresaglia. Adesso sono consulente di impresa in affari commerciali, ma non in campo petrolifero”.

 

Spiega Fernández: “Quel che sarebbe avvenuto in tutto il Venezuela iniziò nella Pdvsa. Tra 2002 e 2003 Chávez licenziò più di 23.000 lavoratori, smantellando l’industria petrolifera nazionale. Oggi la Pdvsa riempita di chavisti è un’impresa inefficiente in caduta continua di produzione, con un problema finanziario molto significativo e senza il capitale umano per poter attendere le esigenze di produzione, raffinazione e commercializzazione del petrolio in un Paese come il Venezuela. In più è un’impresa segnalata come corrotta, molti dirigenti sono sotto inchiesta negli Stati Uniti. Perfino Rafael Ramírez, già presidente di Pdvsa e ministro, è accusato di una quantità di truffe e negozi malavitosi”. Nell'analisi di Guerrero, “fin quando il prezzo è alto, il problema non si evidenzia. Il calo della produzione è appunto compensato da questo aumento dei prezzi, che potrebbe anche permettere di ripristinare la capacità produttiva con adeguati investimenti. Ma il governo venezuelano ha invece preferito destinare tutte le risorse al consumo di stato, per coltivare il consenso sia all’interno che all’estero. Questo consumo di stato è cresciuto a una velocità maggiore di quanto non crescessero le entrate, e già nel 2011 il sistema bancario internazionale ha smesso di prestare al governo venezuelano e alla società petrolifera Pdvsa. Nel 2012, proprio mentre Chávez moriva, si è prodotta una grave crisi della bilancia dei pagamenti. Dal 2013 si è aggiunta una grave crisi fiscale”.


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Conviene Fernández: “Nel 2008 i prezzi del petrolio arrivarono a 140 dollari al barile, e quei prezzi il regime riusciva a celare le inefficienze. Come disse una volta David Rockfeller, la prima impresa più redditizia del mondo è una compagnia petrolifera bene amministrata; la seconda impresa più redditizia del mondo è una compagnia petrolifera male amministrata”. Il Venezuela è il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo. Ma la gran parte è costituita da greggio pesante della Faja dell’Orinoco, la cui estrazione e processamento sono molto cari. “Per farlo fruttare”, dice Fernández, “ci vorrebbero grandi investimenti che non sono stati fatti. Quando il prezzo del petrolio ha iniziato a cadere per via del boom del fracking e dello shale oil, l’eccesso di offerta sulla domanda che si è creato ha reso il petrolio del Venezuela non più competitivo”.

 

Nel 2016 la popolazione, a causa della crescente mancanza di cibo, ha perso una media di otto chili di peso pro capite

Gran finale: “Il Venezuela da esportatore di benzina verso la costa del Golfo degli Stati Uniti ne è oggi divenuto importatore. E importa anche greggio leggero, perché la sua produzione in Venezuela è diminuita drammaticamente, e ve ne è invece bisogno in grande quantità per poter diluire il greggio extra-pesante della Faja per raffinarlo”. Secondo Fernández, però, anche se il regime fosse riuscito a mantenere un minimo di efficienza produttiva il Venezuela se la sarebbe comunque vista male per via di scelte strategiche scellerate imposte dall'ideologia. “La politica di non voler più rifornire il mercato statunitense – che pagava molto bene – per puntare invece verso i mercati di Cina e India, dove il petrolio mediorientale è molto competitivo, è folle. Per non parlare delle enormi quantità di petrolio che sono state regalate in America Latina per esportare la Rivoluzione”.

 

Solo a Cuba e solo tra 2006 e 2015 è stato mandato greggio per 26 miliardi di dollari: in cambio di un “pagamento in natura” in servizi di sport, cultura, sanità ed educazione che sono servizi al regime venezuelano a mantenere un consenso clientelare, senza costruire un vero welfare sostenibile e al servizio di tutti i cittadini. Secondo l’analisi di Pablo Medina, un ex guerrigliero degli anni 60 che oggi è un dirigente della sinistra radicale antichavista, “l’ordine di non votare più” sarebbe arrivato proprio da Cuba, apposta per salvaguardare questo sussidio petrolifero. “Dopo la sconfitta dei chavisti alle elezioni dell’Assemblea Nazionale il governo cubano ha ordinato che non ci fossero più elezioni, e non si è votato più”. “Non solo hanno fatto slittare il referendum revocatorio e le elezioni dei governatori: sono saltate le elezioni sindacali, quelle studentesche, perfino quelle per i concorsi di bellezza. Non vogliono che si voti più, se non con un tipo di sistema alla cubana che assicuri ai chavisti la vittoria. Come quello utilizzato per questa Costituente”.

 

Altri grafici di Guerrero ci mostrano il cambio parallelo del dollaro decollare già nel 2014 fino a 25.000 bolívar, e la contrazione dell’economia confrontata agli andamenti del prezzo del petrolio. “Ereditato un paese in bancarotta, invece di abbassare le spese per stabilire un livello di equilibrio Maduro le ha aumentate ulteriormente, finanziandole con il denaro stampato dalla Banca centrale. E invece di indicizzare i salari, ha cercato di tenere i prezzi sotto controllo, facendo nel contempo sparire ogni informazione ufficiale sul loro andamento”. Così, in un paese dove fino al 2007-08 il reddito pro capite era intorno ai 12.000 dollari l’anno, adesso è precipitato a 3.000, e il salario minimo è di 20 dollari al mese. “L’impoverimento è arrivato a livelli tali che c’è fame, e sempre più gente per mangiare si è ridotta a frugare nei bidoni della spazzatura”.

 

Il Venezuela sta per tornare il paese più povero dell’America latina, ci spiega un esperto. Il salario minimo è di 20 dollari al mese

“Da qui viene il problema politico che stiamo vivendo. Compresa un’esplosione di violenza dovuta alla mancanza di una prospettiva di soluzione politica. Non essendoci più riserve, e non essendovi prospettiva di averne di nuovo almeno per altri 10-15 anni, il Venezuela non ha altra soluzione che cercare un accordo finanziario con il Fmi, di cui però non stiamo rispettando alcuna obbligazione. Per avere un minimo di possibilità di trattativa ci vorrebbe un nuovo governo che si impegni a fare alcune grandi riforme economiche. Innanzitutto una riforma monetaria: una dollarizzazione, o per lo meno un regime che impedisca al governo di stampare moneta. Poi una riforma fiscale: bisogna privatizzare tutte le imprese dello stato. Gran parte della crisi fiscale si è prodotta perché lo stato ha iniziato a comprare, statalizzare ed espropriare imprese private. Molte allora se ne sono andate, molte altre hanno chiuso, e alla fine il paese si è decapitalizzato”.

 

La pietra tombale è il grafico che mostra la scomparsa dell’investimento straniero. “Un paese senza investimento straniero”, conclude Guerrero, “è finito”. Per reperire un minimo di liquidità Maduro sta svendendo gli ultimi gioielli di famiglia. A Goldman Sachs ha dato bond di Pdvsa del 2014 in scadenza nel 2022 per un valore di 2,8 miliardi in cambio di appena 865 milioni: un ribasso del 69 per cento, e i bond sono stati subito girati a hedge funds. E adesso sta cercando da piazzare a Wall Street bond del Banco Central de Venezuela con un ribasso dell'80 per cento. “I bond della fame”, li hanno già ribattezzati.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    31 Luglio 2017 - 08:08

    Sul Venezuela cronaca spicciola ,tutte chiacchere a vuoto su gli scontri e un morto qui uno là. Eppure dietro ai giovani che si fanno ammazzare c'è chi vuole mettere le mani nell'immenso giacimento petrolifero che è là sotto . La solita Cia.Forse.

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  • guido.valota

    30 Luglio 2017 - 12:12

    Sarà per tutto questo bel fallimento e per la repressione sfacciata e sanguinosa che la sinistra mondiale si spella le mani ad applaudire il compagno Maduro? E chi complotta aizzando contro i poveri comunisti di Maduro? Ma gli USA naturalmente, e chi se no, e ad aggirarsi tra forum e blog de sinistra i sinceri democratici col culo riscaldato dal capitalismo occidentale ti spiegano anche come la CIA costringa milioni di venezuelani a votare contro Maduro e a manifestare per strada facendosi sparare.

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  • guido.valota

    30 Luglio 2017 - 12:12

    Sarà per tutto questo bel fallimento e per la repressione sfacciata e sanguinosa che la sinistra mondiale si spella le mani ad applaudire il compagno Maduro? E chi complotta aizzando contro i poveri comunisti di Maduro? Ma gli USA naturalmente, e chi se no, e ad aggirarsi tra forum e blog de sinistra i sinceri democratici col culo scaldato dal capitalismo occidentale ti spiegano anche come la CIA costringa milioni di venezuelani a votare contro Maduro e a manifestare per strada facendosi sparare.

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