Mondadori (ri)vive in digitale

La lezione di Axel Springer fa scuola anche in Italia. Via obbligata per i big

Mondadori (ri)vive in digitale

La Mondadori pare lasciarsi alle spalle la crisi: nel primo semestre 2017 gli introiti pubblicitari aumentano del 15 per cento tra carta e web, “trainati dal digitale” come dice l’ad Ernesto Mauri. Un anno fa l’azienda pagò 45 milioni a Banzai, il maggior gruppo italiano di e-commerce, per siti (Giallo Zafferano, Studenti.it, Pianetadonna, Mypersonaltrainer) con 50 milioni di utenti unici, oltre a un accordo per l’utilizzo dei dati. La casa di Segrate ha fatto un’inversione a “U” rispetto alla vecchia strategia aziendale della crescita interna, prima la carta poi internet. Autarchia seguita anche da Rcs – dalla quale la Mondadori ha comprato la divisione libri – che solo in ritardo ha virato sul digitale (il nuovo proprietario Urbano Cairo può ora annunciare la rinegoziazione del debito con Intesa). Oggi Mondadori è il primo editore digitale italiano, e i suoi siti i terzi dopo Google e Facebook. Si afferma così anche in Italia la lezione globalista spiegata al Foglio (24 giugno) da Giuseppe Vita, presidente del gruppo tedesco Axel Springer, primo editore d’Europa, il cui fatturato viene al 72 per cento dal digitale a sostenere testate stampate famose come la Bild e la Welt. Per non parlare del Washington Post, che nel 2013 è stato salvato dal proprietario di Amazon, Jeff Bezos. Mentre in Francia due giornali da sempre politicamente opposti, il gauchista Monde e il conservatore Figaro, hanno annunciato ieri un’alleanza in Skyline, nuovo gruppo per la raccolta pubblicitaria sul web. Obiettivo: rompere il monopolio di quello che lì sciovinisticamente chiamano Gafa: Google, Apple, Facebook, Amazon.

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