Manifesto per una rivoluzione sindacale (e facciamo presto)

Vademecum su come il sindacato può muovere il paese e non condannarsi all’irrilevanza delle parole vuote

Manifesto per una rivoluzione sindacale (e facciamo presto)

Marco Bentivogli

In una società frammentata, in cui gli individui si sono trovati soli e deboli davanti agli effetti della crisi economica, non esistono scorciatoie. Non reggono né le facili ricette della “rottamazione” del passato, né la spinta verso il sogno perpetuo ma mai concreto di un cambiamento radicale. Sfociano nella fragile personalizzazione della politica e nel populismo, di destra e di sinistra.

 

Anche la logica dell’attacco al nemico, allo straniero in patria, all’Europa e all’euro cavalca la preoccupazione e paura ma non offre via di fuga concrete ai reali problemi che le famiglie si trovano ad affrontare ogni giorno. C’è un aspetto che accomuna tutti questi stereotipi destinati ad un rapido fallimento: il comune intento alla disintermediazione. Se non si ha chiaro che il compito di dare contenuto e forma alla rabbia e alla disperazione o è dei corpi intermedi “non reazionari” oppure ne beneficiano i populisti, è meglio cambiare mestiere.

 

La crisi infatti non ha colpito solo il mondo del lavoro, ma anche la politica, le istituzioni e tutto il mondo associativo. C’è un’insicurezza di fondo che pervade tutta la società sfibrata dall’individualismo, in cui si è persa la capacità di sentirsi parte di un tutto. Ho cercato di spiegarlo nel mio libro “Abbiamo Rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato” edito l’anno scorso da Castelvecchi: perché il sindacato torni a svolgere la fondamentale funzione di soggetto educatore, oltre che di mediatore del conflitto sul lavoro, è necessario mettersi in discussione, ritornare alle origini, ammettere con umiltà gli errori e analizzare i cambiamenti negli stili di vita, nelle classi sociali e nel contesto produttivo. Promuovendo l’economia contributiva di cui parla il sociologo Mauro Magatti, che punta sul contributo delle persone in uno scambio sostenibile e in un progetto dentro cui riconoscersi. Sulla protezione siamo stati bravi; ora dobbiamo puntare sulla promozione della persona.




Unire le generazioni seppellendo la favoletta dei “diritti acquisiti” – I diritti o sono per tutti o, se valgono per pochi, si chiamano privilegi. Più del 55 per cento dei miei iscritti andrà in pensione con un sistema pensionistico concordato 35 anni prima della sua entrata in vigore definitiva (2030). Tutti gli oneri delle riforme sono scaricati sulle nuove generazioni, peraltro “in nome dei giovani”. Si andrà in pensione dopo i 70 anni di età, con una pensione del 46 per cento rispetto all’ultimo stipendio. La spesa previdenziale italiana è di circa 260 miliardi (certo bisognerebbe fare un ente, staccato dall’Inps, solo sull’assistenza). Di questa spesa circa 80 miliardi vanno a pensioni di persone al di sotto dei 65 anni di età. Non sono tutti lavori usuranti per cui è dura arrivare in salute anche ai 60; costano 80 miliardi di euro e molti continuano a lavorare. Per la formazione delle persone, complessivamente ne spendiamo 70. Vi sembrano cifre da “patto tra le generazioni”? Il sindacalista furbo, dando l’idea che i soldi si stampino alla bisogna, direbbe “aumentiamo la spesa per la formazione”, che è una direzione giusta, senza dire però da dove prendere le risorse. La fase 2 dell’intesa sulle pensioni sarà il vero banco di prova. Il sindacato deve saper unire le generazioni, non solo a parole, approfittando del fatalismo pigro dei Neet, coloro che non studiano e non lavorano. La prima scommessa del sindacato 2.0 è quella di dare cittadinanza ai generi, alle culture, ma soprattutto alle generazioni che oggi ne sono prive. In Europa solo un giovane lavoratore su dieci è iscritto al sindacato. La campana è suonata per tutti e, se non saremo capaci di ascoltarla, il declino sarà inevitabile.

 

No manutenzione ordinaria, la sfida delle 3R – Tutto cambia, tocca anche a noi. Per il sindacato servono scelte radicali, rifondative e rigeneratrici. Non possiamo limitarci alla denuncia, alla rivendicazione; il sindacato deve farsi anche interprete e portatore di proposte e soluzioni. In questi anni di crisi abbiamo salvato oltre 100.000 posti di lavoro nel solo settore metalmeccanico, attraverso soluzioni innovative sia sul piano contrattuale che dell’organizzazione del lavoro. Per questo siamo stati attaccati dalla stampa, da altri sindacati, da chi preferisce una fabbrica chiusa alle responsabilità: sedi incendiate, dirigenti sotto scorta. Si pensi a Fiat: ricordiamo spesso a Renzi che, senza i nostri accordi, Marchionne non avrebbe fatto gli investimenti. Questo accade quando si conoscono i sindacalisti solo dalla tv. La fabbrica oggi non può essere un terreno di scontro distruttivo, ma il luogo dove costruire partecipazione e relazione. Un sindacalista deve studiare a fondo i problemi di cui si occupa: il tuttologo che vive di bla-bla-bla, simbolismi e tabù, va di moda in tv ma parla il linguaggio del declino.~

 

Pochi obiettivi, tutti insieme – Si esce da questa crisi, che è prima di tutto culturale ed etica, con la consapevolezza che le logiche de-responsabilizzanti non possano funzionare, e poi mettendosi tutti a lavorare – con orgoglio e con passione – per un progetto concreto, solido e duraturo.

 

Facciamo un patto di metodo: poche cose, importanti, tutti insieme. A partire dai temi centrali da cui ricostruire fiducia e speranza. Primo fra tutti, il lavoro, su cui in Italia i dibattiti assumono sempre toni e contenuti tanto paradossali quanto marginali.

 

Pensate ai voucher ad esempio. Si è discusso di questo tema come fosse centrale per il lavoro, come, da un lato, un rimedio alla soluzione del problema della disoccupazione, soprattutto giovanile; dall’altro, la causa di tutti i mali. I voucher in realtà incidono solo per lo 0,30 per cento del totale delle ore lavorate e dovevano servire solo per remunerare piccoli lavoretti saltuari e occasionali che di sicuro non possono essere sostituiti da contratti a tempo indeterminato. La decisione di abolirli, presa al solo scopo di evitare il referendum promosso dalla Cgil, ha rappresentato una fuga dalla realtà, che lascia campo libero all’evasione fiscale e contributiva. Ma è stata soprattutto la conferma che alla politica il lavoro non interessa. Nemmeno ai partiti di sinistra, tutti presi da beghe interne o dalla rincorsa ai populisti. E il Pd, senza una strategia forte di collegamento con la domanda di cambiamento nel paese, è destinato a morire di tatticismi.

 

Primo, de-ideologizzare il lavoro – Più che di lavoro, nel nostro paese si parla di ideologia del lavoro. Espressioni del tipo “macelleria sociale”, “compromesso al ribasso”, “deportazioni”, volantini contro la “schiavitù” a firma dei dipendenti pubblici dipendenti romani, etc. sono un’ipocrita, de-responsabilizzante, chermesse di retoriche morte a spese altrui. Il nostro sistema-paese è sfavorevole alle imprese e al lavoro, per l’eccesso di burocrazia, per un sistema giudiziario lento e farraginoso, per un costo dell’energia del 30 per cento superiore alla media europea, per un sistema creditizio che preferisce la rendita rispetto all’impresa. Tutti temi che non appassionano né i media né il mondo politico, che preferisce i “simboli”, i totem – come è diventato un tema serio come l’articolo 18, oppure gli esodati, i voucher - alla risoluzione dei problemi, accrescendo la popolazione dei nuovi “analfabeti funzionali”, prigionieri delle fake news, che non sanno più distinguere tra verità e balle colossali.

 

La de-ideologizzazione è un passo urgente da compiere se vogliamo che di lavoro e di cultura del lavoro si torni a ragionare in modo costruttivo, allontanando dai salotti radical-chic i temi del lavoro, della pace, degli ultimi. La loro sciocca intransigenza aiuta la falsa coscienza della realtà che alza la palla sognando Varoufakis per poi infrangersi a Capalbio. Un mondo che dimenticò gli operai quando capì che non sarebbero stati il soggetto rivoluzionario e che ora li rievoca come qualcosa di esotico ma mai come persone. E’ un mondo lontano dal mio, che invece ama più le persone degli slogan.

 

Con la retorica e le bandierine non ripartono né l’industria né l’occupazione. Dovremmo invece parlare di cosa serve realmente alle imprese e ai lavoratori, di come sta cambiando il lavoro alla vigilia della Quarta rivoluzione industriale, Industry 4.0.

 

Invece ecco che, di nuovo, il dibattito si infervora sui robot: troviamo quelli contro i robot (perché distruggerebbero tutti i posti di lavoro) e quelli, come Bill Gates, che propongono di tassarli. E giù tutti a snocciolare dati roboanti, catastrofisti da talk show che riempiono i palinsesti senza aver mai visto una fabbrica. Perché, se l’avessero vista, saprebbero che questi “temibili robot” ci sono da oltre 30 anni; a Mirafiori si usavano già negli anni Ottanta. Non serve a nulla parlare di tassare i robot domani, bisognerebbe detassare il lavoro oggi.

 

Uso spesso una metafora: se la sostenibilità la raggiungessimo fermando la tecnologia, dovremmo proporre di tornare all’aratro a trazione umana, perché quella animale cancellò tantissimi posti di lavoro. E così i bancomat, le pompe di benzina, i pc, perfino i rasoi elettrici e le lavatrici.

 

Il sindacalista che, quando non sa cosa dire, evoca la parola magica della “politica industriale” o dà la colpa “alla globalizzazione, all’Europa e all’euro o alla tecnologia” oltre a dire balle insegue i populisti sul loro stesso terreno, rimanendo pure indietro. Si può dire? L’Europa, l’euro, la globalizzazione e la tecnologia hanno fatto meglio al lavoro di tanti soldi, anche pubblici, spesi male.

 

Liberarsi nel lavoro e non dal lavoro – Pensare ad un futuro in cui solo il 10 per cento delle persone lavorerà e il restante vivrà di un sussidio di cittadinanza non sta in piedi né sotto il versante della sostenibilità economica né dal punto di vista sociale ed etico. Il catastrofismo è peggio del liberismo. Se l’innovazione si gestisce con i 3 step dell’Italietta – regolarla, ipertassarla e, appena morta, sussidiarla – no grazie. E’ già stata la curvatura declinante dell’Italia in retromarcia. C’è uno spazio di lavoro e di nuovo lavoro che le persone riempiranno sempre con la loro energia insostituibile. Uno spazio di realizzazione, di dignità. Piuttosto che disegnare tragici scenari del futuro non è meglio lavorare su cosa serve nel presente ai lavoratori? Per esempio una formazione che li renda più preparati e forti di fronte al cambiamento del lavoro, la partecipazione dei lavoratori ai nuovi processi produttivi ed organizzativi, nuove modalità di lavoro, come lo smart working e il co-working. Tutte cose su cui abbiamo puntato noi metalmeccanici nel nuovo contratto nazionale.

 

Oggi fare il sindacalista significa ascoltare, studiare, scegliere le priorità accompagnate dalla capacità di fare proposte. Troppi sindacalisti vivono ancora, con la mente, nell’Italia in cui “hanno tutti ragione”, altri non si sono neanche sforzati di capire dove va il lavoro e già pensano a nuove “categorie giuridiche” in cui incasellarlo.

 

Senza scelte, il sindacato si condanna all’irrilevanza. Scegliere significa anche distinguere tra chi lavora e lavora bene e chi non lavora o fa il “furbetto” perché “non c’è nulla di più ingiusto di fare parti eguali tra diseguali”, diceva don Milani. Scegliere tra settori industriali con reali prospettive su cui puntare, altrimenti la scelta la farà il mercato, a volte meglio di chi ripete che “tutto si tiene”.

 

Questo è il sindacato di cui non si può fare a meno, un alleato che non difende l’esistente ma spinge il paese ad una svolta urgente in termini di produttività, competitività ma anche di nuova sostenibilità sociale.

 

L’importante è non cullarsi nei rimpianti, non alimentare la cultura da bar della lagna, che nei social è diventata partito, e dei luoghi comuni che in Italia hanno già troppi campioni, e accettare la sfida del cambiamento. Anche quando farlo è faticoso. Ma è una fatica positiva che serve a ridare speranza a tutti quelli che hanno voglia di un mondo migliore e che cercano solo una strada per costruirlo. Insieme. Non mi importa se qualcuno considererà queste cose di destra, troppo liberali. Penso che siano invece in linea con la storia del movimento operaio italiano, che ha sempre avuto fiducia nel progresso, lontano dalle derive gruppettare o salottiere del revival recente.

 

Marco Bentivogli è segretario generale Fim-Cisl

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    12 Aprile 2017 - 22:10

    per 70 anni oltre ad attività sindacale i sindacati sono stati uffici di collocamento ( ho toccato con mano) per parenti amici militanti attivisti fino al 36mo grado. Di più sono stati anche cattivi cittadini con elusioni fiscali posto che per decenni in busta paga ai dirigenti ( pure i super vip) e agli impiegati negli uffici non hanno mai pagati i contributi ( viste buste paga) tanto da costringere i governi a riempire il vuoto con i c.d. contributi figurativi. Credo che quasi tutti i big della Trimurti ( quella di Pannella) ne hanno beneficiato da Bertinotti a Epifani e tanti altri,gente seria-le ,come oggi la Camusso ha fatto man bassa ( uso distorto ) dei vaucher e poi ne ha chiesto con referendum l'abolizione. Come ha detto il simpatico Giacchetti a Speranza? io raddoppio verso i sindacati.

    Report

    Rispondi

  • Giovanni Attinà

    12 Aprile 2017 - 17:05

    Veramente il sindacato pensa solo ai Caf e ai patronati. La politica sindacale, quella di difendere i diritti dei lavoratori e battersi per lo sviluppo industriale, agricolo e terziario, è stata abbandonata da quasi 30 anni.

    Report

    Rispondi

Servizi