"Noi copti non temiamo le persecuzioni, il martirio ci rende più forti"

Le stragi in Egitto, i cristiani uniti. Parla padre Antonio Gabriel

"Noi copti non temiamo le persecuzioni, il martirio ci rende più forti"

Roma. “Il martirio rende la chiesa copta più forte di prima, con la testimonianza del sangue. Siamo come il grano, che quando muore germoglia di nuovo”, dice al Foglio padre Antonio Gabriel, sacerdote copto ortodosso della chiesa di San Mina, a Roma. E’ una terribile routine che si perpetua ciclicamente, a cavallo d’ogni festività. Natale, Capodanno, la domenica delle Palme, ora l’Ascensione, con la strage dei pellegrini diretti al monastero di San Samuele, a Minya, in Egitto. Bombe dentro e fuori le chiese, un’intera comunità nel mirino e costretta all’esodo dal Sinai perché minacciata dalle falangi islamiste del cosiddetto Califfato. “I copti, comunità tra le principali del popolo egiziano, sono scesi in strada il 30 giugno del 2013 contro il potere dei Fratelli musulmani, che avevano governato il paese in un anno difficile, tra il 2012 e il 2013. Scesero in strada trentatré milioni di persone, in quella manifestazione che resterà nella storia dell’umanità. E per questo – osserva padre Gabriel –  hanno pagato il prezzo più alto. Ottantacinque chiese furono bruciate, così come scuole, ospedali, case private. Ancora oggi stanno pagando per la libertà dell’Egitto”. I terroristi, ha detto il nunzio mons. Bruno Musarò, “non accettano il fatto che i cristiani, sia cattolici che ortodossi, abbiano appoggiato la candidatura di al Sisi nel 2014”.

 

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I funerali delle vittime, una trentina secondo la stima ufficiale del governo, si sono tenuti come da tradizione venerdì, ma non è il pianto di famigliari e amici che bisogna guardare, bensì il fatto che in seguito a ogni attentato, ovunque nel paese le chiese vedono affluire migliaia di fedeli. Non in segno di sfida al nemico portatore d’odio, ma come testimonianza dell’essere comunità. “Noi non abbiamo paura della persecuzione, la nostra chiesa si chiama chiesa dei martiri. Dopo ogni attacco, le chiese si riempiono. Il nostro strumento è uno solo: kyrie eleison, Signore, abbi pietà di noi”. Lo si è visto anche ad Aleppo, in Siria, dove a ogni attacco seguiva un attaccamento ancor più viscerale alla propria comunità, alla propria chiesa. Il Papa cattolico, Francesco, anche sabato a Genova e pure domenica al termine del Regina Coeli, ha chiesto di pregare per le vittime, ricordando che oggi i cristiani perseguitati sono molto più numerosi che nei primi secoli.

 

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Quelli di Minya, poi, “erano fedeli che si recavano in un santuario a pregare, e sono stati uccisi dopo che si erano rifiutati di rinnegare la loro fede cristiana”, ha sottolineato Francesco. “Hanno rubato soldi e oro. Poi hanno chiesto loro di rinunciare a Cristo e di diventare musulmani. Se avessero accettato, li avrebbero risparmiati. Ma hanno rifiutato e così sono stati uccisi”, ha spiegato padre Gabriel. E’ l’ecumenismo del sangue, che mette da parte divisioni tra confessioni religiose che si sono combattute per secoli, in Europa e oriente. Vittime tutte uguali del jihadismo, che non guarda se il bersaglio è cattolico, ortodosso o protestante. Basta che sia cristiano. “Sì, il sangue dei martiri unisce i cristiani”, dice padre Gabriel. “Perché hanno versato il sangue per esprimere la propria fede in Gesù Cristo e tutti loro seguono la stessa strada e lo stesso cammino di Cristo”. Nonostante ciò, il nostro interlocutore non ha dubbi quando si dice convinto che “il futuro dell’Egitto, paese che ha sperimentato la tolleranza tra gente di fede diversa, sarà migliore, perché è l’unico paese che ha preso espressamente la benedizione speciale della Sacra Famiglia, senza dimenticare che anche il profeta Isaia scrisse nel capitolo 19 tante profezie per la chiesa in Egitto”. Intanto, due sono le cose da fare “per andare avanti”. Innanzitutto, “chiudere ogni strada ai terroristi, da quella finanziaria a quella delle armi, dalla logistica alle vie di comunicazione, fino ai canali che usano per propagandare le loro azioni. Il secondo elemento fondamentale da mettere in pratica è “l’educazione nelle scuole e nelle università, per creare una nuova generazione che abbia una cultura diversa, basata sulla tolleranza riguardo alle fedi diverse, che rispetti la scelta del credo religioso, che si allontani dalla violenza”.

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