La competizione tra filosofi e scrittori sta portando al declino della letteratura

Un sospetto dopo il festival di filosofia a Modena

La competizione tra filosofi e scrittori sta portando al declino della letteratura

Festivalfilosofia - via Facebook

Il festival di filosofia che si è tenuto a Modena, Carpi e Sassuolo fra venerdì 15 e domenica 17 è stato meravigliosamente affollato di incontri e lezioni magistrali (“lectio magistralis” è però dizione che ripetuta spesso dà la nausea). Erano invitati i filosofi più noti e ubiqui, con molti ex docenti dell’Università di Venezia, tutti più o meno rigorosamente devoti a Martin Heidegger e quindi portati all’ossessivo accostamento conflittuale fra Essere e Tecnica, due entità heideggerianamente fumose, perché cosa sia l’Essere tutti lo sanno e nessuno lo sa (sono io ma è anche Dio) e cosa sia Tecnica, mah… finisce che è tutto e niente, dall’aratro all’informatica, da una freccia di ossidiana a un missile atomico.

  

Non ho assistito ai lavori o saturnali filosofici. Ma scorrendo il menu, ho visto che prevedeva cinema, teatro, musica, arte di vivere (ne ha parlato Remo Bodei), creazione divina (lezione del priore Enzo Bianchi), scrittura a mano, shopping, artigianato, installazioni, lavoro (in sé), arte (in generale), teorie fisiche e altro. Trattandosi di un festival di filosofia, era scontato il dominio dei filosofi (ma erano solo di un certo tipo: c’erano i “continentali” di scuola germanico-francese, mancavano gli “analitici” e “pragmatisti” di scuola anglosassone). Era vistosamente insufficiente la partecipazione di registi, attori, musicisti classici e pop (Carlo Cecchi? Toni Servillo? Paolo Virzì? Matteo Garrone? Uto Ughi? Paolo Conte?). E’ vero poi che a diversi filosofi è capitato di occupare per qualche anno una cattedra di Estetica: ma dov’erano coloro che hanno studiato e insegnato solo Estetica in tutta la loro carriera? Come si fa a parlare di arti senza artisti e senza critici e teorici dell’arte?

  

Il vero vuoto era comunque altrove. La vera notizia è che per il festival di filosofia di Modena la letteratura non è un’arte. Al festival non si è visto né un narratore, né un poeta, né un critico letterario, né uno storico o un teorico della letteratura. Se mi chiedo perché, vedo che le ragioni possono essere molte. La prima, forse, è che la letteratura è dappertutto, ce n’è troppa, non se ne può più (e la musica no?), i premi letterari sono molti e soprattutto screditati. Tutti sono autori di romanzi o poesie e se ne inviti tre dovresti invitarne altri trenta. Che l’uno valga l’altro, è falso. Ma è che nessuno vuole sentir parlare di valore maggiore o minore, di importanza notevole o scarsa o nulla. La confusione che regna in poesia è esasperante e grottesca. Ma nella narrativa qualche evidenza di fatto c’è. Nessuno a Modena ha pensato di telefonare a Walter Siti o Aldo Busi, Antonio Debenedetti o Domenico Starnone, Elisabetta Rasy o Eraldo Affinati, Franco Cordelli o Ermanno Cavazzoni… Non c’erano neppure un buon poeta e un buon narratore disposti a parlare di “come si fa” artigianalmente una poesia e un romanzo?

   

A Modena hanno del tutto dimenticato una cosa che non vorrei dimenticare anche io: l’esistenza della critica, della storia e della teoria della letteratura, attività nelle quali ci si fanno ancora domande. L’arte letteraria è in declino? Si sta trasformando? Si rinnova brillantemente? Si sta tecnicamente deteriorando? E’ cambiato il suo pubblico? E’ troppo condizionata dagli editori? Gli scrittori sono ancora consapevoli di una tradizione? Il romanzo è diventato soprattutto una merce? Perché la poesia non ha mercato? Chi scrive oggi mostra di sapere che cosa è stata la letteratura del Novecento, italiana e internazionale? Perché la postmodernità in letteratura è finita o ha preso la strada di una nostalgia della tradizione?

    

Un sospetto. Forse la filosofia è in competizione con la letteratura, in quanto entrambe sono parola scritta. E’ vero che scrittori e letterati temono la filosofia perché la trovano astratta, non la capiscono e ci si sentono in soggezione. E’ però anche vero che i filosofi sognano di essere scrittori “creativi”. A volte purtroppo ci riescono e invece di ragionare e farsi capire ripetono ipnotiche litanie, fantasiosi abracadabra.

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