Un drago alato

Che cosa fate la mattina appena svegli? Tutto è perdonabile, ma non il racconto dei sogni

Un drago alato

Foto Jason White via Flickr

La prima cosa da fare quando ci si sveglia?, chiede Slate ai suoi lettori. Le risposte possibili sono milioni: milioni di gesti unici o ripetibili, abitudini, tic, nevrosi, speranze. C’è chi si lancia dal letto, nudo, direttamente sotto la doccia, chi manda un sms a qualcuno in cucina supplicando: caffè, chi si riaddormenta, chi impreca contro il mondo, chi controlla sulla app del sonno come ha dormito stanotte, e se la app dice: bene, allora si alza felice e pieno di energia. Se invece la app dice: male, sonno agitato, lui corre a raccontarlo a tutti, quanto è stato insonne e che mal di testa, ti prego andiamo via, lo vedi il grafico dei picchi di veglia, questa vita mi sta uccidendo. C’è chi si alza sperando che l’essere umano che gli dorme accanto questa volta sia di buonumore, e chi per prima cosa va a controllare i suoi figli, cani, gatti, pappagalli, e sorride guardandoli dormire. Chi fa le flessioni. Chi il saluto al sole. Chi fuma a letto. Chi beve l’acqua calda con il limone. Chi si infila qualcosa sopra il pigiama e porta giù il cane. Chi sbatte ogni mattina il ginocchio contro lo stesso spigolo del letto.

 

Tutto è giusto, possibile, perdonabile nel momento in cui si è più indifesi, pazzi, intontiti. Tutto è perdonabile tranne il gesto violento di raccontare a chi ci sta accanto (e si è probabilmente appena svegliato e sta imprecando o fumando o sbattendo il ginocchio da qualche parte) il sogno incredibile che abbiamo fatto stanotte. Nei dettagli, anche con l’unicorno alato su cui a un certo punto siamo saliti per sfuggire ai pirati che in realtà erano i nostri colleghi con il coltello tra i denti, ma che vorrà dire amore mio? Slate sostiene invece che questo, proprio questo, è il primo atto che va compiuto ogni mattina appena svegli, prima di scendere dal letto, o al massimo in cucina. Perché è il momento in cui ci ricordiamo meglio dei nostri sogni (ma ci sono parecchi sognatori con il taccuino sul comodino, perché se si svegliano durante la notte devono subito scrivere che cosa hanno sognato: lo scopo è conoscere meglio se stessi e imparare, con l’esercizio, a sognare consapevolmente, così se stiamo sognando di cadere in un burrone possiamo decidere di farci spuntare le ali o di mettere un grande materasso in fondo al burrone), ed è anche il momento in cui dobbiamo tuffarci nel mondo reale. Con la condivisione del sogno diventerebbe tutto più facile, e chi ci sta accanto imparerebbe a conoscerci meglio. Chi vive da solo può mandare note vocali agli amici.

 

Ma esiste al mondo qualcosa di più noioso del racconto del sogno di un altro? Il suo sognare di uscire nudo per strada non è il nostro sognare di uscire nudi per strada, e soprattutto non è accaduto, è invece accaduto che il tubo del lavandino sia usurato e perda acqua, e mentre lei racconta di aver sognato la madre vestita da strega di Biancaneve che le offriva una mela avvelenata (che cosa vorrà dire, amore mio?), l’altro deve chiamare l’idraulico e intanto rispondere a domande psicanalitiche, formulare ipotesi, o almeno fingersi stupito, sconvolto, appassionato come se si trattasse di una storia appena accaduta. I raccontatori di sogni sono molto egoisti, e nascondono la loro prepotenza onirica dicendo, a un certo punto: e tu, che cos’hai sognato? Lo fanno perché sono certi che l’altro risponderà: non me lo ricordo, non lo so, forse che era finito il cibo del gatto, forse che scappavo di casa. Il raccontatore di sogni crede di essere l’unico a possedere sogni degni di essere condivisi, avvincenti come una serie tivù (i professionisti sono anche capaci di sognare a puntate), pieni di significati, profetici. Sarebbe disposto anche a raccontarli a cena con gli amici, perché non è affatto vero che dopo pochi minuti i suoi sogni svaniscono dalla memoria. E’ per questo che va fermato.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • cocca

    03 Marzo 2017 - 12:12

    mai raccontato sogni, neppure come ho dormito. Al risveglio non faccio domande, non ne voglio. Mi serve raccoglimento e silenzio prima di rimettermi insieme e iniziare la giornata.

    Report

    Rispondi

  • roberta.fedele

    01 Marzo 2017 - 12:12

    una storia a puntate, una storia che duri tutta la vita, questo è magico. E' salvifico. A qualsiasi ora del giorno. Il raccontatore di sogni crede di essere l’unico a possedere sogni degni di essere condivisi? Buon per lui. Perché si autorizza a raccontare. E con un buon passaparola potrebbe un giorno scoprire che la sua strada non è nel tubo del lavello ma tra le pagine di un libro.

    Report

    Rispondi

  • roberta.fedele

    01 Marzo 2017 - 12:12

    Sempre ironica, ma un po' censoria, stavolta, Annalena. Insomma, viviamo nell'epoca della venerata condivisione. Ci imbattiamo sistematicamente in nuove invenzioni grazie alle quali chiunque si sente in diritto di raccontare sé stesso e perché no, di interpretare sofisticate realtà. Pubblicamente e ad alta voce. In modo più o meno volgare sui social, in modo più o meno rumoroso in piazza, o in modo più o meno raffinato su piattaforme editoriali. Questa ingombrante produzione, talvolta ambiziosa, talvolta indecorosa, e pur sempre letteraria perchè di lettere è fatta, non è meno invadente dei sogni raccontati a prima mattina. Che però hanno almeno, hanno in più, la spinta dell'intimità, l'immediatezza della complicità, la pienezza della condivisione profonda. Poi l'amico invadente, il collega inopportuno, il compagno individualista, sono tutta un'altra storia. E che ai funerali glia vventori nonpiangono che i propri morti, si sa. Ma raccontare una storia, sì proprio una storia a punta

    Report

    Rispondi

Servizi