L'Ecuador verso il ballottaggio per il dopo Correa

L'esito (ancora non definitivo) del voto conferma il riflusso dell’”ondata a sinistra” latino-americana. Lenin Moreno, delfino del presidente uscente, è il favorito, ma la divisione dell'opposizione rende tutto imprevedibile

L'Ecuador verso il ballottaggio per il dopo Correa

Lenin Moreno (foto LaPresse)

L’Ecuador del dopo-Rafael Correa va probabilmente al ballottaggio, tra il Lenin erede dello stesso Correa e il banchiere Guillermo Lasso. Per vincere al primo turno, in alternativa al 50 per cento più uno ci vuole infatti almeno il 40 per cento, con un distacco di almeno 10 punti sul secondo classificato. Ma due exit poll su tre hanno confermato quel ballottaggio tra Lenín Moreno e Guillermo Lasso già indicato da quasi tutti i sondaggi, e quello era anche il responso del Consiglio Nazionale Elettorale dopo lo scrutinio ufficiale del 79,5 per cento dei voti. Moreno, già vicepresidente di Correa dopo il suo primo mandato e candidato per la sua Alianza Pais (che significa Paese ma è anche l’acronimo di Patria Alterntiva e Sovrana), sta infatti al 38,5 per cento, contro il 28,54 di Guillermo Lasso. Quest’ultimo, ex-ministro dell’Economia, è proprietario di quel Banco de Guayaquil che è uno dei più importanti istituti creditizi dell’Ecuador, ed è fondatore di quel Movimiento Creando Oportunidades (Creo) con cui già nel 2013 arrivo secondo dopo Correa, con il 22,68 per cento dei voti, contro il 51,17 dell’allora vincitore. Nel suo programma ci sono la creazione di un milione di posti di lavoro, l’eliminazione delle 14 imposte create da Correa negli ultimi anni, l’abolizione di quella Ley de Comunicaciones che l’opposizione giudica liberticida e anche l’espulsione di Assange dall’ambasciata di Londra, oltre che una revisione drastica delle intense relazioni che Correa ha stabilito con Cina e Venezuela. In queste elezioni è presentato da una Alleanza per il Cambio in cui sta anche il movimento Suma del sindaco di Quito Mauricio Rodas.

 

A dispetto del nome radicale impostogli 64 anni fa da genitori comunisti, Lenín Moreno si presentava invece sì come erede della “Rivoluzione Cittadina” di Correa – che ha deciso di non provare a correre per un terzo mandato e di andarsene invece a stare per un po’ in Belgio, il Paese di sua moglie –, ma è più moderato, senza gli scatti di ira e l’autoritarismo che in Correa erano un tratto caratteriale prima ancora che ideologico. Moreno si è detto inoltre disponibile a dialogare con gli oppositori: un presidente dalla “mano aperta”. D’altra parte, anche la sedia a rotelle in cui è costretto da quando nel 1998 due rapinatori gli spararono alla schiena non gli dà il physique du rôle dell’autocrate. In questo momento quella “mano aperta” l’ha però convertita per sua ammissione in “dita incrociate”, nell’attesa dei risultati della Provincia di Manabi e degli ecuadoriani all’estero, dove secondo lui sarebbe a sua favore un distacco tale da sperare di raggiungere su scala nazionale il 40 per cento necessario per vincere al primo turno. Se no, la maggior parte dei sondaggi indica una vittoria di Lasso, anche se la divisione dell’opposizione rende tutto imprevedibile.

 

Terza con il 16,31 per cento dei voti è arrivata Cynthia Viteri: una giornalista televisiva che corre per lo storico Partito Social Cristiano. Anche lei si colloca sul centro-destra come Lasso, e anche lei vuole creare impieghi e togliere imposte, oltre a chiedere un’inchiesta sui contratti di opere pubbliche dei governi di Correa. Ha detto che farà convergere i suoi voti su Lasso. Quarto con il 6,83 Paco Moncayo: un ex-generale eroe della guerra contro il Perù del 1996 ed ex-sindaco di Quito. Nel suo Accordo Nazionale per il Cambio ci sono 18 partiti storici di sinistra e centro-sinistra, dai socialdemocratici della Sinistra Democratica agli indigenisti di Pachakutik passando per comunisti, post-comunisti e liberali di varie sfumature. Ideologicamente sarebbe più vicino a Moreno, ma la gran parte dei partiti che lo appoggiano sono ex-alleati di Correa che dopo aver rotto con lui hanno sviluppato verso il presidente uscente un’ostilità fortissima. Quindi ha detto che al secondo turno non voterà nessuno. Altri quattro candidati minori stavano tutti assieme attorno all’8 per cento.

  

Al di là di quello che sarà il risultato finale, il ridimensionamento del partito di Correa conferma il riflusso dell’”ondata a sinistra” latino-americana che ha già visto l’elezione di Macri alla presidenza argentina, la vittoria dell’opposizione alle legislative in Venezuela, la destituzione di Dilma Rousseff in Brasile, l’elezione di Kuczynski in Perù, la sconfitta di Evo Morales al referendum costituzionale indetto in Bolivia. “È finita la dittatura di un partito stile Venezuela!”, ha proclamato Lasso nel chiedere l’appoggio degli altri candidati. Tuttavia Correa ha dimostrato di mantenere un discreto capitale di simpatia politica che ha potuto lasciare in eredità a Moreno. Nei 10 anni che ha governato può vantare a suo favore la riduzione della povertà dal 37,6 per cento del 2006 al 23,3 del 2015; la riduzione della disuguaglianza; la costruzione di scuole, ospedali, strade e infrastrutture in genere. Autoritarismo a parte, comunque meno pesante che in Venezuela, Nicaragua o Bolivia, l’Ecuador però è ora in crisi, per la concomitanza tra crollo dei prezzi del petrolio e rafforzamento di quel dollaro che Correa ha mantenuto come valuta, e che penalizza l’export non petrolifero. In più c’è il contraccolpo dello scandalo Odebrecht, che durante i mandati di Correa avrebbe pagato mazzette per 33 milioni di dollari in cambio di appalti. Sono 12 in America Latina e anche in Africa i Paesi coinvolti nelle indagini sul gigante delle costruzioni al centro della Tangentopoli brasiliana, ma è l’Ecuador il primo di questi in cui si è andati al voto.

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