Due ostaggi italiani uccisi

Sabratha è la città libica dei sequestri che ha fatto il doppio gioco con Is

Laddove sono stati uccisi Failla e Piano il governo locale collaborava con i terroristi, fino a uno strike americano. Le Forze speciali italiane.
Sabratha è la città libica dei sequestri che ha fatto il doppio gioco con Is

Libia: violenti scontri con Isis a Bengasi (foto LaPresse)

Roma. Due ostaggi italiani sequestrati a luglio dallo Stato islamico, Salvatore Failla e Fausto Piano, sono morti due giorni fa a Sabratha, una città libica con il doppiofondo: tranquillo centro abitato, a pochi chilometri dall’impianto Eni di Mellita e sotto il controllo del governo di Tripoli, ma anche centro delle operazioni dello Stato islamico – rapimenti inclusi, dicono fonti locali al Foglio.

 

Le famiglie più in vista della città hanno rapporti ambigui da una parte con le istituzioni e dall’altra con i gruppi terroristici. Il comandante della squadra dello Stato islamico che si occupava dei sequestri di persona era Abdullah al Dabbashi, nome di battaglia “Abu Maria”, cugino dell’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ibrahim al Dabbashi, e di un ex ministro dell’Interno, Mostafa al Dabbashi, fino al 2015 nel governo del primo ministro Abdullah al Thinni. Il fato di Abdullah Dabbashi, che potrebbe essere l’uomo che ha ordinato i sequestri dei quattro tecnici italiani a luglio e dei due diplomatici serbi a novembre, è incerto. Secondo alcune fonti è morto, secondo altre è protetto in un ospedale vicino Sabratha. Dabbashi è uno dei nomi più comuni in città, e in queste ore uno dei politici locali a parlare più spesso è Hossein al Dabbashi.

 

Il sindaco della città è Hossein Dhawadi, che a ottobre fu arrestato all’aeroporto internazionale di Tunisi con l’accusa di complicità con il terrorismo (facilitava il viaggio dei volontari verso Siria e Iraq). Fu liberato perché a Sabratha la milizia locale catturò trecento lavoratori tunisini e negoziò uno scambio di prigionieri con il governo tunisino.

 

Dhawadi è fratello di Mouftah Dhawadi, ex comandante del “Gruppo dei combattenti islamici libici”, morto due anni fa in un incidente aereo mai chiarito.

 

Sabratha era il centro dei sequestri. A gennaio, il leader della milizia antiterrorismo salafita a Tripoli, Abdoulraouf Kar, ha detto in un’intervista alla freelance italiana Francesca Mannocchi che, secondo le confessioni dei suoi prigionieri, gli ostaggi italiani erano nelle mani dello Stato islamico a Sabratha (la risposta non è stata resa pubblica fino a ieri per ragioni di sicurezza). La stessa milizia ha messo da poco in rete anche la videoconfessione di un combattente del gruppo catturato la settimana scorsa a Sabratha, che racconta di un precedente rapimento di un tecnico italiano nella stessa zona.

 

Eppure alla fine di gennaio l’ufficio media della città ha invitato alcuni giornalisti internazionali in quel momento in Libia a fare un tour sul posto, con viaggio offerto in elicottero per non dover percorrere gli ottanta chilometri di strada litoranea dove avvengono i sequestri. Lo scopo era cancellare l’onta di inizio dicembre, quando una colonna di auto dello Stato islamico è apparsa a un incrocio e non si è mossa fino a quando non ha ottenuto – poche ore dopo – la scarcerazione di tre suoi uomini, arrestati dalle autorità locali poche ore prima. La piazzata fu un’eccezione alla regola, perché il gruppo ha sempre mantenuto un profilo basso, niente propaganda, niente video, niente annunci, per non rovinare la simbiosi così utile con la città.

 

Le fonti locali spiegano che questa coabitazione discreta è andata avanti  fino all’alba del 19 febbraio, quando un bombardamento americano ha colpito una villa poco fuori città che ospitava decine di combattenti tunisini del gruppo. Le fonti dicono anche che il padrone della villa distrutta dal bombardamento americano – in cui erano tenuti anche due ostaggi serbi – è Ad al Hakim al Mashout, anche lui un ex del Gruppo dei combattenti islamici libici, detto anche l’afghano per i trascorsi in Afghanistan. A Sabratha al Mashout parlava apertamente a favore dello Stato islamico.

 

[**Video_box_2**]Il raid ha costretto le forze locali a cominciare un repulisti, considerate anche le voci imminenti di intervento internazionale. “E anche dopo c’è stato qualche tentennamento: i superstiti del raid americano sono stati portati in ospedale e non sono stati arrestati. Impossibile che fino a quel giorno nessuno si fosse accorto di quella presenza, piuttosto si era scelto di fare finta di nulla”. E’ stato creato un Centro di comando per la lotta allo Stato islamico, che ha cominciato una sequenza di retate e raid contro le cellule locali del gruppo. Il primo marzo la milizia ha fatto irruzione in un nascondiglio utilizzato per la costruzione delle bombe. Due giorni fa ha intercettato la cellula dello Stato islamico che custodiva due dei quattro rapiti italiani – non è ancora chiaro cosa è successo. Dalle foto e dalla didascalia che il Centro di comando ha caricato poche ore dopo l’attacco sulla sua pagina Facebook sembra che abbiano ucciso la maggior parte del gruppo in uno scontro a fuoco, senza nemmeno rendersi conto che c’erano due ostaggi.

 

Da tempo la zona di Sabratha è sotto sorveglianza da parte dell’intelligence italiana – che da ieri, secondo un articolo del Corriere della Sera, opera ufficialmente in Libia con l’appoggio delle Forze speciali. Cinquanta incursori del Col Moschin stanno raggiungendo tre squadre da dodici agenti ciascuna dell’Aise, il servizio segreto di sicurezza esterna, per raccogliere intelligence. Saranno sotto il loro comando, e non sotto quello della Difesa. Secondo il generale americano Donald Bolduc, capo delle operazioni speciali in Africa, Francia, America e Gran Bretagna hanno già aderito a un centro di coordinamento per la missione creato a Roma.

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