Perché il “boom” dei Pir non deve portare alla frenesia

Onelia Onorati

Pagani (Mef) festeggia cinque miliardi di euro raccolti da inizio anno per i piani individuali di risparmio. Ma le famiglie non dovrebbero fare indigestione 

Roma. Una Borsa meno provinciale e più “europea”? A giudicare dalla Pir mania di queste settimane sembrerebbe in atto una piccola rivoluzione delle pmi quotate grazie al nuovo strumento istituito dal ministero dell'Economia con la legge di Stabilità 2017. Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero, ha detto che saranno potenziati visti i progressi registrati finora. In particolare, i piani individuali di risparmio, battendo le aspettative del ministero, hanno raccolto circa 5 miliardi di euro da inizio anno, dimostrando una vitalità insperata persino rispetto agli obiettivi iniziali. L’acronimo Pir rimanda a strumenti di varia natura che riversano fino a 150 mila euro, esentasse, in cinque anni su azioni o titoli di debito emessi da società italiane per il 70 per cento (e all’interno di questa percentuale ancora un 20 in imprese non Ftse Mib – sostanzialmente realtà a piccola e media capitalizzazione). In particolare, fino a luglio l’Aim, segmento finora sonnacchioso di Borsa Italiana che raccoglie appunto le pmi, ha ricevuto un gettito da un miliardo, registrando scambi triplicati rispetto al 2016. Per le 87 società quotate è stata una piccola rivoluzione: il 75 per cento dei titoli si è impennano del 56 per cento, con un possibile futuro effetto “presa d’assalto” per realtà che fino a pochi mesi fa non avrebbero osato/immaginato nemmeno guardare la Borsa.

 

Entro fine anno si attende, di conseguenza, un raddoppio della liquidità raccolta dai Pir, 10 miliardi secondo le stime del Mef, che è stato costretto a rivedere al rialzo le sue proiezioni da 18 a 50 miliardi per i prossimi cinque anni. Anche gli operatori hanno debuttato in massa sul mercato, con 24 società di gestione che hanno emesso circa 40 fondi “Pir compliant”. Strumenti che nel tempo includeranno anche con gestioni patrimoniali, dossier titoli e polizze assicurative. La principale novità sottolineata in più occasioni dal legislatore, che li ha istituiti proprio per pompare benzina sulle pmi quotate e possibilmente chiamarne a raccolta di nuove, è lo sgravio dell’aliquota del 26 per cento di cui i pir sono esentati a patto che il risparmiatore li tenga in portafoglio per cinque anni. I rischi da alcuni rilevati riguardano la scarsa liquidabilità a breve termine dello strumento (a causa dell’orizzonte temporale vincolante), l’elevata volatilità del mercato su cui investe, ovviamente ben diverso da quello delle blue chip.

 

Certo la normativa ha colto il suo fondamentale obiettivo di convogliare il risparmio delle famiglie italiane su un mercato fino a poco tempo fa asfittico, con il merito, forse, di allargare la base di chi potrà avvicinarsi a questa ghiotta fonte di liquidità. “Era ed è proprio questo il senso dell’iniziativa”, spiega Mario Bortoli, ceo di Euclidea che è una realtà italiana indipendente specializzata nella gestione patrimoniale mobiliare ed investe in Etf e fondi attivi, senza vincoli di collocamento. Quanto al rischio bolla “esiste se gli importanti flussi di investimenti nei Pir non fossero accompagnati da un corrispondente ampliamento del mercato di riferimento. Sarebbe pericoloso che uno tsunami di denaro arrivasse su realtà in fase di consolidamento e non abbastanza forti da accoglierlo”.

 

Numero uno, quindi, studiare lo strumento, senza furie né velleità opportunistiche. Uno dei pericoli risiede nel fai da te: meglio affidarsi ad analisti finanziari che conoscono le aziende target, le hanno viste da vicino, ne conoscono limiti e potenzialità. L’investitore-tipo, del resto, è la famiglia, con profili di rischio in teoria molto bassi.

 

“Essere la testa di ponte tra la Borsa e il piccolo investitore è, presumibilmente, il principale obiettivo dei Pir”, continua Bortoli. E, qui, una potenziale nota dolente. Come tutelare il portafoglio da investimenti ad alto tasso di volatilità? In realtà l’investimento si può, e si deve, calibrare secondo Bortoli: “Secondo noi è opportuno che l’investimento in Pir non diventi troppo pesante nel portafoglio dell’investitore, ad esempio potrebbe collocarsi attorno al 10 per cento del totale se consideriamo un investitore prudente; ciò per garantirsi un’allocazione equilibrata e sufficientemente diversificata. Nell’attesa che il mercato si consolidi, tra i fondi già presenti sul mercato si possono prendere in considerazione quelli bilanciati che investono anche in obbligazioni”.

 

Un altro nodo da sciogliere sono i costi connessi ai piani. Investire nei pir attualmente vuol dire pagare commissioni allineate, se non superiori, a prodotti equivalenti. E allora attenzione, perché si rischia di vanificare il goloso risparmio fiscale dell’aliquota al 26 per cento, che a parità di cifra investita, fa rendere molto di più il portafoglio investito in Pir. Un bicchiere mezzo pieno che va sorseggiato adagio.

 

I Pir possono avvicinare il risparmiatore al mercato europeo? “Sì, anche se i piani si caratterizzano soprattutto per un significativo investimento nel mercato italiano delle small/mid cap. E questo – avverte Bortoli – è anche il motivo perché vanno differenziati gli investimenti. Un’asset allocation diversificata geograficamente (mercati finanziari di Europa ma anche Asia, Stati Uniti e paesi emergenti, ad esempio) e per tipologia di investimento garantisce di bilanciare le inevitabili incertezze legate alle fluttuazioni dei mercati.

 

L’effetto di una “normalizzazione” in chiave europea c’è: in Francia e Inghilterra strumenti analoghi ai Pir esistono e sono più che collaudati. Ma con scopi diversi. Ad esempio Oltremanica gli investitori inglesi li utilizzano come previdenza complementare. Da noi sono, come abbiamo visto, piuttosto un collettore di investimenti per le pmi.

 

Quali che siano i limiti, le richieste di emendamenti inclusivi verso altre categorie sono partite proprio in queste ore: il settore immobiliare, ad esempio, sta già attivando tavoli di confronto attraverso la sua associazione Assoimmobiliare, seguendo le orme dell’Ania, che chiede invece maggiore coinvolgimento delle compagnie di assicurazione nella raccolta dei piani di investimento a lungo termine. E lo stesso Mef sta pensando ad ampliare la forchetta dell’investimento superando il tetto delle 150 mila euro.  

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