Da dove nasce il mito (sbagliato) dell'uguaglianza di genere sul lavoro

La dittatura del pol. corr. Parla la sociologa Lotta Stern

Da dove nasce il mito (sbagliato) dell'uguaglianza di genere sul lavoro

Samantha Cristoforetti è stata la prima donna italiana a viaggiare nello Spazio (foto LaPresse)

Roma. Lotta Stern non ci gira attorno: “L’ideologia politica ostacola eccome gli studi di genere”, soprattutto se i risultati che ne derivano non piacciono all’ortodossia del politicamente corretto. Sociologa, professoressa associata all’Università di Stoccolma, la Stern oggi tiene un seminario organizzato in tandem dall’Università degli Studi di Milano e dall’Istituto Bruno Leoni, dedicato proprio alle influenze che certe idee politiche hanno sull’accademia. La ricerca scientifica, neanche da dirsi, dovrebbe basarsi unicamente sull’evidenza empirica e sul processo di confutazione delle ipotesi nate da osservazioni del mondo reale. L’indifferenza a manifesti ideologici teorizzati nei circoli di partito o nelle associazioni studentesche dovrebbe essere scontata.

 

Ma non è così. “Nel campo della sociologia del lavoro, il dominio delle femministe di sinistra ha fatto sì che l’eguaglianza nei risultati tra uomo e donna diventasse una regola indiscutibile – dice la Stern al Foglio – E’ una definizione di eguaglianza che differisce molto, ad esempio, da quella concepita in un’ottica liberale, secondo cui gli individui sono eguali soltanto nel fatto di avere gli stessi diritti e gli stessi doveri”. La sociologia di genere ha invece messo grande enfasi sulla diversità dei risultati, ottenuti nel corso della carriera, tra uomo e donna, “senza tenere in conto che molti studi stanno dimostrando che una certa diversità nelle preferenze, nel carattere e nel talento di uomini e donne provengono almeno parzialmente dalla biologia”. Studiare queste differenze in maniera asettica, non ideologica, potrebbe aiutare anche le ricerche in corso sul mercato del lavoro e su alcuni meccanismi dell’economia comportamentale ancora inesplorati, “come le scelte occupazionali, le attitudini al rischio e l’aspirazione al successo”. Ciò che questi studi stanno rivelando – ovvero la conferma, banale e ovvia, che tra uomini e donne ci sono differenze che ne influenzano i comportamenti sul posto di lavoro – “viene ignorato, perché offende la sacra idea dell’eguaglianza nei risultati, o viene tacciato di essenzialismo”, un termine sofisticato per accusare qualcuno di essere reazionario, perché nostalgico di un certo passato patriarcale. Una certa egemonia culturale egualitarista, molto diffusa nell’accademia, nei media e in generale nei luoghi dove nascono le idee, spesso impedisce di pensare in maniera diversa dal dogma corrente.

  

D’altronde Friedrich von Hayek ci aveva già provato nel 1949, col suo saggio “Gli intellettuali e il socialismo”, a spiegare perché la cultura tende a essere di sinistra. “Quello posto dal premio Nobel austriaco è un problema reale, a cui stiamo ancora tentando di dare una risposta. Oggi la diversità politica è pressoché scomparsa in gran parte delle scienze sociali, lasciando spazio a un atteggiamento di intolleranza e di stigmatizzazione di chi non la pensa come la sinistra”. Ma che succede se persino certe roccaforti del pensiero liberale cominciano a cedere a questi dogmi? L’Economist, per esempio, giornale britannico da sempre bastione giornalistico del liberalismo classico, qualche settimana fa si è schierato apertamente a favore del “gender budgeting”, traducibile come un “organizzare la spesa pubblica in base alle esigenze di genere”, perché così si porterebbero “le donne dritte al cuore dei governi, al ministero delle Finanze”. “In quanto donne e femministe – dice la Stern – dovremmo ben guardarci dal diventare una ‘fazione’ assetata di risorse pubbliche. In generale, le migliori politiche portate avanti dai governi sono quelle che trattano equamente gli individui, a prescindere dal sesso, dal colore della pelle o dal credo religioso”.

 

Nessuno nega che si debba fare qualcosa per migliorare le condizioni delle donne, come di altre minoranze, ma questo dovrebbe essere fatto assicurando loro un’eguaglianza nelle opportunità offerte dal contesto, e non nei risultati finali. Quando un’istituzione come la Banca Mondiale adotta sistemi di quote rosa persino per assumere i dirigenti – su tre candidati, se il terzo è donna ottiene il posto – è evidente che siamo di fronte a un problema di disprezzo del merito e, in fin dei conti, di discriminazione: proprio nei confronti delle donne che si vorrebbe aiutare. “La soluzione sta nell’adattarsi al contesto e a quello che ci dice la scienza. In Svezia, per esempio, c’è una stagnazione del gap salariale tra uomo e donna e il tasso di promozione femminile è rallentato. Le aziende, a questo proposito, potrebbero tenere in conto di certa letteratura che rivela che le donne faticano più degli uomini in contesti competitivi incentrati sulla reputazione, e provare ad agire di conseguenza”.

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