Milano è ancora la capitale del fumetto?

Dalla storica Bonelli di Tex e Dylan Dog all’emergente Bao. Ci sono anche loro a Tempo di Libri. E dimostrano che se si hanno idee, si può affrontare il mercato che cambia

Milano è ancora la capitale del fumetto?

Lo stand Bao a Tempo Libri

Non ci si improvvisa capitali. Milano è stata capitale dell’impero romano, però i milanesi non se lo ricordano più. È sempre capitale dell’editoria, ma non ancora capitale dei lettori. Almeno a giudicare dai primi giorni di manifestazione, con i corridoi poco affollati e una certa aria annoiata, Tempo di Libri, la nuova fiera del libro a Rho fino a domani, verrà probabilmente sconfitta nel confronto con il Salone del Libro torinese che fra un mese a festeggerà la trentesima edizione. E ci si può anche chiedere se Milano sia ancora la capitale del fumetto.

 

Fino agli anni Ottanta il fumetto era milanese. C’erano non solo la Bonelli dei vari Tex, Zagor e Mister No o la Astorina di Diabolik, ma la Corno che pubblicava i supereroi Marvel (Uomo Ragno, Capitan America), e serie italiane famose come Alan Ford, la Dardo di Blek e Miki per anni veri bestseller, l’Editoriale Metro con il Braccio di Ferro fatto da (bravi) fumettisti italiani, e personaggi come Geppo e Nonna Abelarda, gli stessi  Topolino e soci erano pubblicati da Mondadori.

 

Adesso rimangono solo Bonelli e Astorina con i loro personaggi intramontabili (Bonelli nel frattempo ne ha sfornati altri di successo come Dylan Dog, Nathan Never e Martin Mystère). Gli stessi personaggi disneyani sono rimasti a Milano nel 1988 con il passaggio da Mondadori a Walt Disney Company Italia, ma dal 2013 vengono pubblicati dalla modenese Panini Comics (che da quasi vent’anni pubblica anche gli eroi Marvel).

 

Eppure il fumetto è ancora molto milanese. Se la Bonelli è sopravvissuta alle numerose crisi, in primis quella, durissima, dei primi anni Ottanta (i videogiochi e le tv private avevano fatto calare drasticamente le vendite) e, anzi, è diventata il colosso che quarant’anni fa non era, è perché l’editore Sergio Bonelli ha saputo leggere i mutamenti del pubblico (sebbene molti lo tacciassero di conservatorismo). A fine anni Settanta aveva lanciato una serie innovativa come “Un Uomo un’avventura”, eleganti volumi cartonati da edicola, una sorta di proto graphic novel realizzati da autori di fama internazionale come Hugo Pratt, Milo Manara, Dino Battaglia e Sergio Toppi. Non è  certo un caso se  fra gli eventi fuori salone di Tempo di Libri, ci sia una mostra dedicata al milanese Toppi (1932-2012), “Segni. Appunti, bozzetti e schizzi non strappati”, a Sesto alla Biblioteca  Pietro Lincoln Cadioli (Via Dante, 6), che aveva inaugurato la collana con “L’Uomo del Nilo”. In seguito negli anni Ottanta personaggi bonelliani come Martin Mystère e Dylan Dog avrebbero spezzato la vecchia contrapposizione fra fumetto d’autore e popolare.

 

E frutto di una visione diversa del fumetto, adatta ai tempi mutati,  è la milanese Bao. Fondata nel 2009 da Michele Foschini (foto a sinistra con Zerocalcare) e Caterina Marietti, è stata collocata dal Financial Times  nella classifica delle 1000 aziende europee in maggiore crescita (per la precisione al 442° posto)

L’autore di punta è Zerocalcare che in fiera presenta una nuova edizione di “La profezia dell’Armadillo”, il suo primo libro, con un prologo di dieci tavole che vede lo Zerocalcare del 2017 (alias Michele Rech) andare indietro nel tempo nel 2008 e incontrarsi con il se stesso più giovane e squattrinato.

Se la Bonelli punta sull’edicola, anche se negli ultimi anni sta realizzando sempre più volumi, la Bao regna in libreria con i best seller di Zerocalcare, e tanti altri volumi di tipo diverso, da edizioni de luxe ricche di extra di storie proprio di Dylan Dog (in fiera è uscita quella di “Mater dolorosa”, storia uscita in edicola lo scorso autunno per i trent’anni del personaggio), alla fantasy sui generis del francofono “Last Man”, a “Vivi e vegeta” edizione cartacea di un webcomic sugli eccessi della cucina moderna, ai supereroi intellettuali di “Black Hammer”.

 

 

“È vero che negli ultimi anni il fumetto non ha più lo stigma di intrattenimento di basso livello per persone poco scolarizzate, e anche la stampa ne parla in maniera diversa - dice al Foglio Foschini, classe 1976 (di tre anni più giovane di Davide Bonelli che guida la casa editrice dalla morte del padre Sergio nel 2011) -. Eppure ritengo  che adesso la vera divisione sia fra storie autoconclusive e  serialità. L’aumento di opere autoconclusive ha permesso a lettori non abituati all’idea di seguire le storie a natura periodica di avvicinarsi al fumetto, come se leggessero un normale romanzo in prosa, al punto che adesso anche il nostro catalogo si divide, in maniera molto ben ripartita, fra volumi autoconclusivi e prodotti seriali. E a poco a poco anche chi leggeva solo romanzi si abitua all’idea di comprare volumi successivi di una serie e, viceversa, i fan della serialità iniziano a leggere storie non per forza di genere fantastico-avventuroso. Si è creata la condizione sociale ed economica per un incontro fra pubblici diversi”.

 

 

La Dardo aveva personaggi di enorme successo ma è rimasta per troppo tempo con albi “a striscia” non “alla Tex” (formato creato da Bonelli), la Corno ha chiuso perché a inizio anni Ottanta pensava che i supereroi Marvel fossero finiti (e adesso dominano l’immaginario pop). Il mondo cambia sempre più velocemente e magari queste nostre frasi saranno smentite in futuro. Ma il successo della Bao (e di altre case editrici che da anni stanno portando il fumetto in libreria, come Coconino e Tunuè) dimostra che si può far fronte a un mercato che cambia se si hanno idee.

La storia del fumetto milanese, con la sopravvivenza (e, spesso, il successo) delle case editrici più innovative sarebbe senz’altro piaciuta agli economisti della scuola austriaca dell’imprenditoria come Joseph Schumpeter.

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