Manuale di macellazione

Vi insegno perché la cultura muore per colpa di Pietro Coniglio e altri falsi animali. Il petto di pollo ma senza le conseguenze, orribile tabù. Ricominciare a uccidere. Quella del pollo è uccisione più facile psicologicamente. La gallina non suscita identificazione né particolare compassione.
Manuale di macellazione

Giancarlo Vitali, “Macello”, 1991

Non ho ancora deciso se uccideremo prima i polli o i conigli. Lo devo decidere io perché il fondatore e direttore della scuola di macellazione domestica sono io, e ho un dubbio. Se è vero che ogni percorso didattico dev’essere a difficoltà crescente, partire dall’insegnamento più elementare per giungere a quello più complesso, bisogna uccidere prima i conigli. A detta dell’intero corpo docente (la scuola non ha ancora una sede ma ha già un corpo docente), uccidere i conigli è un gioco da ragazzi, un colpo secco sulla nuca e via. Pare che il leporide abbia nuca delicatissima. Zia Carmela a Picerno (Appennino lucano) usava il mattarello, lo ricordo perfettamente, ma era già piuttosto avanti con gli anni, può darsi non si fidasse delle proprie mani. Mentre i miei insegnanti sono giovani e forti, dopo magari ve li presento. Pare che il coniglio sia impegnativo scuoiarlo, ma ogni cosa a suo tempo, adesso concentriamoci sul momento dell’uccisione. Quella del coniglio è meccanicamente più facile perfino di quella del pollo che è pur sempre alla portata di qualunque volenteroso e però complicata dalla compresenza di più tecniche: a mani nude, con normale coltello, con pinza apposita. Anche qui prima o poi mi toccherà prendere una decisione: ogni tecnica ha i suoi pro e i suoi contro, forse solo la pinza ha più pro che contro (ma sono contro pesanti: è tanto pratica quanto impoetica), e dovrò capire se è giusto adottare un’unica modalità o lasciare ai docenti libertà di insegnamento. Tuttavia quella del pollo è uccisione più facile psicologicamente. La gallina, come tanti altri volatili da cortile (faraona, fagiano, pernice, piccione…), non suscita identificazione né particolare compassione. Saranno gli occhietti piccoli, da rettile, sarà l’assenza di sentimenti evidenti e l’evidente stupidità, nemmeno Walt Disney è mai riuscito a umanizzare il pollo. Mentre il coniglio, col suo aspetto batuffoloso, il musetto tenero e gli orecchioni buffi, suscita, specie nel pubblico femminile, affetti a me incomprensibili. Virginia, bramosa di imparare a uccidere il pollame, mi scrive: “Con i conigli avrei problemi, Beatrix Potter mi ha rovinato l’infanzia”. Nemmeno sapevo chi fosse Beatrix Potter, mi sono informato, è una scrittrice inglese del primo Novecento che ancora fa danni un secolo dopo, ci sono in giro libri illustrati e serie televisive con protagonista il suo Peter Rabbit, Pietro Coniglio. Adesso comincio a capire perché Annabella, che comunque al contrario di Virginia non vuole imparare a uccidere nemmeno una quaglia, mi accusa di stare meditando “omicidi di conigli”. Omicidi. La deculturazione è precisamente questo: i media mostrano una bestia vestita da uomo (Pietro Coniglio indossa una giacchetta azzurra) ed ecco che l’uomo cede il passo, si abbassa, striscia, ecco che millenni di ricette, riti, commerci, sapori evaporano come un miraggio, come non fossero mai esistiti. Un’intera cultura scompare. Mi racconta Aurelio Picca che don Tantardini in un’omelia di Natale (Sant’Andrea della Valle? San Lorenzo fuori le mura?) non faceva che ripetere: “Il cristianesimo è fragile. E’ molto fragile. Si può spezzare da un momento all’altro”. Metti al posto della parola cristianesimo la parola uomo: cosa ci vuole, oggi, a spezzare il suo piedistallo di dignità? E’ talmente corroso, crepato, minato. Basta un cartone animato fatto bene per introdurre nelle menti molli di una giovane generazione l’idea che un animale valga una persona. Prendi le scuole dove non si fa leggere più Pinocchio, fantasia che introduce alla realtà di una natura (gatti, volpi, pescecani…) tendenzialmente sinistra, preferendo somministrare Sepúlveda con le sue menzogne sui gabbiani, gli uccelli più sporchi e meno fiabeschi che si possano immaginare. Credo nemmeno buoni da mangiare, con la loro dieta di spazzatura, piccioni malati e carogne.

 

Il motto della scuola è pertanto “Perché noi portiamo il fuoco”. Cormac McCarthy, “La strada”, Einaudi. Io avrei tendenze strapaesane ma in Italia, tra filosofia e letteratura, virgolettati utili alla causa della macellazione domestica non ne ho trovati molti. Giusto una frase di Costanza Miriano, per la verità sulla caccia (tema limitrofo però diverso), e la breve epigrafe dell’esordio narrativo di Picca: “So spezzare un pollo e squartare un coniglio”. Ottimo, se mi dimostra che è vero arruolo anche lui. Ma non esiste nessun testo completo, nessun approfondimento, nessuno che abbia colto la centralità della questione. Mi segnalano un capitoletto del “Diario clandestino” di Guareschi, terribile e per grazia di scrittura divertente: “Una volta eliminate le galline, fu necessario rivolgere l’attenzione ai maiali, e qui la faccenda si complicò perché, mentre riesce facile accoppare una gallina, ammazzare un maiale è impresa più complessa. Su tremila laureati (eccettuati due veterinari e tre medici) nessuno aveva un’idea, sia pure approssimativa. La cultura generale in materia arrivava fino alla gallina: dopo la gallina erano le tenebre, l’indistinto. Quindi niente di strano se qualcuno fu tratto ad errate interpretazioni e giudicò il maiale alla stregua di una grossa gallina”. Qui il grande Giovannino fornisce un’indicazione giusta e una fuorviante. (Mi permetto di chiamarlo col nome di battesimo, Giovannino e non Giovanni come qualcuno crede, perché Guareschi è persona cara e di casa, a Parma abitava nel mio isolato e precisamente sopra il mio macellaio equino). L’indicazione giusta è la laurea come certificato di inettitudine: già allora, anni Quaranta, lo studio universitario era in Italia il modo migliore per perdere contatto con la realtà. Quella fuorviante è la macellazione domestica, o comunque non professionale, come estremo rimedio al male estremo della fame. La situazione di Guareschi era drammatica, prigioniero in un lager tedesco riservato agli ufficiali italiani che rifiutavano ubbidienza alla Repubblica sociale, ed è chiaro che in un lager tedesco perfino un laureato italiano diventa realista e si ingegna. Ma qui grazie a Dio non stiamo morendo di inedia, non ancora almeno, e non siamo rinchiusi in un lager: la presente non è un’emergenza alimentare bensì antropologica. Potrei usare un aggettivo ancora più pesante: ontologica. “C’è un dubbio dell’uomo su se stesso. L’uomo non sa più troppo bene se si distingue radicalmente dall’animale. E ancora meno se vale davvero di più” scrive Rémi Brague. L’uomo contemporaneo dubita ma non sa di dubitare, oppure lo sa ma non ha compreso quanto sia pericoloso. Sono preoccupazioni difficili da condividere, molti mi dicono che troverebbero il coraggio di uccidere un animale solo in guerra o durante una carestia, qualora diventi questione di vita o di morte. Come se non fosse già ora una questione di vita o di morte, nessuno li ha avvisati che già ora siamo sottomessi al dio Cane, che già ora gli animalisti hanno preso il comando e ribaltato priorità e gerarchie imponendo una legge che limita la sperimentazione animale. Oggi in Italia se un ricercatore tocca il Sacro Beagle rischia la galera. Mentre, come spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, o sperimenti sugli animali o sperimenti sugli uomini, tertium non datur.

 

Spero pertanto che la scuola di macellazione domestica non venga confusa con una scuola di sopravvivenza, con quei corsi di survival dove insegnano ad accendere fuochi, allestire rifugi, potabilizzare acque, orientarsi senza bussola, scalare pareti, costruire trappole, garantendo però che “nessun animale verrà ucciso durante il corso”. Rambo sentimentali. Al contrario la mia scuola garantisce che molti animali verranno uccisi durante il corso mentre invece il fuoco scaturirà da cucine ad accensione elettrica, l’acqua sarà dell’acquedotto se non Levissima, e dopo cena verremo accolti da morbidi materassi, lenzuola di bucato e coperte di ottima lana, no pagliericci, no sacchi a pelo.

 

Io di mio avrei tendenze strapaesane, patriottiche, diciamo pure nazionaliste, ma purtroppo non conosco autori italiani interessati alla libertà alimentare. A pensarci meglio, quasi non conosco autori italiani interessati alla libertà in genere. Gli scrittori italiani, o forse gli scrittori europei tutti, tendono a pensare che la libertà di espressione consista nella descrizione dettagliata delle più svariate congiunzioni carnali. Sono indietro di un quarto di secolo. Loro e i loro lettori. Sono venticinque anni che in Italia uno scrittore non viene processato (non dico condannato: processato) per offesa al pudore. Produttori e consumatori di libri da classifica sembrano ignorare perfino l’esistenza di YouPorn, chissà dove vivono. Se il porno è libero, ed è libero, quale sarà mai il nuovo tabù? La macellazione, diamine. Negli Usa lo hanno capito da quel dì e infatti la bibliotechina della mia scuola è quasi tutta americana, alla faccia del mio non conoscere l’inglese: i libri del cuoco maledetto Anthony Bourdain, i libri di Michael Pollan non tanto per quello che scrive Pollan ma per ciò che dicono i suoi intervistati, liberi allevatori come il virginiano Joel Salatin, e poi Wendell Berry, profeta dell’America rurale, e la sua giovane e nient’affatto rurale seguace Novella Carpenter, autrice di “Farm City: The Education of an Urban Farmer”. Senza contare una quantità di suggestioni veloci, dalle frasi di Mark Zuckerberg che vorrebbe cibarsi solo di animali da lui personalmente uccisi, alle foto di Todd Selby con graziose pollarole sui tetti di Brooklyn. Non c’è l’Atlantico di mezzo, c’è uno spazio intergalattico a dividere la patria dell’individuo dalla terra del gregge. Sarà che loro hanno avuto la Dichiarazione d’indipendenza, Ralph Waldo Emerson, Clint Eastwood, non so. Sarà che il nostro è un popolo di debosciati che vogliono il petto di pollo senza le sue conseguenze, giovani e attempati uniti nella lotta alla realtà. Perfino nelle campagne. Mi è capitato un allevatore che porta tutte le sue oche al macello, anche quelle destinate al consumo famigliare che sarebbero legalmente macellabili in casa, perché non se la sente. “Sono allevatore ma ho un cuore” dice. Come se delegare ad altri fosse un’attenuante e non, invece, un’aggravante pilatesca. La responsabilità vuole il faccia a faccia, ho letto da qualche parte, e se non sei capace di guardare negli occhi un’oca non ti meriti di mangiarla, ti meriti il tofu.

 

La mia scuola vorrei chiamarla appunto Scuola di Realtà. Suona un po’ ciellino, pazienza. Lorenzo Gasperini, consigliere comunale a Cecina e studente universitario alla Cattolica, uno che pertanto di Comunione e liberazione se ne intende, ha avuto un lampo: “I ciellini alla Scuola di Comunità, i giussaniani alla Scuola di Realtà”. E’ un distinguo malevolo e geniale che vorrei tralasciare perché la mia non è una scuola confessionale, e poi da realista non posso fingere di non vedere gli innumerevoli miei correligionari che voltano le spalle a Cristo per conformarsi al mondo. Conosco sedicenti cattolici ostentatamente astemi e sedicenti cattolici ostentatamente vegetariani, e non una voce dal clero che si alzi a dire l’empietà di immaginarsi migliori di Gesù che vino beveva e carne mangiava. Va già di lusso quando qualche teologo, penso a don Oscar Maixe dell’Opus, dell’animalismo sottolinea le incoerenze: “Ci sono persone che difendono i cuccioli di foca, ma poi invece sono a favore dell’aborto: un controsenso logico”. Solo che agli animalisti non importa essere logici, un’ideologia prima che convincere vuole vincere, e quando vince è in grado di rendere indiscutibile qualunque assurdità. Pertanto saranno benvenuti atei e agnostici vogliosi di imparare a sgozzare e spennare galline, così come massoni, deisti, pagani non vegetariani, mentre non sono previsti maomettani, per ovvi motivi: verrà versato tanto vino quanto sangue, e poi, di corso in corso, di specie in specie, vorrei arrivasse il turno del maiale. Una definizione al contempo esaustiva e sintetica della Scuola di Realtà potrebbe essere “Macellazione domestica e cucina conviviale” perché uccidere è molto eppure non è abbastanza, infine bisogna anche mangiare, e fra il pollo appeso per le zampe a sgocciolare e la coscia arrosto con la sua pelle bella croccante c’è di mezzo un vasto saper fare che nella mia scuola verrà insegnato da cuochi completi. Dicesi cuoco completo il cuoco capace di trasformare un animale vivo in un piatto da portare a tavola, in breve tempo (salvo esigenze di frollatura) e da solo. Tutti gli altri sono cuochi di allevamento e quanti ne conosco, e di quanti raccolgo le confessioni: “Un paio di anni fa ho tagliato a metà un astice vivo per farlo alla griglia e mi tremavano le mani per il dispiacere. Se ci penso sto ancora male”. Cambiare mestiere no?

 

Vorrei far notare che fino a ora non ho mai citato la parola “tradizione”, parola che metto fra virgolette perché pericolosa: una cosa viene definita tradizionale quando è morta o quanto meno moribonda. Io amo la vita. Al sentimentalismo dell’animalismo non mi propongo di sostituire il sentimentalismo del ritorno (peraltro impossibile) alla civiltà contadina. Alla scuola non necessariamente faremo pratica con polli ruspanti: difficili da trovare, costosi da comprare, diretti da masticare… So bene che senza allevamenti intensivi la carne ritornerebbe a essere un privilegio per ricchi, o l’eccezione delle grandi feste. E la Scuola di Realtà vuole formare un’aristocrazia spirituale, non di censo. Quando in internet o a tavola introduco il tema della macellazione domestica invariabilmente salta su qualcuno che evoca la nonna: mia nonna la gallina la uccideva così, il coniglio cosà, eccetera. Tutte informazioni interessanti, qualcuna preziosa, però mi viene sempre da rispondere: e tu il pollo come lo uccidi? Il filo si è spezzato, il testimone è caduto, acqua passata non macina più. “Perché non sono perenni le ricchezze, né un tesoro si trasmette di generazione in generazione” (Proverbi 27,24). Insomma, con tutto il rispetto, le nonne mi interessano poco: preferisco le nipoti. Che sono grandi e vaccinate ed è ora che prendano in mano il loro destino, come del resto stanno facendo: le adesioni anche femminili sono più numerose di quanto prevedessi (siccome realista sono un pessimista) e prossimamente, a Dio piacendo, dimostreremo che perfino in queste lande desolate e spente è possibile portare il fuoco. Parola di fondatore e direttore della scuola di macellazione domestica.

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