La toga antidiscriminazione è il trionfo della follia pol. corr. a Oxford

L’English Dictionary nel mirino: discrimina le donne dell’Essex

L’English Dictionary

(foto LaPresse)

Prima di auspicare genericamente che in Italia si prenda esempio dalle migliori università estere, considerate i casi di follia accademica verificatisi a Oxford negli ultimi giorni. L’Oxford English Dictionary, lo strumento di consultazione più possibile adamantino, è stato stigmatizzato perché contiene l’espressione gergale “Essex girl” per indicare una sempliciotta vanesia e di coscia un po’ leggera. E’ seguita l’inevitabile petizione per far rimuovere il lemma, è seguita l’inesorabile campagna social #IAmAnEssexGirl in cui le signorine della zona vantavano i propri successi professionali e accademici in contrasto con l’immagine della sgallettata. Fin qui, tutto normale. Ma non è mancata nemmeno l’occasionale studentessa Oxford pronta a scrivere sul settimanale universitario Cherwell che “l’Oxford English Dictionary non mi definisce”. E’ un articolo serio, argomentato, in cui si domanda se un vocabolario abbia diritto a offenderla personalmente; non nega che l’Oed, in quanto vocabolario storico, debba catalogare l’evoluzione lessicale di una lingua, ma constata che non si possono ignorare gli stereotipi discriminatori contenuti nel linguaggio quindi propone che la definizione possa cambiare mutando a tavolino, da negativo a positivo, il senso in cui la gente usa le parole “Essex girl”. Ovviamente studia Lingua e Letteratura inglese.

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Se questo vi sembra un caso sporadico, pensate alla delibera con cui i proctor – gli alti funzionari che si occupano di organizzazione e disciplina – hanno proibito di indossare una specifica toga agli studenti che hanno diritto a indossare quella specifica cosa. A Oxford è obbligatorio presentarsi in toga agli esami universitari, e gli studenti beneficiari di borse di merito dal proprio college hanno diritto a indossare la scholar’s gown, nera con maniche corte; tutti gli altri devono limitarsi alla commoner’s gown, nera senza maniche. Gli studenti di Scienze hanno richiesto che sia proibito l’utilizzo della scholar’s gown perché “può indurre la commissione esaminatrice a subire condizionamenti inconsci”. Gli studenti – che pure sono contrari all’eliminazione in toto della toga – temono infatti due possibilità: che i commissari abbassino i voti a chi indossa la commoner’s gown, ritenendolo a priori non abbastanza preparato; che i commissari facciano domande troppo difficili a chi indossa la scholar’s gown, ritenendolo a priori più preparato di quel che è. Il dubbio che si tratti di istanze contraddittorie non li ha sfiorati; in compenso la presidentessa dell’Associazione degli studenti di Scienze ha dichiarato che la toga non basta, poiché il subconscio degli esaminatori si lascia influenzare anche da genere, razza e accento.

Il prossimo passo sarà magari che gli esaminandi, per evitare ogni influsso sull’inconscio della commissione, non si lascino né vedere né sentire. Potrebbero chiedere consiglio agli studenti del collegio St. Hilda’s: la Junior Common Room ha infatti appena votato per nominare un preposto al superamento della discriminazione di classe, e si è inflitta seminari obbligatori per imparare a non offendere gli alunni poveri (sempre ammesso che a Oxford ce ne siano davvero). E’ un progetto di entusiasmante coerenza con la politica del St. Hilda’s, che già dispone di preposti contro la discriminazione degli omosessuali, dei neri e dei disabili. Ne hanno anche uno che si occupa di contrastare la discriminazione delle donne: figura chiave in un collegio femminile fondato nell’Ottocento, che ha ammesso i primi studenti maschi solamente otto anni fa. 

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