Non sarà un pranzo di gala

“Ecco come cambierò l’articolo 18 nella Pa”. Parla il ministro Madia

“Entro marzo la più grande operazione di mobilità di dipendenti pubblici nella storia repubblicana”.

“Ecco come cambierò l’articolo 18 nella Pa”. Parla il ministro Madia

Il ministro Marianna Madia (foto LaPresse)

Roma. Ieri è stato rinviato il voto della commissione Affari costituzionali del Senato sul disegno di legge delega di riforma della Pubblica amministrazione. Un altro segnale d’affanno del governo, dopo le misure sulla scuola rimandate e i decreti attuativi del Jobs Act partoriti dopo mesi? “Ma no, occorrono soltanto 24 ore in più per completare i pareri della commissione Bilancio. Oggi si inizierà a votare in commissione Affari costituzionali, poi dopo la prossima settimana toccherà all’Aula. Prima dell’estate ci sarà l’approvazione e ci faremo trovare pronti con i decreti attuativi”, dice al Foglio il ministro Marianna Madia. Il ministro è a Palazzo Vidoni ma in contatto continuo con il relatore del Pd, Giorgio Pagliari. Un po’ per carattere, un po’ per strategia, Madia tende a smussare ogni scenario di “rottura”, sia con il Parlamento, sia con i sindacati dei travet o della dirigenza pubblica. Poi però nemmeno lei nasconde che già entro la fine di marzo si manifesterà “una sfida non da poco” per l’esecutivo. “Le province dovranno comunicarci gli esuberi che dipendono dal superamento delle province stesse. Sui 39 mila dipendenti provinciali complessivi, sono circa 19 mila quelli necessari alle funzioni che restano di competenza delle province dopo la Legge Delrio – dice Madia – Ci siamo impegnati a ricollocare, in prospettiva, tutti gli altri, fino a 20 mila persone, anche se alcuni di loro per esempio andranno semplicemente in pensione”. I 20 mila non saranno licenziati, ha garantito l’esecutivo (“anche per questo nell’ultima Legge di stabilità abbiamo bloccato tutte le assunzioni nella Pa per due anni”), ma dovranno accettare di essere spostati ad altre amministrazioni. “Collaborando con il ministero della Giustizia, per esempio, abbiamo preparato un bando per circa 1.000 ufficiali giudiziari che andranno a rafforzare gli organici lì dove ci sono carenze. Ciò non toglie che siamo di fronte alla più grande operazione di mobilità della storia repubblicana. E’ nella filosofia della riforma: il dipendente pubblico non può essere considerato ‘proprietà privata’ di questa o quell’altra amministrazione”. 

 

Non solo in Italia, la radicalità delle riforme si misura pure dalla radicalità delle opposizioni. Finora sembra aver funzionato un po’ solo l’effetto freno. “In realtà la scorsa estate abbiamo già approvato un decreto in materia – dice Madia – Poi non sarò io a negare che i fronti su cui vogliamo incidere con la delega sono così numerosi, dalle partecipate al ruolo della dirigenza, dai forestali ai segretari comunali, che le resistenze si faranno sentire”. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha detto che avrebbe voluto “correre di più” sul dossier: “Entro l’estate la riforma sarà approvata”, torna a rassicurare il ministro. Che rifugge toni di sfida verso qualcuno in particolare: “E’ comprensibile che, considerato il nostro impegno a cambiare su tanti fronti, dall’altra parte siano in tanti a voler conservare le proprie posizioni acquisite. E’ perfino legittimo, ma ciò non ci fermerà”. 

 

Altro tema delicato, su cui il ministro annuncia una svolta nei prossimi giorni, è quello delle cosiddette tabelle di equiparazione. Criteri necessari, ancora una volta, a rendere possibili i passaggi di dipendenti da un’amministrazione all’altra, fra inquadramenti e retribuzioni non coincidenti. “Ci stiamo lavorando con il ministero dell’Economia”. E le parti sociali, sindacati in primis, come stanno intervenendo su un punto così delicato? “Appena avremo pronte le tabelle, sarò io stessa a sentire i sindacati. Ma l’intesa la troviamo noi politici, con l’aiuto dei nostri tecnici. Su questo non torna la vecchia concertazione”, dice Madia. Poi amplia il ragionamento: “Chi lavora nella Pa è il motore di questa riforma. Che però riteniamo necessaria per rendere la vita più semplice a 60 milioni di italiani. Non a caso uno degli aspetti più discussi riguarda il futuro dei ruoli dirigenziali”.

 

Sui dirigenti della Pubblica amministrazione, le linee guida annunciano carriere legate al merito. Diciamo che sbandierare la “meritocrazia” non è esattamente un’invenzione di questo governo. “La novità è che la valutazione dell’operato dei dirigenti non sarà più un orpello decorativo. D’ora in poi la valutazione entrerà, per influenzarlo, nel percorso di carriera dei nostri dirigenti”, dice il ministro Madia. Il governo, nella delega, annuncia di puntare a eliminare le due fasce attuali in cui vengono inquadrati i dirigenti: “Così eliminiamo ogni automatismo negli avanzamenti di carriera”. Madia sostiene che l’esecutivo intende mantenere una dirigenza che sia “autonoma dalla politica”, non ha optato per lo spoils system (“scelta che sarebbe comunque legittima”), ma “autonomia non deve diventare sinonimo di inamovibilità o di irresponsabilità”. Ecco, in sintesi, come funzionerà quello che Madia chiama “il mercato della dirigenza”. Si creerà un “ruolo unico” per i dirigenti, cui si accederà per concorso; poi, una volta “abilitati”, i dirigenti potranno essere chiamati dalle amministrazioni per incarichi esclusivamente a termine; poi i dirigenti dovranno concorrere per un nuovo interpello. In questo modo diventerà decisiva la valutazione di una commissione super partes, “senza politici e senza sindacalisti, per intenderci, sul modello di quella che l’ex ministro Saccomanni insediò per valutare le partecipate”. Scusi ministro, anche qui però la tradizione di auto-assegnarsi ottimi voti in pagella non è estranea alla Pa italiana, diciamo. “Questa volta valuteremo pure il modo in cui i dirigenti valutano colleghi e funzionari. Esprimere valutazioni davvero differenziate, non identiche per tutti, sarà considerato un plus”. Finora, poi, l’aspetto che ha fatto inarcare più di qualche sopracciglio tra gli oppositori della riforma è l’extrema ratio prevista per sanzionare dirigenti non all’altezza: “Sì, i dirigenti, se sotto un certo standard, potranno finire anche fuori ruolo. Cioè perdere la loro ‘abilitazione’ a concorrere per altri posti dirigenziali. Una volta che sarà attuata la nostra riforma – dice il ministro – per merito si potrà ottenere un posizionamento migliore, certo, ma si potrà anche scendere. E perfino uscire del tutto”. 

 

[**Video_box_2**]A proposito di flessibilità in uscita, una delle principali riforme di questo governo, il Jobs Act, ha reso più facili i licenziamenti nel settore privato, riformando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Lei però ha sostenuto in passato, pure in contrasto con pareri autorevoli come quello del senatore del Pd Pietro Ichino, che ai dipendenti pubblici le nuove regole non si applicheranno. Così però continuerà a perpetuarsi una forma di “apartheid” nel mercato del lavoro: “Vorrei fare chiarezza sul punto – dice Madia – Già oggi per i licenziamenti equiparabili a quelli ‘economici’, esiste la messa in disponibilità per due anni, con l’80 per cento dello stipendio, prima del licenziamento. Con la delega semplificheremo poi i provvedimenti disciplinari per poterli utilizzare concretamente. Oggi lungaggini burocratiche e di altro tipo rendono troppo complicato il meccanismo. A fianco di tale semplificazione, ritengo comunque che il reintegro sul posto di lavoro, per un dipendente pubblico licenziato per motivi disciplinari, debba essere sempre possibile. In questo caso, infatti, chi licenzia, potenzialmente provocando l’esborso di una indennità, non lo fa con i propri soldi ma con quelli dei cittadini. Ci deve essere la possibilità di porre rimedio a scelte sbagliate, nell’interesse della collettività”.

 

Nelle linee guida rispuntano le aziende partecipate. Il governo annunciò di volere ridurre da 8.000 a 1.000; il rapporto sulla revisione della spesa pubblica, di Carlo Cottarelli, le mise nel mirino; poi però, nella Legge di stabilità, è stato fatto poco o nulla. “Il rapporto Cottarelli presto sarà reso pubblico. Detto ciò, invito a considerare che quando mi sono insediata nemmeno avevamo il numero certo delle varie partecipate. Addirittura esistevano due banche dati diverse, non comunicanti, tra il mio ministero e il Mef. Ora ne abbiamo una sola”. E’ possibile quindi calcolare un obiettivo di risparmio di spesa? “Non è con la logica del risparmio che riformiamo la Pa. Inseriremo però vincoli più stringenti per i sindaci. Prima verranno concorrenza e garanzia per il consumatore, anche nei servizi pubblici locali. I risparmi seguiranno presto, vedrete”.

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