Socci sul Papa? Ciarpame senza pudore

Spiace dirlo, perché lui è un bravo scrittore, ma il suo libro su Francesco è una cosa a metà tra il fantasy allucinogeno che rifiuta l’evidenza empirica e la panzana sedevacantista. Su Giussani, poi, una vera porcata.

Socci sul Papa? Ciarpame senza pudore

Papa Francesco (foto LaPresse)

L’opera seconda è sempre un tormento. Henry Roth, per dire, dopo “Chiamalo sonno” ci mise quarant’anni per scrivere un altro romanzo che non suonasse un chiamalo cesso. Si rischia di gonfiare un plot improbabile oltre i confini della decenza. Nel suo primo fanta-thriller vaticano, estremo fin dal titolo, “I giorni della tempesta”, Antonio Socci aveva immaginato che san Pietro non riposasse lì, nella sua bimillenaria tomba, dove persino Paolo VI aveva dichiarato che invece riposa (“abbiamo ragione di ritenere che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti, resti mortali”, 26 giugno 1968), ma che invece il Principe degli apostoli starebbe in qualche posto dalle parti di via dell’Acqua Bullicante, dietro ai prati di “Accattone”. E bon. Spiace un po’ perché alla tomba di Pietro sotto l’altare di Pietro ci si era affezionati. Ma hai visto mai che una mistica di Viareggio ne sappia più del Papa? Almeno, la suspense reggeva. Ma adesso, al secondo fanta-thriller, se pure il titolo è ben trovato, “Non è Francesco”, il plot puzza come un polpettone avvelenato. Papa Ratzinger non si è mai dimesso, farebbero fede il fatto che ancora si vesta di bianco, che abbia mantenuto stemma e firma. E il nome di Papa emerito? Già qui l’adorabile meccanismo di sospensione dell’incredulità, tanto caro anche a san Tommaso, quello che ci farebbe divertire pure davanti a “Godzilla contro Madre Teresa”, è bello che saltato. Basta prendere atto che non essendosi mai vista una dimissione di Papa di codesta natura negli ultimi 2000 anni, tutto quel che accade, accade come nuovo. Sarà ancora Papa, un Papa emerito? Magari sì, ma questo non significa che non si sia anche dimesso.

 

Se l’incipit è tirato per i capelli, la seconda trovata leverebbe lo scalpo a un calvo. Potremmo chiamarla “lascia o raddoppia?”. Francesco non è mai stato eletto Papa. Alla votazione fatidica c’era per errore una scheda in più, la votazione fu rifatta ma non andava rifatta in quella piovosa sera. Dunque elezione invalida. E nella notte, chissà poi perché, la candidatura di Bergoglio avrebbe perso peso. Il Macguffin, come lo chiamava Hitchcock, cioè la stronzata di nessun conto attorno a cui però gira il racconto, sarebbe l’articolo 69 del Regolamento generale di elezione dei Papi. Ma anche un Macguffin dev’essere un po’ credibile, per reggere. E invece basta aver letto l’articolo 68, che viene prima, quello che prescrive che nel caso il numero delle schede non corrisponda al numero degli elettori “bisogna bruciarle tutte e procedere subito ad una seconda votazione”, come fu fatto, e la sceneggiatura è bella che andata. Bergoglio fu eletto, il resto sono barzellette da sedevacantisti: cioè i più fuori di testa fra tutti i tradizionalisti. Scopiazzando “Ritorno al futuro”, secondo Socci o i suoi bizzarri sceneggiatori – hanno l’aria di essere i Bombolo e Cannavale della vaticanistica – se due persone che però sono la stessa persona (sono due Papi!) dovessero accidentalmente incontrarsi, ne nascerebbe un “paradosso spazio-temporale” tale da distruggere l’universo. In questo caso, la chiesa universale. A questo punto, la sospensione dell’incredulità non funzionerebbe più nemmeno sotto Lsd.

 

Spiace perché Socci è un bravo scrittore. Ma per il terzo episodio farebbe meglio a ricordarsi di una massima di Aristotele che, sono certo, gli è ben nota e un tempo almeno gli fu anche cara: “E’ da pazzi chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza dimostra come fatto”. (Topici I, 11, 105a 3-7). C’è un Papa che s’affaccia alla finestra, buongiorno e buon pranzo, dice l’Angelus, nomina cardinali, convoca sinodi. E c’è un Papa emerito altrettanto vestito di bianco che sta nel recinto, coltiva fiori, legge libri. Uno regna, l’altro no. Non esplodono nemmeno, quando si incontrano. Sta esplodendo la chiesa? Questo può sempre accadere, e nel passato è successo anche di peggio, ma chi siamo noi per dar fuoco alla miccia? E in ogni caso, non accadrà certo per una concatenazione di cazzate da sedevacantisti e teologi del controsenso come quelle che Socci mette in fila, facendo pure bella mostra di crederci. “E’ da pazzi chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza dimostra come fatto”. Invece fino a pagina cento e passa il plot di Socci non è altro, per citare la nostra amatissima santa Veronica da Macherio, che “ciarpame senza pudore”.

 

Il peggio però viene dopo. Il fantasy finisce la benzina, eppure Socci continua inspiegabilmente a prendersi sul serio. Così che anche solo parlarne, di quel che scrive, mette in imbarazzo chi Socci lo conosce bene e lo ha sempre stimato come una delle migliori menti della sua generazione. E’ davvero difficile accettare la sua pretestuosa pretesa che un cavillo possa essere inteso come provvidenziale, se serve a far fuori un Papa che non gli piace. Ne fosse stato eletto uno che gli andava a genio, siamo sicuri che quel cavillo provvidenziale avrebbe dormito sonni tranquilli. Socci è così sincero, nei suoi astratti furori, che non riesce a dissimulare una fanciullesca partigianeria: avessero eletto un suo preferito, uno di quei cardinali tutti controcazzi e dottrina, non avrebbe fiatato. Ma questo è andare in gondola sul Banal Grande. Così come sgomenta l’eccesso di presunzione: “Se si comincerà a discutere dell’invalidità della sua elezione, Bergoglio potrebbe (e dovrebbe) afferrare al volo questa scialuppa di salvataggio che la Provvidenza gli offre come occasione per fare un passo indietro e tornare in Argentina. Sarebbe tutto sommato un’uscita di scena onorevole”. Fino al cattivo gusto di tirar fuori pure i problemi polmonari di Bergoglio. E questo sarebbe lo stesso Socci che ha passato la vita a rampognare chiunque dicesse una parolina in dissenso dai Papi?
E poi per che cosa? A leggere tra le righe storte e pure tra quelle dritte di Socci, tutto si riduce alla speranza fantascientifica di tornare al passato e a quella, lecita ma opinabile, di poter mettere sul trono uno della schola cantorum ratzingeriana, uno dei discipuli della classe morta di Communio. Come se non fosse sotto gli occhi di tutti che, oggi, anche quella grande generazione teologica fa parte di quella stessa crisi che Socci denuncia con impeto rosminiano: l’ha vissuta, subìta, accompagnata. Difficile che possa essere anche la medicina, sic et simpliciter. La tesi è ovviamente la solita: via Benedetto, siamo piombati nel più buio relativismus. Finché regnava lui, evidentemente, andavamo benone. La tesi è così gracile che Bombolo e Cannavale, sul finale, gli suggeriscono di corroborarla appiccicandole una “profezia” di Ratzinger (il razionale professore parrebbe alieno a queste cose) sul disastro della chiesa. Peccato che Ratzinger parlasse, in quelle frasi, non della chiesa di Francesco, ma della chiesa del proprio tempo e di una crisi che c’era già prima, anche dentro al pontificato magno, e che lo costrinse, controvoglia, a salire al Soglio. La stessa crisi che l’ha convinto poi a scenderne, e a passare la mano. “Così all’unisono, tre grandi uomini di Dio – Wojtyla, Giussani e Ratzinger – fra la fine del 2004 e l’inizio del 2005, percepiscono l’incombere di una svolta drammatica per la chiesa”, scrive Socci. Dunque qualcosa non andava bene anche prima che eleggessero Francesco. Sull’uso scorretto e sconcertante che Socci fa di don Giussani, tornerò poi. Qui mi limito a ripetere, in compagnia di Aristotele: è da pazzi leggere i fatti come se fossero il loro contrario.

 

Dopodiché. Uno può anche avercela con Papa Francesco, è legittimo, come Socci si affretta ad excusarsi, non petito. Ma per dei contenuti reali. Magari solo perché si fa chiamare Francesco. Ma arrivare a sostenere che quella del cardinale argentino sia stata una “scelta inspiegabile”, quando tutti sanno che Bergoglio fu il più votato dopo Ratzinger la volta precedente, e che con quaranta voti (senz’altro più di quelli raccattati da Scola all’ultimo Conclave, ma che tanto appassionano Socci fino a farli lievitare a quasi cinquanta) Bergoglio avrebbe potuto anche bloccare l’elezione di Benedetto XVI. Invece si ritirò. Di che stiamo parlando dunque? Da dove tracima questo odio che non trova di meglio che aggrapparsi a delle panzane clericali per attaccare il Papa?

 

[**Video_box_2**]“Nell’insieme la sua è stata una vita da mediano”. Detto da Socci, uno che non ha mai amato le star che stanno meglio sui giornali che in mezzo al popolo di Dio, è un insulto strano. Non posso sentire queste cose da lui, dal grande innamorato di Péguy, che una manciata di mesi fa si dichiarava entusiasta di Francesco, “principio di una grande purificazione e di un nuovo inizio che porterà la Buona Novella a tutti. Come duemila anni fa”. Saranno i dotti a salvare la chiesa? O la chiesa stava andando a pezzi anche per colpa dei tanti fasulli dotti che la soffocano e di una non comune incapacità di comunicazione e testimonianza? Sono cose che Socci conosce molto meglio di me, ma a tratti sembra sia in preda a un masochismo che lo costringe a maltrattare la sua scintillante intelligenza.

 

La comunione ai divorziati è l’articolo 18 della chiesa, un dettaglio di interesse minore, attorno a cui però si giocano assetti di puro potere ecclesiale. E Socci ci propina tutta, ma tutta, la panna montata del nuovo intransigentismo di maniera. Ci inonda con le ridicole angosce ultramontaniste per il trionfo (trionfo?) dei “neo papalini”, i cantori interessati di Francesco. Non sfugge all’ossessione veterociellina per Scalfari. L’ossessione che il vecchio Barbapapà sia l’Anticristo conteneva una sensazione di leggera follia già trent’anni fa. Figuriamoci oggi. Comunque, il gran complotto che Socci vede sta tutto nelle coordinate del pensiero tradizionalista più vieto. Kasper, il nuovo demonio, è “la mente teologica dello ‘spartito’ che ha prevalso nel Conclave del 2013”. Ma cazzo, un po’ di laicità e di senso della storia! In Conclave una volta vince un partito, una volta l’altro, dov’è la sorpresa? Avesse vinto l’altro, pare di capire che per Socci il Conclave sarebbe stato validissimo e la mente teologica prevalente gli sarebbe sembrata perfetta. Anche se poi i cristiani avessero continuato a scappare a gambe levate dalla chiesa, come capita in Austria, o in Canada, o in Australia. Che importa? Adesso basta dire che la crisi è tutta in Argentina. Il tifo funziona allo stadio, qui è umorismo involontario.

 

E adesso, come in un film dell’orrore, il vincitore Bergoglio chiama proprio quel cardinal Kasper a “catechizzare” i porporati perché “ingoino il rospo della grande svolta”, perché “agli innovatori interessa soprattutto, attraverso il dramma dei divorziati risposati, cambiare la dottrina cattolica”. Il dubbio che al Papa invece interessi, come a Gesù con la Samaritana, incontrare la persona, e riconoscerla in mezzo a tutti i suoi mariti, non sfiora nemmeno Socci e i suoi amici dottrinaristi. A un certo punto è così preso dai suoi furori da Padre Citazionista mitragliati per incastrare Francesco, che gli scappa un significativo lapsus redazionale. Dopo averci tirato pazzi per duecento pagine a furia di mistici, miracoli e profezie, ecco un san Giovanni della Croce che dà ragione a Francesco: “Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità”.

 

Suppongo che Socci sia incazzato con Francesco da quando il Papa ha fatto quella battuta sulla Madonna che non fa “la postina”. Non sopporta che un uomo di profonda ma tradizionalissima fede in Maria come Bergoglio, tanto devoto alla Salus Populi Romani, non abbia però alcuna indulgenza per certi eccessi del misticismo post moderno. Da qui discendono anche le altre accuse, il consueto ciarpame tradizionalista, per la “diversità” della liturgia e per il presunto poco rispetto e fervore sacramentale del Papa che “nec rubricat nec cantat” e neppure si inginocchia. Sono cose che evidentemente mettono ansia a tanti. Socci arriva al punto di accusare Bergoglio di aver sottovalutato un grande miracolo avvenuto quando era a Buenos Aires. Ma, a parte che è lo stesso Socci ad ammettere che le cose non stanno così, il vero assurdo sospetto di Socci riguarda altro: “Ancora più inquietante tuttavia è chiedersi se e come Bergoglio, nel suo episcopato a Buenos Aires e poi in questi anni da ‘vescovo di Roma’, abbia mostrato di aver ‘recepito’ il messaggio del Cielo che a me pare rivolto in particolare a lui”. Insomma, il Nostro ora s’impanca a decidere lui il senso dei miracoli, e a farsi misuratore di quanto il Papa ne abbia accolto il messaggio. Mi sembra si sia ben oltre il plausibile. Come quando si afferma che la chiesa starebbe per finire perché “è mancata un po’ di misericordia con i francescani dell’Immacolata”. Maddài.

 

Un filo di resipiscenza lo hanno tutti, così a un certo punto Socci ammette: “Certo ha ragione Papa Bergoglio quando sottolinea che l’incontro con Cristo è anzitutto l’incontro con le persone da lui redente e con la vita della comunità cristiana. E non un convegno di studi sui decreti del Concilio di Nicea”. Ma aggiunge: “Questo è scontato” (scontato un tubo, verrebbe da dire). “Però la dottrina cattolica è l’intelligenza dell’avvenimento cristiano”. “Senza la dottrina, un annuncio vero del Vangelo… il messaggio di Papa Bergoglio rischia di venire recepito come un ‘liberi tutti’ rispetto alla dottrina cattolica e al pensiero cattolico”, va a concludere Socci. Ma senza un annuncio vero e che liberi tutti, il cristianesimo rischia di morire nel veleno delle regole. Non è scontato neppure domandarsi perché Socci non faccia patrimonio di questa intelligenza per guardare con più lucidità la situazione della chiesa. E magari evitare di usare l’intelligenza dell’avvenimento cristiano che fu propria di don Giussani in modo così parziale (che senso ha cavare una sua frase sul Sillabo, a inizio libro? E’ come voler estrapolarne una di Emma Bonino a favore delle mamme), e soprattutto per scagliarlo come un’arma contro il Papa. Giussani non l’avrebbe mai fatto né permesso, e questa è una porcata inaccettabile.

 

Ps. Conosco benissimo la passione del direttore del Foglio per tutto quanto d’importante faccia dibattito nella chiesa. Ma, se dobbiamo proprio stare a discutere della figura del doppio nelle fiction sul cristianesimo, non è meglio occuparsi di “Brian di Nazareth” dei Monty Python?

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