Se pensavate che la Brexit fosse un negoziato complesso, ora lo è un po' di più

Per la Corte europea di giustizia alcuni ambiti degli accordi commerciali vanno ratificati dalle singole assemblee nazionali e regionali degli stati membri. I tempi del divorzio con Londra rischiano di allungarsi

Luca Gambardella

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La Corte di giustizia europea complica ancora di più i negoziati sulla Brexit

La sede della Corte europea di Giustizia a Lussemburgo

Roma. L’intenzione dei 27 paesi dell'Ue di restare compatti nel corso dei negoziati sulla Brexit e sul successivo accordo commerciale con Londra potrebbe essere a rischio per via di un parere vincolante emesso ieri dalla Corte di giustizia europea. I giudici di Lussemburgo, con una decisione considerata la più importante degli ultimi 20 anni in tema di politica commerciale, hanno chiarito che solo alcuni settori disciplinati dai trattati di libero scambio conclusi da Bruxelles con paesi terzi rientrano tra le competenze esclusive dell'Ue. Altri ricadono invece nella sfera degli stati nazionali e richiedono quindi un'approvazione unanime da parte dei 27. Il parere della Corte si riferisce in particolare all'accordo commerciale con Singapore, siglato nel 2013 e che ora, in base a questo parere, dovrà essere votato dalle 38 assemblee nazionali e regionali dell'Ue per essere ratificato. Ma l'attenzione generale è catalizzata ovviamente sull'impatto che il parere avrà sia sulla Brexit sia sulla conclusione di futuri accordi di libero scambio da parte dell'Ue.

 

La reazione di Bruxelles è stata cauta. Un portavoce del presidente della Commissione europea ha twittato che il parere è "benvenuto" ma che la situazione andrà "analizzata con attenzione insieme ai paesi membri e al Parlamento". I motivi per preoccuparsi sono parecchi, perché tra le materie che invece ricadono tra le competenze nazionali rientrano settori per nulla secondari, come quelli degli investimenti non diretti e la risoluzione delle controversie commerciali. L'impatto sulla Brexit potrebbe essere notevole, allungando di molto l'iter di conclusione di un accordo di libero scambio con Londra, perché l'approvazione delle varie assemblee dei paesi membri richiederà molto tempo. "Non è una buona notizia in vista della Brexit.

 

Le competenze dei singoli stati europei sono ancora notevoli. Si pensi ad esempio alla questione della risoluzione delle controversie commerciali", spiega al Foglio Angela Del Vecchio, docente di Diritto dell'Unione europea alla "Luiss Guido Carli". "Per la Corte questi sono accordi cosiddetti misti, con competenze divise tra istituzioni europee e nazionali: tra l'altro quello con Singapore non è nemmeno uno tra i più importanti. Quello col Regno Unito sarà ancora più ampio e complesso", dice Del Vecchio. In entrambi i casi si parla di accordi definiti 'di ultima generazione', perché oltre a includere regole sull'abbattimento dei dazi, disciplinano anche questioni di proprietà intellettuale, investimenti e appalti.

 

Il parere dei giudici di Lussemburgo rappresenta anche un messaggio politico. "La Corte di giustizia europea ha voluto mandare un promemoria al Regno Unito: faremo l'accordo commerciale, ma su alcuni settori l'Ue non potrà negoziare a nome dei 27", dice Del Vecchio. "Il processo della Brexit è stato sottovalutato: si tratta di un negoziato di una complessità senza precedenti, nel corso del quale Bruxelles dovrà confrontarsi continuamente con i singoli paesi membri già durante le trattative. Se si pensa a quanto fu tribolata l'approvazione del Trattato di Lisbona si ha un'idea di quanto sia complicato oggi arrivare a un'intesa con il Regno Unito".

 

Quello che allarma l'Ue è il rischio che il fronte europeo perda la compattezza dimostrata finora e che si sfaldi nel corso dei negoziati. Per Bruxelles la priorità è evitare che si ripeta un nuovo caso Ceta, l'accordo di libero scambio concluso col Canada al termine di un processo di ratifica estenuante, bloccato a lungo dall'intransigenza della piccola assemblea parlamentare della Vallonia. "Gli altri 27 paesi dell'Ue ancora non lo sanno, ma i britannici possono promettere questo a un paese A, quest'altro a un paese B e qualcos'altro a C in modo che alla fine della partita non ci sia un fronte europeo unito", aveva profetizzato lo scorso febbraio il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Il timore di Bruxelles è che, al di là degli appelli della cancelliera tedesca Angela Merkel a "marciare uniti", siano proprio le regole europee a sancire che nelle trattative con Londra i ranghi difficilmente restino serrati a lungo.

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