Una storia modella

Far diventare vere anche notizie false. Così il rapimento di una donna inglese manda in cortocircuito giornali e tv

Una storia modella

Chloe Ayling (foto Instagram)

Di sicuro c’è solo che l’hanno rapita. Su tutto il resto c’è confusione totale. O meglio ci sono alcuni elementi dati per certi e tantissimi altri che non tornano. La storia inizialmente è stata raccontata dagli inquirenti e dai protagonisti esattamente come la trama di un film di Luc Besson con Liam Neeson (“Io vi troverò”): una ragazza viene rapita e drogata da una organizzazione criminale internazionale per essere rivenduta come schiava del sesso agli sceicchi, ma per fortuna arriva il padre ex agente della Cia che ammazza tutti e salva la figlia.

 

Chloe Ayling, una fotomodella inglese, arriva il 10 luglio a Milano per un servizio fotografico commissionato da uno studio attraverso l’agente della ragazza. Ma si tratta di una trappola: quando Chloe si presenta sul set viene bloccata da 5 personaggi, drogata con un’iniezione di chetamina, ammanettata e con i piedi legati con nastro adesivo, infilata in un borsone da viaggio, nascosta nel bagagliaio di un’auto e portata dopo tre ore di viaggio sulle montagne piemontesi. Il sequestratore, Lukasz Pawel Herba, un trentenne polacco residente in Inghilterra, l’avrebbe messa in vendita sul “web profondo” – quello usato per i traffici illeciti, si dice – per conto di un potente gruppo criminale, chiamato Black Death (Morte Nera), che metterebbe all’asta giovani ragazze: “Mi ha spiegato – ha raccontato la ragazza – che tutte le ragazze sono destinate ai paesi arabi, che quando l’acquirente si è stancato della ragazza comprata all’asta la può regalare ad altre persone, e che quando non è più di interesse viene data in pasto alle tigri”.

 

Per fortuna nulla di tutto questo è successo: la povera Chloe non è stata violentata, non è stata venduta, né tantomeno è stata data in pasto alle tigri. E questo perché, a un certo punto, il piano del sequestratore (o dei sequestratori) è cambiato: sei giorni dopo, il rapitore ha accompagnato la ragazza al consolato britannico di Milano, dove poi è stato arrestato. Che cos’è successo nel frattempo? Non si è capito bene. Secondo quanto racconta la ragazza rapita, a un certo punto il rapitore avrebbe parlato con il capo della Morte Nera, che gli avrebbe detto di aver rapito la persona sbagliata: “Io non dovevo essere presa perché il capo aveva visto sul mio profilo Instagram alcune foto da cui era evidente che io sono una mamma con un bambino piccolo, e questo era contro le regole dell’organizzazione”. A quel punto il sequestratore polacco avrebbe tentato di chiedere un riscatto al manager della ragazza, probabilmente per rientrare delle spese, partendo dalla base d’asta di 300 mila euro. La ragazza avrebbe fatto tre nomi di persone che avrebbero potuto pagare per liberarla, la richiesta del rapitore sarebbe poi scesa a 50 mila euro, ma alla fine l’uomo ha avuto un ripensamento e ha accompagnato la ragazza in consolato, passando prima in un negozio a comprare un paio di scarpe. Poi l’avrebbe minacciata di morte se avesse parlato dei complici, ma al contempo le avrebbe dato un biglietto con i contatti per fare pubblicità a Black Death.“Ho subito un’esperienza terribile. Ho temuto per la mia vita minuto per minuto”, ha detto la ragazza al Tg1 in un’intervista che in realtà era la lettura di un comunicato. La storia è ancora più ingarbugliata visto che, secondo gli inquirenti, la struttura logistica avrebbe pianificato il rapimento già ad aprile, quando la ragazza, secondo lo stesso schema, venne chiamata a Parigi per un servizio fotografico. Poi tutto saltò, non si sa per quale motivo. Ma nella stessa giornata parigina, la modella fu vittima di un’altra sventura: l’agente raccontò ai tabloid britannici che si era trovata sugli Champs-Elysées proprio durante l’attentato terroristico in cui venne ucciso un poliziotto.

 

Gli inquirenti hanno trovato diversi riscontri: presenza di chetamina nel corpo della ragazza, ritrovamento di oggetti e tracce in tutti i luoghi del sequestro e infine nel telefono e nei computer mail e dati informatici che riconducono agli annunci messi nel deep web. Su tutto il resto c’è poca chiarezza. Nella stessa conferenza stampa, ad esempio, il capo della Squadra mobile di Milano Lorenzo Bucossi ha dichiarato che il sequestro è stato “altamente professionale”. Mentre, poco dopo il pm Paolo Storari ha detto che il sequestratore era un “mitomane” ma comunque pericoloso, anche se aveva gestito il sequestro in maniera “non estremamente professionale”. Insomma, non è ancora chiaro se la trama del rapimento sia quella di Luc Besson e Liam Neeson, oppure quella della Banda del Torchio di “Totò, Peppino e i fuorilegge”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • guido.valota

    08 Agosto 2017 - 01:01

    Forse il vero succo della post verità non sono i fake, i fact checking, le bufale russe rispammate dalla Casaleggio. Forse il succo è che è vero ciò che ognuno vuole che sia vero perché comunque in rete si trova tutto e il contrario di tutto su tutto, e tutti parlano e tutti scrivono ma tra tutti quelli che parlano e scrivono non sa niente nessuno.

    Report

    Rispondi

Servizi