Paradosso liberale nella politica inglese

Tutti pazzi per la nuova via di Macron, ma i partiti in Regno Unito convergono su più stato e meno rimpianti per la Brexit

Theresa May

Theresa May in campagna elettorale (foto LaPresse)

Milano. La settimana della presentazione dei manifesti elettorali s’è conclusa, nel Regno Unito, con un sospiro di sollievo visto che persino gli autori di questi testi elaborati sanno che gli elettori non sono molto interessati al puntiglio dottrinario. Ora si riparte per la campagna elettorale – brevissima, si vota l’8 giugno – con i bus e con le visite strategiche nelle città “swing” che quest’anno sulla carta sono moltissime, visto che Theresa May, il premier conservatore, ambisce a stracciare il Labour, cacciandolo anche dai bastioni storici e simbolici, come Liverpool per dire. Non si sa se ce la farà, lo staff della May inizia a temere che troppa baldanza rischi di annoiare i suoi elettori e di scatenare quelli degli altri, ma l’opposizione è davvero misera in termini di idee e di proposte. Anzi, come sottolinea l’Economist in edicola, ci sono alcune convergenze che finiranno per rafforzare la May: se proprio dobbiamo votare alcune misure simili, meglio consolidare il potere della più forte, diranno molti elettori – senza entusiasmo certo, ma quello non viene misurato quando il voto è nell’urna. Mentre i sondaggisti rilevano che il rimpianto per la Brexit si è molto ridotto, e che anzi parecchi “remainers” oggi dicono che l’uscita è inevitabile ed è meglio gestirla bene piuttosto che sognare inutilmente di ribaltarla, le proposte elettorali di Tory, Labour e Lib-Dem presuppongono tutte un nuovo interventismo statale, non della stessa intensità, ma comunque molto marcato.

    

Mentre la questione del deficit è uscita dalle ossessioni elettorali (nel 2010 e nel 2015 non si parlava d’altro), il Labour propone un aumento della spesa finanziato da un aumento consistente delle tasse sulle aziende e sui redditi più elevati (che non sono elevatissimi, 80 mila sterline l’anno), un programma di rinazionalizzazione – a cominciare dalla Royal Mail e dalle ferrovie – senza troppa attenzione alla copertura di questi investimenti: del resto si tratta del manifesto più sinistrorso dalla famigerata “lettera di suicidio più lunga della storia” di Michael Foot, nel 1983. I Tory naturalmente sono meno radicali, ma comunque la May toglie dalle sue proposte elettorali le promesse cameroniane su pensioni e tasse, presupponendo un intervento dello stato più alto. Questo è in linea con la retorica del premier e del suo staff – non dite “mayismo” però, perché oltre a essere un brutto termine infastidisce la May – che ha abbandonato il rigore liberale del suo predecessore per introdurre “correzioni” a favore dei più deboli – e dare l’assalto a quella classe lavoratrice che pare non fidarsi più del suo partito di riferimento, il Labour. I liberaldemocratici si collocano nel mezzo, come è loro natura, sia sulle tasse sia sulle spese, anche se in questo momento sono preoccupati perlopiù di ritrovare lo slancio perduto: sono scesi sotto il 10 per cento dei consensi, c’è una rivolta interna contro il leader, Tim Farron, considerato troppo poco carismatico, in un momento in cui in realtà, tra i vari radicalismi, ci sarebbe un ampio spazio per rilanciare una formula liberale ed europeista.

      

Il paradosso della politica inglese in questo momento è proprio qui, ed è per questo che molti commentatori dicono che questa campagna elettorale affrettata e vissuta all’insegna di una cavalcata trionfale della May cambierà profondamente la faccia del Regno Unito: c’è una convergenza verso un maggior interventismo statale e verso la Brexit, e non esiste una forza d’opposizione reale. Ci sarebbe spazio per una forza liberale ed europeista, à la Macron. I Lib-dems erano all’origine i candidati naturali di questo posizionamento, ed è per questo che ci sono stati contatti tra il team del presidente francese e quelli di Farron e di Nick Clegg, ex leader del partito, ma l’offensiva si è molto ridotta. I giornali inglesi sono pieni di retroscena sulla possibilità di un nuovo partito attorno all’idea blairiana di un centro muscolare, liberale ed europeista: si aspetta soltanto la sconfitta del Labour per partire. Ma i blairiani smorzano voci ed entusiasmo, il sistema elettorale inglese non premia i partiti nuovi (non lo fa nemmeno quello francese, eppure) e nel Regno Unito non si intravvede il coraggio di un Macron.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    21 Maggio 2017 - 12:12

    Dopo Blair dagli altari alle polveri ,la politica inglese è caduta molto in basso con macchiette come Milliband o peggio Corbyn . Gli inglesi hanno scelto Brexit ma sono sottoposti ad un infido bombardamento europeo e incerti memori di un lontanissimo e vago ricordo di Margaret si aggrappano a Theresa che in un modo tutto suo è tosta.

    Report

    Rispondi

Servizi