Il premio Sakharov a due schiave yazide dell'Isis: "Salvateci come avete fatto con gli ebrei"

"Promettete di non lasciare commettere ancora simili atrocità e che questi criminali saranno perseguiti”, chiedono Nadia e Lamiya all'Europarlamento

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar, vincitrici Premio Sacharov 2016

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar, vincitrici Premio Sacharov per la libertà di pensiero 2016 (foto LaPresse)

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar, attiviste per i diritti della comunità yazida in Iraq e sopravvissute alla schiavitù sessuale dello Stato islamico, hanno ricevuto martedì dal Parlamento europeo il premio Sakharov. Il riconoscimento dedicato allo scienziato e dissidente sovietico Andrei Sakharov, viene assegnato dall’Ue a chi si distingue nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La scelta di premiare le due donne è un monito all’Europa, hanno detto in Parlamento le due donne durante la cerimonia, a non commettere crimini come quelli che la loro comunità ha sofferto ed è un’esortazione a portare i leader del gruppo jihadista davanti alla giustizia internazionale.

 

 

“Vi esorto a promettere che non lascerete mai più commettere simili atrocità e che questi criminali saranno perseguiti”, ha dichiarato davanti agli eurodeputati Lamia Haji Bashar. Appena diciottenne, Bashar è stata sfigurata da una mina durante la fuga dal Califfato. Martedì ad accompagnarla all’Europarlamento c’era anche il fratello più piccolo, ritrovato solo il giorno prima. La sua compagna di classe Nadia Murad, 23 anni, ha chiesto l'istituzione in Iraq di aree protette dalla comunità internazionale con la partecipazione del governo iracheno e dei governi cantonali del Kurdistan. “Se il mondo non è in grado di proteggerci sulla nostra terra, invito voi europei ad aprire le porte per fornire un riparo ai 500 mila yazidi dell'Iraq e di organizzare una migrazione come quella che ha seguito l’Olocausto”, ha chiesto Murad.

 

Il mondo si è accorto del genocidio degli yazidi

Le persone che più concretamente fuori e dentro del Kurdistan iracheno si impegnano a questa causa continuano a sottolineare una sproporzione forte fra i riconoscimenti simbolici e i fatti.

  

Le due donne yazide si sono imposte su altri due candidati finalisti: il giornalista turco Can Dündar, arrestato dal governo di Ankara e oggi in esilio, e il leader del movimento dei tartari di Crimea, Mustafa Dzemilev, ex sovietico dissidente e parlamentare ucraino, noto per le sue battaglie non violente.

 

  

Murad e Bashar erano diventate portavoce della comunità yazida – minoranza etnico-religiosa di lingua curda, perseguitata dagli uomini del Califfato – dopo essere state rapite e costrette alla schiavitù sessuale dai miliziani dello Stato islamico. Secondo i leader della comunità fino a 3.000 donne yazide sarebbero ancora nelle mani dei jihadisti. “Nessun dubbio che Daesh (l’acronimo arabo per Stato islamico, ndr) sia impegnato in un genocidio di massa”, ha ribadito Nadia Murad, che ha voluto ringraziare la Germania per l’asilo dato ai molti profughi yazidi che sono fuggiti dalla persecuzione.

 

Nadia Murad e il rumore delle star impegnate in medio oriente

Cara Annalena B., vorrei aggiungere qualche osservazione al tuo pezzo di ieri su Nadia Murad e sui gatti di Mosul e tutto il resto. Intanto per dire a te e a tutti che il 30 ottobre, nel contesto di un congresso di Radicali italiani, ci sarà una sessione dedicata a yazidi e cristiani in Iraq, cui parteciperanno Rami Nakhla, Nareen Shammo, Abdul Astepho, Francesca Paci ed Emma Bonino.

 

Nadia Murad, che a settembre è stata nominata ambasciatrice alle Nazioni Unite, sta lavorando anche per il riconoscimento del genocidio degli yazidi. “Dobbiamo combattere contro il terrorismo, drenare le sue fonti e lavorare con la comunità musulmana in tutto il mondo, in modo che possa modificare gli insegnamenti dell'islam e trasformare le moschee in luoghi di misericordia e pace, senza estremismo”, ha dichiarato.

 

  

Le due giovani hanno espresso la speranza che il premio Sakharov contribuisca a cambiare la percezione dei rifugiati da parte dei cittadini europei. “La vostra lotta è la nostra lotta”, ha assicurato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. “Siamo una comunità democratica in una parte protetta di questo mondo e, a volte, non diamo abbastanza protezione a queste persone: è un peccato insopportabile".

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