Un intero vocabolario di sentimenti nella matita di Fleur Jaeggy

Evoluzione buffa e un po’ crudele. Le meravigliose teste di questa strana umanità sagace e merluzza paiono oblunghe e adunche capocchie su cui sempre brillano occhi attenti e perspicaci. Una mostra a Milano

Un intero vocabolario di sentimenti nella matita di Fleur Jaeggy

Foto tratta dal sito della Galleria Antonia Jannone di Milano

Fleur Jaeggy ritrae, a figura intera d’egizio profilo, soggetti in movimento caratterizzati da lunghe gambe, sporadici pungiglioni e facce da eruditi bruchi e professorali cefalotti. Le creature di Jaeggy sembrano rispecchiare gli stadi di un’evoluzione buffa e un po’ crudele: alcune dispongono d’una sola gamba fenicotterina immediatamente sormontata dalla testa, ad altre mancano le braccia e c’è poi chi camminando si sfalda, dando origine a ulteriori entità. Sul torace dei suoi spilungoni passanti, spesso Jaeggy disegna i bottoni di una camicia, mentre gli arti inferiori da alieni indaffarati sono suddivisi da varie linee di sutura, proprio come avviene nel corpo dei fasmidi, tra cui la mantide e l’insetto stecco. Le meravigliose teste di questa strana umanità sagace e merluzza paiono oblunghe e adunche capocchie su cui sempre brillano occhi attenti e perspicaci. Spesso Jaeggy ritrae coppie che si tengono per mano, o meglio, per filamento, per zampetta. Si ha l’impressione che uno dei membri della coppia sia nato dall’altro per quella che in biologia si chiama architomia; insomma, che l’uno sia originato da un brandello di torace o da un’unghia, da un pezzetto dell’altro. Viene spontaneo all’occhio, o almeno al mio, immaginare quelle disegnate da Jaeggy come coppie di affiatati amici e amanti, un po’ complici, sicuramente molto divertiti, forse addirittura trionfali coppie di sposi. La matita di Jaeggy ricrea con leggerezza ed estrema, incantevole, libertà un intero vocabolario di sentimenti; ogni creatura brilla di carattere proprio, rispecchiando un modo di vivere e di guardare chi li guarda del tutto individuale, conferito dall’artista con l’essenziale eleganza del ghirigoro. Spesso disgiunti l’uno dall’altro, i tratti ricordano, per l’acerbità conturbante della loro sinuosità, quelli con cui Picabia negli anni Venti disegnava i bozzetti delle copertine di “Littérature”, il cerbiatto alieno, la donna e la serpe… Mi frullano in testa decine di accostamenti, ma temo che ognuno di essi risulterebbe fuorviante poiché le creature di Jaeggy brillano di quella mancanza di politezza che caratterizza il disegno nato dalla mano in volontario esilio dalla mente. Il pittore americano Philip Guston, devoto sbattitore di libri di Kafka sui tavoli macchiati di birra dell’amico Motherwell e di Bill de Kooning, fu colui che per primo teorizzò la necessità di trascendere l’Io nella pittura che segue il modernismo, e a questa mano in esilio dalla mente si appellò col nome di third hand, terza mano. La terza mano di Fleur Jaeggy cammina di profilo disegnando un capo lungo quanto quello dell’egiziano Sobek, il dio-coccodrillo, il faraone nato dalla coscia e dalla coda della madre.

Le creature di Fleur Jaeggy spesso sporgono i lombi all’infuori in quella lordosi da signore al comando che si ammira nelle caricature ottocentesche di Napoleone, e d’altronde i raffronti tra umani e insetti filiformi erano già amati dai caricaturisti settecenteschi inglesi e francesi (gli italiani e i tedeschi preferivano i mammiferi grassi e pelosi); si pensi a Les métamorphoses du jour di Grandville le cui tavole sono stracolme di blatte vestite da prìncipi, oltre che di frivole locuste armate di crinolina e faux cul.

Fermo lo sguardo su tre disegni che subito mi evocano animali da sempre cari agli artisti più antichi e occulti, la mantide e l’armadillo. Le creature nei disegni siglati come 4A_G e 4B_G sono quelle che più rassomigliano agli insetti fasmidi e mantoidei. La mantide femme fatale, divorante e castrante, è un simbolo amato dai surrealisti che all’unisono leggevano le pagine dell’entomologo J. H. Fabre, vero e proprio erotomane degli insetti; ma per l’antico Egitto la mantide non s’accostava immediatamente al cannibalismo amoroso, bensì alla muta, alla rinascita. Gli archeologi hanno trovato sarcofagi mignon a uso di mantidi passate a miglior vita. Altri popoli ponevano invece l’accento sull’abilità delle mantidi di elevarsi sulle zampe posteriori, di tenere una postura eretta; si pensava che a spingerle ad alzarsi fosse la necessità di pregare, per i sumeri erano minuscole negromanti, per i greci erano profeti (mantis, profeta), per gli antichi arabi indicavano La Mecca. Negli scritti di Fabre – scritti divorati da Dalì e da André Masson, che sulle mantidi costruisce un ciclo pittorico d’intensità guerresca – l’amore cannibalico del nostro insetto è l’unica traccia pervenutaci dal primo amore sulla Terra, il primissimo amore provato da un insetto una sessantina di milioni di anni fa. Un insetto ancora alieno alla mancanza, per cui l’amore non può che tradursi in unione completa e divoramento dell’altro. Questi i surrealisti, ma Fleur Jaeggy differisce. La creatura cugina di una mantide del disegno 4B_G è un insettoide neo-egizio tutto preso dal suo lavoro; lungi dal sembrarmi una donna divorante, pare piuttosto androgino e caparbio, armato di spirotrombe, ali e pungiglioni come penne nel taschino. In particolare la spirotromba, a propria volta antropomorfa, sembra nascergli dalle pudenda e andare in direzione opposta a quella imboccata dal suo possessore.

L’altro animale evocatomi dai disegni di Jaeggy, ma forse del tutto avulso dai pensieri dell’artista, è l’armadillo. Nel 1936 Dora Maar, artista e musa di Picasso, fotografò un lucido e minuscolo cucciolo d’armadillo raggomitolato su se stesso. La foto inquadra un primo piano del muso conico leggermente schiacciato, l’occhio ancora chiuso e le zampe composte da quattro dita lunghe e molli, accostate alle guance come spesso fanno i cuccioli; molto tenero, se non fosse che l’inquadratura ravvicinata trasforma il simpatico armadillo in un immenso, infantile Leviatano che incombe dall’alto assetato di sangue e dolciumi. Subito riconosciuta come uno dei capolavori del surrealismo, Dora Maar affibbiò alla fotografia l’eloquente titolo “Portrait d’Ubu”. Lo stesso Alfred Jarry aveva dato un che del mammifero sdentato al suo Ubu, disegnandolo come un panzone a testa conica, baffi da tricheco e spirale ipnotica. Il disegno 1B_G assomiglia a un armadillo cubista, un risucchiatore di pasti, di vita e forse d’amore, munito di occhi che rotolano a vuoto su e giù per il tubo aspiralombrichi. Creature di potere, quelle disegnate da Fleur Jaeggy, sempre affaccendate e sicure di sé, erte sui propri tacchi si dirigono a svolgere un misterioso affare. Molte di loro sono munite di piccole corna sul naso e sulla nuca, altre sembrano indossare pantofole arabe con la punta rialzata o forse le scarpe alquanto simili dell’antico popolo ittita; alcune creature portano raffinati sabot, altre moderne scarpe col tacco e una in particolare sembra indossare le altissime calzature usate dai macellai egizi per non inzaccherarsi di sangue.

Da più di un’ora le linee di Fleur Jaeggy mi provocano deliri associativi, vi vedo intellettuali con il gilet che sa di lavanda e naftalina a giorni alterni, cosce e polpacci da demi-monde, dinosauri, ibis, pesci in smoking dall’aria saccente, pancini etilici e bestie mitologiche… finché mi ritrovo a pensare che è meglio ripulirsi di tutto l’immaginabile inimmaginabile, per riflettere sull’unicità della figura in relazione allo spazio neutro del foglio staccato dall’album. Nessun segno a indicare contorni dell’ambiente abitato dalle creature, solo, in alcuni casi, linee filamentose si diramano dai loro corpi per tracciare quella che sembra la curva di una collina o il piatto segmento del suolo. La linea di Fleur Jaeggy è unica, sicura e tremante, tremante perché così le piace. L’artista che lascia il posto alla third hand, conosce la via per sbarazzarsi del sapere e raggiungere quell’eleganza che vive solo tra i segni e i punti selvaggi. C’è poi che Jaeggy firma tutte le pagine del suo atlante lombrosiano, firma aironi e cimicioni con velleità da tacchetto e gilet, con il proprio nome, Fleur. La gambetta della lettera F spesso si dirama da una scarpa, altre volte il nome è cullato dalla conca del pungiglione; in un disegno raffigurante una simpatica coppia in cui una creatura un po’ tozza ma decisa tiene la mano di una molto slanciata e decisamente stralunata, l’artista si è dimenticata la u di Fleur e l’ha scritta in alto, lasciando intatto “Fler J”. Come tutti i grandi artisti, Fleur Jaeggy non usa la gomma.

Sofia Silva

 

La mostra “Fleur Jaeggy – Opere su carta” è visitabile presso Galleria Antonia Jannone a Milano fino al 30 novembre.

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