“E’ terrorismo intellettuale”, ci dice Ménard, accusato di islamofobia

Due associazioni antirazziste portano a processo il sindaco di Béziers. Le frasi incriminate e le reazioni della Parigi multiculturalista

islamofobia

Un musulmano in preghiera legge il Corano (foto LaPresse)

Roma. Da quando è stato eletto sindaco di Béziers con l’appoggio del Front national, Robert Ménard è stato estromesso dal novero dei “presentabili”, i suoi vecchi compagni della Ligue communiste révolutionnaire (Lcr) lo accusano di apostasia, e assieme al polemista réac Eric Zemmour si contende il primato di uomo più processato di Francia. “Ho perso il conto delle cause che mi sono state intentate”, dice al Foglio Ménard. L’ultima viene dalla Licra, associazione antirazzista notoriamente vicina al Partito socialista, e dal Mrap, il Mouvement contre le racisme, che il prossimo 8 marzo sperano di vederlo condannato per provocazione diretta alla discriminazione, all’odio o alla violenza contro i musulmani. “Sono manifestamente al centro di un accanimento giudiziario. Non sono mai stato condannato su questi temi, ho vinto tutte le cause e vincerò anche questa, perché ho soltanto descritto la realtà”, dice Ménard. Le frasi che hanno spinto le due associazioni antirazziste a trascinarlo davanti al giudice risalgono all’inizio di settembre. Il primo del mese, Ménard scrive così su Twitter: “#Rientroscolastico: la prova più eclatante della grande sostituzione di popolazione in atto. E’ sufficiente dare uno sguardo alle vecchie foto di classe…”. La seconda frase incriminata è pronunciata dal sindaco di Béziers durante un’intervista sul canale televisivo Lci. “In una classe del centro storico della mia città, il 91 per cento dei bambini è musulmano. E’ chiaramente un problema. Ci sono delle soglie di tolleranza”.

 

Teheran sul fiume Amstel

Uccisi, fuggiti, processati, censurati: la condanna di Wilders mette fine all’irriverenza olandese sull’islam iniziata con Theo van Gogh. Che fine hanno fatto i dieci corsari

 

E’ bastato questo, un richiamo all’espressione “Grand remplacement” dell’intellettuale reazionario Renaud Camus e la comunicazione delle quote di bambini di confessione musulmana presenti in un istituto di Béziers, per scatenare l’indignazione del mondo progressista e la gogna mediatica della stampa islamofila. “La Parigi multiculturalista, oggi, grida allo scandalo perché sono io a parlare di ‘seuils de tolérance’, nessuno invece osò criticare Mitterrand quando pronunciò la medesima formula a proposito dell’immigrazione”, dice Ménard. Così come nessuno alzò il dito quando negli anni Ottanta era George Marchais, allora segretario generale del Partito comunista francese, a dichiarare che bisognava “fermare l’immigrazione” e che la presenza di “lavoratori e famiglie con tradizioni, lingue e modi di vivere differenti rende difficile le loro relazioni con i francesi”. Insomma, c’è chi può e chi non può toccare certe tematiche, soprattutto quando di mezzo c’è l’islam, su cui in Francia sembra impossibile dibattere in maniera serena. “E’ terrorismo intellettuale, in Francia non vengono più accettate opinioni diverse dal discorso dominante”, si lamenta il sindaco di Béziers.

Quella contro Ménard è una caccia all’uomo che è iniziata nel 2014, quando è stato plebiscitato dai cittadini di Béziers, ma per la sua vicinanza a certe idee del Front national e ai milieu intellettuali della destra sovranista è stato bollato come “neofascista” dai salotti di Parigi (il Nouvel Obs gli dedicò un dossier, infilandolo tra i “néo-fachos”, accanto a Ivan Rioufol, Richard Millet e Alain Finkielkraut). Nell’ottobre del 2015 denunciò la presenza di troppi ristoranti kebab nel centro storico della sua città, parlando di “grande sostituzione culinaria” che andava rapidamente arrestata, e a Parigi Libération titolò contro l’“islamophobe” Ménard. A novembre, per le edizioni Pierre-Guillaume de Roux, Ménard ha pubblicato “Abécédaire de la France qui ne veut pas mourir”, un manuale di resistenza culturale, in forma di abbecedario, destinato a quella Francia profonda che non vuole morire sacrificata sull’altare del multiculturalismo. “Abbiamo così tanta paura di essere accusati di islamofobia che non osiamo dire nulla sull’islam”, ha attaccato Ménard. Che per le presidenziali del 2017 spera in una vittoria di François Fillon, in un sussulto della France éternelle.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • fabrizia.lucato

    23 Dicembre 2016 - 18:06

    C'era una volta la Chiesa Cattolica, che decideva come si doveva pensare e cosa pensare. Chi non obbediva era un eretico e veniva bruciato sul rogo. C'era un volta l'Unione Sovietica, con i suoi capi che decidevano come si doveva pensare e cosa pensare. Chi non obbediva era un controrivoluzionario e veniva fucilato o spedito nel gulag. C'era una volta l'élite occidentale di sinistra, che decideva come si doveva pensare e cosa pensare. Chi non obbediva, veniva tacciato di razzista, omofobo, islamofobo e populista e veniva processato e condannato alla gogna mediatica. Fuor di favola, è sconcertante che quelli che adesso si stracciano le vesti contro i "populisti" sono gli stessi che se le stracciano regolarmente contro la Chiesa Cattolica ma erano ciechi davanti ai crimini dell'Unione Sovietica di cui peraltro ripetono oggi gli schemi mentali. Mah. Niente di nuovo sotto il sole: chi ha il potere in un certo momento storico, lo usa per promuovere la propria visione del mondo.

    Report

    Rispondi

  • a.armaroli

    23 Dicembre 2016 - 14:02

    Con i nostri campioni domestici del pensiero arriveremo presto; supereremo i maestri di pelosità.

    Report

    Rispondi

Servizi