Addio a Paolo Villaggio e alla sua comicità un po' tragica

L'attore è morto a Roma. Aveva 84 anni. Un talento comico che non fu soltanto Fantozzi, sebbene la maschera del ragionier Ugo lo seguì per tutta la carriera

Addio a Paolo Villaggio e alla sua comicità un po' tragica

“Genova per noi” l’aveva scritta Paolo Conte, di Asti, per Bruno Lauzi, nato in Eritrea, ma cresciuto a Genova e genovese d’adozione. Genova per noi raccontava una città che è solita nascondersi, che molte volte celava la sua complessa bellezza, che appariva magnifica però quasi solo per per chi veniva da fuori. Genova per noi l’hanno cantata in molti e molte volte. Anche Paolo Villaggio, ma solo una, poi non la cantò più “perché vengono i lacrimoni”. Lo aveva detto già Fabrizio De André, suo amico per quanto la vita gli ha concesso: “Paolo è diventato quel che è diventato perché Genova è questo: tira fuori o la disperazione o la bellezza della comicità. Ma una comicità un po’ così, un po’ tragica”. Era il 1975 ed era da poco uscito il Primo tragico Fantozzi, il debutto sul grande schermo della maschera di Villaggio, il personaggio che l’artista aveva fatto debuttare sull’Europeo nel 1968, proprio negli anni della massima retorica sul lavoro e il cambiamento sociale: un impiegato che “è il prototipo del tapino, la quintessenza del nulla”, scrisse in un suo libro nel 2010, una provocazione “nata per ridere, divenuta monumento. E sinceramente me ne stupisco ancora”.

Paolo Villaggio è morto a Roma, a 84 anni, oltre quaranta di questi vissuti assieme al suo personaggio, a quel ragionier Fantozzi divenuto sinonimo stesso di Paolo Villaggio, divenuto un pezzo della storia non solo cinematografica dell’Italia. Un personaggio che aveva concentrato sotto il basco da ragioniere la precedente produzione artistica dell’attore, ossia il professor Kranz e l’impiegato Fracchia che aveva accompagnato la prima fase della carriera di Villaggio, quella che era iniziata sui palchi di Genova, prima di raggiungere il Derby di Milano e continuata poi negli studi televisivi grazie alla scoperta di Maurizio Costanzo. Lì incontrò Vittorio Gasman. Per due anni collaborarono intensamente, al cinema con Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto e con Che c'entriamo noi con la rivoluzione?, in televisione e a teatro. Fu "uno dei vertici massimi della comicità grottesca italiana", ricordò nel 2013 Giorgio Albertazzi.

Villaggio si trasformò in Fantozzi e per anni difficilmente riuscì a evadere dalla sua stessa maschera, nonostante le altre prove attoriali con Sergio Corbucci e la partecipazione a tutta quella serie di b-movie italiani degli anni Ottanta, considerato cinema di poco conto per anni sino a una rivalutazione tardiva grazie anche al giudizio di grandi registi come Quentin Tarantino e i fratelli Cohen. Ci vollero le parole du Federico Fellini, che aveva scritturato Villaggio per il suo ultimo film, La voce della Luna, per dare all’attore genovese una seconda vita cinematografica: “Benigni e Villaggio sono due ricchezze ignorate e trascurate. Ignorarne il potenziale mi sembra una delle tante colpe che si possono imputare ai nostri produttori”.

Prima Lina Wertmüller in “Io speriamo che me la cavo”, poi Ermanno Olmi in “Segreto del bosco vecchio” diedero una nuova dimensione a Villaggio. Ma è in “Cari fottutissimi amici” di Mario Monicelli, che l’attore riuscì a dimostrare “la grandezza della sua attorialità, fatta di una profonda intelligenza e sensibilità per la difficoltà insita nell’animo umano” (disse nel 2010 Ettore Scola commentando la morte di Mario Monicelli).

Per Fernanda Pivano, “Villaggio è l’attore comico che meglio ha descritto l’italianità complicata che ha abbracciato gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. La sua comicità è basata su una profonda comprensione dell’animo degli italiani, sull’intelligenza che lo ha sempre contraddistinto come uomo”. Con Pivano lo legava una profonda stima e un’amicizia in comune, quella di Fabrizio De André, considerato un fratello dall’attore, compagno di avventure e di feste, di letture e di musica. “Sarebbero stati una coppia comica perfetta, perfetta e intelligentissima, la migliore che ci sarebbe potuta essere”, ricordò nel 2008 la scrittrice e traduttrice genovese.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    03 Luglio 2017 - 13:01

    Con tutto il rispetto per chi non è più con noi (e poi: figuriamoci se mi permetto di “sfriculiare” chi ha realizzato la prima traduzione italiana dell’Antologia di Spoon River….), ma neppure sapevo dell’ ammirazione di Fernanda Pivano per Paolo Villaggio: “l’attore comico che meglio ha descritto l’italianità complicata che ha abbracciato gli anni 60, 70 e 80”. Epperò l’italianità non è affatto complicata. Né lo sono i comici: fanno il loro mestiere di cogliere un aspetto del tutto, esasperarlo e renderlo assurdamente tragico, ai limiti del grottesco. L’italianità è un’altra cosa, per fortuna. Come la “napoletanità”: chiedere a Roberto Saviano, per riscontro (ma non ditegli che fa lo stesso lavoro del magnifico Paolo Villaggio).

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