Qual è la strategia di Trump e Cohn sul Dodd-Frank Act

E se il presidente americano volesse liberare le banche e il credito anziché spingere per la deregolamentazione selvaggia?

Qual è la strategia di Trump e Cohn sul Dodd-Frank Act

Donald Trump (foto LaPresse)

Milano. Uno degli aspetti più controversi legati all’azione dell’appena insediata Amministrazione di Donald Trump – la quale, gliene va dato atto, non ha minimamente tergiversato nell’adottare una strategia politica che sebbene non sorprenda per vigore ed empito rivoluzionario, non ha però mancato di sollevare un coro unanime di disapprovazione nelle opposizioni democratiche. Mi riferisco al provvedimento esecutivo (executive order), varato lo scorso venerdì, il quale stabilisce i principi fondamentali in ossequio ai quali il non ancora confermato ministro del Tesoro, Steve Mnuchin, dovrà entro centoventi giorni porre in essere un processo legislativo che – nelle ancora vaghe intenzioni del Presidente – dovrebbe contribuire a sgravare le banche da quell’enorme massa di regole che hanno profondamente sconvolto e direi quasi snervato il complesso organismo del sistema finanziario Americano: il famigerato Dodd-Frank Act (DFA).

 

Il tema è di notevole complessità tecnica, e occorre altresì precisare che è ancora prematuro emettere un giudizio definitivo sugli effetti complessivi di una norma che (entrata in vigore nel 2010) nella sua stessa genesi presagiva un orizzonte di circa dieci anni. Siamo però senz’altro nelle condizioni di potere articolare un giudizio critico sugli esiti prodotti nell’immediato dalla disciplina, e di tentare inoltre di anticipare con oggettiva lucidità i frutti (non necessariamente negativi) di una sua parziale o totale abrogazione (o sostituzione) – al di là di dubbi e timori comprensibili di molti competenti osservatori.  

 

Occorre innanzitutto definire le importanti modifiche introdotte dal DFA che, nelle intenzioni dei suoi autori, avrebbe dovuto porre in essere un’architettura regolamentare essenzialmente preposta a ridurre il rischio sistemico. E una prima critica, su questo punto, può dunque essere mossa verso un’enfasi forse eccessiva nel delineare principi macroprudenziali che ponessero mano esclusivamente alla fortemente percepita sottocapitalizzazione degli istituti di credito (più’ precisamente delle BHCs, Bank Holding Companies): individuata quale causa fondamentale della Grande crisi.

 

In quest’ottica è stato concepito il Fsoc (Financial Stability Oversight Council), in capo al quale risiede la responsabilità di individuare e regolare le cosiddette SIFIs (sistematically important financial institutions): e cioè quegli istituti le cui sole dimensioni (attivi superiori a 50 miliardi di dollari) – in base a criteri a mio avviso forse troppo restrittivi – porrebbero in caso di fallimento rischi per l’intero sistema finanziario. Allo stesso modo va interpretata la genesi dell’istituto legislativo Ola (Ordinary Liquidation Authority), il quale di fatto investe la Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation) – un’agenzia governativa che garantisce i depositanti – di una serie molto estesa di poteri legati ad eventuali processi di risoluzione (o fallimento) di quegli istituti considerati too-big-to-fail. Definizione quest’ultima che contraddistingue quelle banche che per le loro dimensioni, e per la natura fortemente interrelata e complessa delle loro esposizioni creditizie, non possono essere lasciate fallire senza che ciò imponga dei costi insostenibili per la collettività, e per le quali l’intervento pubblico (bailout) risulta dunque necessario. 

 

Avendo per molti anni lavorato in varie banche d’affari, e in modo particolare per Goldman Sachs insieme a Gary Cohn, attuale consigliere economico di Donald Trump, e fulcro di questo ancora informe processo di revisione, posso agevolmente interpretarne le premesse di pensiero poste alla base dell’azione di governo.

 

Il problema fondamentale della normativa risiede nella relativa libertà con cui si identificano le già definite Sifi, banche d’importanza sistemica: alle quali le attuali norme impongono requisiti di patrimonializzazione e di indebitamento netto molto più’ stringenti. Tale principio, ancorché perfettamente condivisibile nella sua essenza, ha però generato nella sua concreta estensione anche al sistema non strettamente bancario (cosiddetto shadow banking), e assicurativo, una serie di rilevanti squilibri nell’ingranaggio economico. In particolare, avrebbe creato un eccesso di capitale regolamentare nel sistema (stimato essere di circa 100 miliardi di dollari), il quale non andrebbe ad essere utilizzato per concedere prestiti alle aziende e alle famiglie. Questa effettiva sovracapitalizzazione delle banche tende altresì a comprimere le metriche tradizionali in base alle quali le performance degli istituti di credito vengono giudicate in borsa: utili per azione, e redditività del capitale investito; con un effetto profondamente negativo sul prezzo delle azioni: e, di riflesso, sui bonus del management – sebbene, è opportuno ricordarlo, anche sugli investimenti pensionistici delle persone normali (pesando il settore per circa il 17 per cento del valore complessivo dell’indice S&P 500). 

 

E’ dunque vero – come spesso evocato da numerosi esponenti dell’Amministrazione Trump – che i costi in termini di minore crescita economica imposti dalla norma a fronte di una presunta maggiore stabilità del sistema finanziario, sono risultati eccessivi. Si è forse troppo spesso teso a identificare come importante a livello sistemico – e dunque ad imporre maggiori requisiti patrimoniali e più severi limiti sull’indebitamento – anche ciò che in realtà non lo era; insabbiando di fatto enormi masse di capitale in eccesso, e sottraendo in questo modo significative risorse finanziarie all’economia. E’ questa la chiave di lettura della critica al DFA nel sistema di pensiero Trump-Cohn, il quale, occorre riconoscerlo, parte da una premessa difficilmente oppugnabile: l’esistenza di una distonia di fondo tra i livelli di capitale regolamentare imposti dalla disciplina, e quelli ritenuti invece bastevoli da parte del mercato nel suo complesso (considerevolmente inferiori).

 

Il sistema finanziario americano, dopo l’intenso processo di deleveraging, mostra oggi una struttura di capitale, a livello aggregato, decisamente più robusta: con circa l’86 per cento degli attivi finanziato dai depositi, e avendo ridotto drasticamente la dipendenza dalle passività unsecured (e in ogni caso estendendone notevolmente le scadenze). Gli istituti americani hanno nel loro complesso raccolto oltre 500 miliardi di dollari in nuovo capitale, aumentandone considerevolmente la qualità, e cioè l’effettiva capacità di assorbire le perdite derivanti da eventuali crolli nelle valutazioni di mercato degli attivi. Nel complesso l’ammontare di capitale presente oggi nel sistema è superiore a 1,7 trilioni di dollari. 

 

A questo punto occorre interrogarsi su come rendere l’universo finanziario nuovamente accessibile alle imprese e alle famiglie, e tornare dunque a rappresentare quel fondamentale cardine a supporto della crescita economica. In questa direzione, credo, vanno le riforme annunciate da quest’Amministrazione, e che dovranno in ogni caso passare per il Congresso.

 

 

Carlo Torino, ex Goldman Sachs Securities; Credit Suisse

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