Ingiusto processo mediatico ad Alibaba

Il riflesso pavloviano No global tocca vette paradossali a Piacenza

Ingiusto processo mediatico ad Alibaba

Jack Ma (foto LaPresse)

E’ bastato che il nome Alibaba, gruppo cinese primo al mondo nell’online, con compravendite tra privati per 475 miliardi di dollari (cento volte eBay), aleggiasse in quel di Piacenza per scatenare sul Fatto quotidiano “un’ondata di indignazione” con barricate di sindacati, ambientalisti, consiglieri comunali. Tutti contrari a un investimento da 200 milioni di euro e 700 nuovi posti di lavoro: prospettato però non dal colosso dell’e-commerce fondato da Jack Ma – che non vende in Italia, mentre grazie a un accordo con il governo Renzi commercializza in Cina prodotti made in Italy – bensì da P3, Point Park Properties, gruppo mondiale della logistica appena acquisito da Gic, il fondo sovrano di Singapore. Troppa globalizzazione e occhi a mandorla: e tanto basta a scatenare i media complottisti. Sui quali Laura Chiappa di Legambiente denuncia “l’insopportabile consumo del suolo di un’area già nel mirino di Amazon, Ikea, Tnt e Gls”. Carlo Pallavicini, di Sì Cobas, “da anni in lotta contro le multinazionali”, si scaglia contro “un non sviluppo esposto al peggiore sfruttamento”. Andrea Tagliaferri, consigliere comunale Pd quota antirenziana, parla di “mercificazione del territorio in questo momento storico”. Già, il momento storico. Che vede nella classifica Deloitte dei 250 big mondiali delle vendite al consumo l’ingresso al decimo posto di Amazon, con 79 miliardi, subito dopo aziende di vendita al dettaglio nate tradizionali, ma in rapida conversione all’online. Come le americane Walmart, Costco e Kroger, le tedesche Schwarz e Aldi, la francese Carrefour, l’inglese Tesco.

  

Questi gruppi hanno venduto nell’ultimo anno merci per 4.308 miliardi di dollari, un terzo dell’intero commercio mondiale comprese le materie prime. Ma mentre gli scambi globali sono in flessione il retail è in aumento, proprio grazie all’e-commerce. Il che significa logistica, cioè grandi spazi, corrieri, tempi rapidi. Tradotto in sindacalese significa pavlovianamente sfruttamento e “consumo del territorio”. Certo, l’online sottrae affari ai negozi tradizionali, ma secondo Deloitte crea un indotto almeno doppio rispetto ai posti di lavoro che cancella: in America e Germania, dove l’e-commerce è nato, la disoccupazione è ai minimi. Però proprio in questo “momento storico” il populismo italiano vede il male assoluto. In Piemonte i grillini sono schierati contro Amazon che vuole investire a Vercelli 65 milioni e assumere 650 dipendenti. E le feste lavorate a Carrefour ed Esselunga sono oggetto di boicottaggi sindacali. Il paraocchi anti globalizzazione denuncia i 4 mila negozi al dettaglio chiusi nel 2016 in Italia. Ma impedisce di vedere come Amazon abbia creato 100 mila nuovi posti di lavoro, un totale di 280 mila solo negli Stati Uniti.

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