Giovanni Paolo II con Fidel Castro nel 1998 (foto LaPresse)

Fidel, il Líder Maximo che ha perseguitato i cristiani finché ha potuto

Matteo Matzuzzi

Dietro gli incontri ufficiali con i Papi e le strette di mano, Fidel Castro è stato uno spietato tiranno anche con i cristiani

Roma. L’ultima volta che Fidel Castro ha incontrato il Papa risale a poco più di un anno fa. Era settembre e Francesco, prima di mettere piede negli Stati Uniti, aveva deciso di fare tappa a Cuba. Trenta minuti di colloquio a casa del dittatore in pensione, al termine della messa che era stata celebrata nella piazza della Rivoluzione dell’Avana. Il clima, raccontò Padre Federico Lombardi, all’epoca direttore della Sala stampa vaticana, era stato cordiale e informale. Francesco aveva donato a Fidel due libri di Alessandro Pronzato sull’umorismo e la fede, alcuni cd del gesuita Armando Llorente, morto nel 2010 e professore di Castro quando quest’ultimo aveva studiato dai gesuiti, una copia dell’enciclica Laudato Si' e una dell’esortazione Evangelii Gaudium. Da parte sua, l’anziano Líder Maximo in tuta Adidas aveva contraccambiato con il volume “Fidel e la religione”, di Frei Betto. Temi dell’incontro: difesa dell’ambiente e attualità.

 

Il Papa, nel suo primo discorso in terra cubana aveva espresso i suoi “sentimenti di speciale considerazione e rispetto a Fidel”. Mossa diplomatica e di cortesia e nulla di più, ma che aveva creato malumore tra le file dei dissidenti. Tre anni prima, nel 2012, fu Benedetto XVI a incontrare Fidel: nessuna visita a domicilio, ma un incontro in nunziatura. Castro chiese consiglio a Ratzinger su quali libri leggere per passare il tempo e in seguito al viaggio del Pontefice sull’isola caraibica, fu ripristinato il Venerdì Santo come festa civile.

 

 

Di certo, però, l’incontro rimasto nella storia è quello del 1998, quando Castro ancora tiranno incontrastato di Cuba accolse ai piedi della scaletta dell’aereo l’anziano Giovanni Paolo II, che a tutti i costi aveva voluto visitare l’isola della Revolución. La frase simbolo del viaggio fu quella pronunciata da Karol Wojtyla appena atterrato: “Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”. Giovanni Paolo II aveva chiesto – oltre alla fine del pluridecennale embargo statunitense – più libertà per il popolo e per la chiesa. Fidel rispose ripristinando il Natale come festa civile e concedendo qualche spazio di manovra e azione alla chiesa, pur sotto il ferreo e mai messo in discussione controllo delle autorità statali. In tutte e tre le tappe, fondamentale è stato il contributo di cucitura e pazienza del cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana e da pochi mesi a riposo per raggiunti limiti d’età. La sua strategia si è basata per oltre trent'anni nel dialogo con il governo, anche a costo di ricevere critiche dalla comunità cristiana in patria e all'estero. Il successo maggiore è stato l'accordo con gli Stati Uniti, propiziato anche dal ruolo silenzioso del cardinale Pietro Parolin, segretario di stato vaticano.

 

Ma dietro gli incontri ufficiali, i doni, gli abbracci e i calorosi saluti, la storia racconta di un dittatore spietato con le opposizioni e con i cristiani. Un anno fa, pochi giorni dopo il viaggio di Francesco sull’isola, AsiaNews, portale del Pontificio istituto missioni estere, pubblicò la lettera di un esule che aveva come unico fine quello di “parlare di una realtà diversa da quella che il mondo ha visto in questi giorni. Da essere umano libero, ho voglia di scrivere e dire quello che penso del regime comunista all’Avana e come cattolico, voglio dire quello che mi piacerebbe vedere nella chiesa cubana, come frutti che io spero da questa visita”.

 

“Perché non chiamare le cose con il loro nome, chiamando ‘dittatura’ il governo dell’Avana e chiedendo pubblicamente che esso garantisca ai cubani libertà e una vita senza persecuzioni e senza paura? Fa male vedere che lo stesso regime che si beffava (e si beffa) di Dio , la chiesa, i religiosi e le religiose, il Papa, abbia ricevuto Francesco fingendo di dare l’immagine di un governo rispettoso degli esseri umani e dei loro diritti. E quello che mi fa più male è sapere che esso non ha alcuna intenzione di cambiare”.

 

E a corroborare la tesi, si elencavano le schedature dei semplici fedeli che volevano partecipare agli incontri con il Pontefice (messa compresa), molti dei quali messi in stato di fermo (donne comprese) solo perché sospettati di essere contro il regime. Il timore era che si replicasse quanto avvenuto nel 1998, quando Giovanni Paolo II durante l’omelia pronunciata durante la messa all’Avana pronunciò tredici volte la parola “libertà”, con i fedeli che iniziarono a scandire – in forma ritmata – “Libertad! Libertad”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.