Le élite si devono autoriformare riallineando parole e fatti, scrive Ruggeri

Un libro per chi vuole capire il nucleo di questa lunga crisi occidentale, spiegarsi come mai abbia vinto Trump e perché a casa nostra, nonostante tutto, il M5s non cali nei sondaggi

Le élite si devono autoriformare riallineando parole e fatti, scrive Ruggeri

Un dettaglio della copertina del libro di Riccardo Ruggeri America. Un romanzo gotico (Marsilio editore)

Capire quali siano le questioni cruciali del proprio tempo è un esercizio difficilissimo. Si è troppo vicini perché gli storici possano intervenire, troppo emotivamente e personalmente coinvolti per distinguere i fatterelli dagli eventi, le mode dallo spirito del tempo. Eppure ogni tanto ci sono personaggi fuori dalla norma, per storia o per intelligenza o per fortuna, che riescono a illuminare un tratto davvero epocale, sebbene con una luce strana data dalla vicinanza comunque eccessiva. Per questo motivo, il libro di Riccardo Ruggeri America. Un romanzo gotico (Marsilio editore) va letto, soprattutto per chi vuole capire il nucleo di questa lunga crisi occidentale, spiegarsi davvero come mai abbia vinto Trump e perché a casa nostra, nonostante tutto, il M5s non cali nei sondaggi.

  

Riccardo Ruggeri è un piccolo fenomeno comunicativo degli ultimi anni. Passato dalla fabbrica fino alla massima dirigenza Fiat, imprenditore, ora editore e giornalista, Ruggeri ha il vantaggio di conoscere perfettamente il mondo delle élite a tutti i suoi livelli e di non esserne rimasto ideologicamente ammaliato né rancorosamente scottato. Così può vedere il mondo di chi comanda da dentro e da fuori allo stesso tempo, dandoci una visione significativa del problema epocale.

  

Per farlo sceglie di illustrare una serie di quadretti di vita, colloqui, osservazioni, esperienze degli Stati Uniti dove, ci piaccia o meno, si decide il destino dell’occidente. Ruggeri lo chiama gonzo journalism, ma vuol dire una ricerca tutt’altro che ingenua di segnali deboli e aneddoti, che alla fine si compongono in un insieme significativo. Ecco allora l’America newyorchese di Tommy, che gli spiega come aver accumulato denaro “senza ritegno” re-inventandosi il mestiere di ceo nel senso di un comunicatore di annunci per poi passare, in epoca di crisi, al mestiere di facilitatore, cioè di corruttore intermediario. E’ l’America della finta concorrenza e della grande corruzione del caso Boeing-Airbus. Quella del ristorante Nobu che si è specializzato in cucina orientale con spettacolo senza più spese vere per il cibo. E ci sono ovviamente loro: Obama, Hillary e The Donald, a chiudere la grande saga. Obama l’indeciso che sta zitto per decine di giorni sulla perdita di petrolio nel Golfo del Messico, Hillary vicina alle banche e lontana dalla gente, Trump l’incredibile cigno nero, il caso – non sappiamo ancora se buono o cattivo – che sembra rimettere in discussione l’intero paradigma liberal. A parte gli aneddoti gustosi della sfida fra l’America liberal di New York e San Francisco e quella popular di Wichita, centro geografico dell’altra America, quella di lavoro grassroots e conservatrice che non usa il politicamente corretto ma spesso è correttamente umana, e quelli ancora più spassosi sul bacio della nuova pantofola presidenziale da parte degli avversari di Trump, a cominciare dal nostro Marchionne, il succo del libro è nella sua denuncia che vale come lettura del momento storico: le élite occidentali hanno fallito nel loro compito di guida.

  

L’evoluzione inciampa

Così l’occidente a guida americana, uscito vincitore dalla Seconda Guerra mondiale e dal confronto con l’Unione Sovietica, ha imboccato la strada del declino. “L’evoluzione inciampa”, dice la canzone di Francesco Gabbani, vincitore a Sanremo. A leggere il libro di Ruggeri si capisce perché: la peculiarità del fallimento, infatti, sta nella curiosa caratteristica di una strada lastricata di belle parole, buone intenzioni, infiniti numeri di statistiche e sondaggi a cui non corrisponde affatto la capacità di affrontare i problemi sul serio, di pensare ai risultati più che alle procedure, di chiamare situazioni, vizi e virtù con nomi adeguati, di avere ideali profondi e comportamenti decenti. E’ questo svuotamento delle parole, questa distanza fra intenzione dichiarata ed execution che fa sì che ci sia chi vota un po’ in tutto il mondo contro l’establishment. Se uno si chiede come mai con scandali quotidiani, attacchi concentrici di tutti i media, riprovazione di quasi tutta l’intellighenzia, il M5s continui a raccogliere consensi, deve leggere il libro di Ruggeri e capirà. Nessuno si fida ora di leader che parlano sempre di valori senza credervi, che fuggono alle responsabilità quando i problemi sono seri, che si trincerano dietro complessità delle soluzioni e mito del progresso per non dover rischiare un giudizio di valore e non dover pagare mai per dirlo in qualche modo.

  

Dall’America ruggeriana viene una risposta forte a questa situazione: è l’élite che si deve autoriformare, riallineando parole e fatti. Sembra banale ma non lo è: ci vuole molto coraggio e libertà. Altrimenti il declino descritto con ironia e immedesimazione da Ruggeri sarà inarrestabile.

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Commenti all'articolo

  • mario.patrizio

    13 Maggio 2017 - 15:03

    La lettura aggiornata dei fatti indica già l'inarrestabilità del declino. Seppure per motivi diversi, l'occidente è stato alle prese con questioni legate ai cicli storici che dall'economia si riflettono nella politica, ma la ciclicità del divenire fa più danni dove il sistema è, per antiche abitudini, più esposto a causa della mancanza di robusti anticorpi. Tra i quali la cultura della democrazia e la qualità delle élites. Si dà il caso che la vulgata della democrazia dal basso è in contraddizione proprio con qualità e capacità delle élites, già di per sé disastrosamente bassi, ben espressi dalle fake news. A proposito delle quali, ricordo in era democristiana l'accusa alla classe dirigente di circondarsi di portaborse incapaci invece di allevare validi sostituti per raccoglierne l'eredità, per questo meno pericolosi. Era una fake news o la cronica incapacità di selezione delle élites?

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  • giantrombetta

    13 Maggio 2017 - 12:12

    L'elite deve abbassarsi, si fa per dire, a parlare al popolo e con il popolo. E non continuare a parlare a se stessa o ad altra elite, se mal non capisco. Possibilmente con un linguaggio comprensibile e almeno ogni tanto badando pure ai fatti e non solo pur belle parole. Per dirla tutta, se siamo dove e come siamo, cioè non messi bene, la responsabilità dell'élite e' molto più grave è profonda di quella del popolo esposto al rischio d'essere attratto dai canti di sirene pericolose.

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