Il Nyt narra la crisi turistico-esistenziale di Venezia. Ma cos'è Venezia?

Visitatori, souvenir, piccioni. Un'inchiesta estiva sull'ovvio

Il Nyt narra la crisi turistico-esistenziale di Venezia. Ma cos'è Venezia?

Venezia, grandi navi in laguna (foto LaPresse)

"Venice, Invaded by Tourists, Risks Becoming ‘Disneyland on the Sea’” , questo il titolo dell’articolo del New York Times dove Jason Horowitz spiega che Venezia sta collassando sotto il peso di quel turismo che i funzionari governativi italiani chiamano “low-quality tourism”. A questo punto al lettore viene spontaneo chiedersi se, d’altro canto, esista un “high-quality tourism”. Horowitz sembra dire di sì: quello praticato nella laguna dall’art world in occasione della Biennale o delle inaugurazioni presso le prestigiose fondazioni che popolano la città; id est: critici, curatori, collezionisti, vip, qualche santone e, a volte, gli artisti.

 

Con tono da millenarismo sconsolato, Horowitz ci informa che le mete prese d’assalto dal low-quality sono San Marco e Rialto. Ohibò! Aggiunge che il resto della città, sestiere Castello per esempio, è poco battuto; i veneziani sono quasi spariti e abitano una città chiamata Mestre; si vendono migliaia di maschere e grembiuli con la stampa del Campanile. Tra gli altri problemi enumerati nell’articolo del New York Times – bocce di neve, gondole giocattolo – si cita anche l’unico di cui è urgente parlare con serietà, le Grandi Navi.

  

Personalmente non penso di preferire una torma di art advisor a una d’impiegati cinesi che fanno zuffa con i piccioni; la domanda da porsi semmai è un’altra: esiste una vera Venezia?

  

“Quando un visitatore, o almeno il sottoscritto, – scrive Horowitz – arriva alla stazione di Venezia e s’imbatte in quell’iconica strada d’acqua, gli sovviene la strana sensazione d’essere a Venice Las Vegas piuttosto che nella vera Venezia. Forse è colpa dei bagagli, delle borse degli acquisti, della mancanza d’italiani”.

  

Solo la città e chi la passeggia a cuore aperto possono decidere quel che è vero e quel che è falso, se quel cinese col berretto di paglia sia vero, se quel romano col marsupio sia falso. Se mai Venezia sembrerà Disneyland, sarà solo per colpa di Damien Hirst e della sua arte reazionaria. Venezia è di Philip Guston, è di Predrag Matvejević, di Walter Sickert, è dell’indiano obeso che alzando gli occhi sulla facciata della Basilica si chiede il perché di tutto quell’oro, della casalinga coreana che dopo aver comprato venti cappellini da gondoliere si mescola agli studenti che bevono spritz a San Tomà, sperando che faccia vero veneziano. Meravigliose le maschere cinesi, fantastiche quelle coreane, sublimi le norvegesi, favolose le messicane, graziosissime le turche, benvenute le inglesi, divine le spagnole, luminose le indiane, un sogno le africane…. Ecco Venezia, il più bello dei sogni che a tutti è lecito sognare.

  

Venezia è percorsa da volti sempre nuovi (nuovi da sempre: Schiavoni, Dalmati, Mori, Turchi, Morlacchi); volti testimoni di storie che graziosamente non hanno il tempo di dirsi perché il tour, naturalmente, comprenderà anche Milano e Firenze e bisogna fare in fretta. Questi volti lasciano a Venezia la propria immagine, la speranza che quella storia privata stampata in faccia fosse eterna. Venezia c’è ancora, addirittura più pazza di quella di prima. 

  

La folla altro non serve che a incendiare la solitudine provata dal vero veneziano; spintonare per un’ora lungo Strada Nova e poi ritrovarsi a Fondamenta della Misericordia tra il vuoto e l’acqua, la spettrale, vellutata broda del canale. Vedere tutto il mondo radunato a San Marco alle tre di un pomeriggio estivo e, alle otto di sera, quando i treni caricano, le barche ripartono e gli aerei volano via, assistere alla sparizione del mondo.

  

“L’impero in espansione dei bed-and-breakfast” dice Horowitz, provocherebbe ulteriori spostamenti di veneziani nell’entroterra, ma l’articolo del New York Times dimentica di raccontare il nuovo popolo che è sempre lì, a Venezia, di notte, all’alba, rotto, poverissimo, ricchissimo di tutto: il meraviglioso popolo di studenti che affolla le case più scalcinate della città tra piume di piccioni defunti da secoli e scorpioncini, studenti che grazie al cielo mai diventeranno completamente adulti, perché questo è l’imprimatur veneziano alla vita, spritz e spleen. Evviva gli architetti vestiti da architetti, quelli che edificano nel cielo e quelli che se stanno stravaccati in Campo Santa Margherita, e gli artisti in residenza e quelli che incessantemente allungano la residenza, una magnifica resistenza, spettacolari lustri per fare ricerca.

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