De bello comico

“Colorado”, trasmissione felice su un cactus, non bibbia dei saputi

Una cosa è certa. Diego Abatantuono che pure è comico transitato sul red carpet degli Oscar non diventerà un Roberto Benigni qualsiasi. E non potrà trasformarsi in un Maurizio Crozza qualunque. Troneggiante com’è, Abatantuono che resta Attila nel Pantheon dell’Arte (un po’ come Ferruccio Soleri che è l’Arlecchino per sempre), non è adatto alle vetrine di regime, come quel “Ballarò” – faccio per dire – dove l’umorismo è penitenziario, nel senso proprio di sottoporre gli infelici ospiti al dileggio rieducativo a uso del furbo introito politico de noantri.

“Colorado”, trasmissione felice su un cactus, non bibbia dei saputi

Una cosa è certa. Diego Abatantuono che pure è comico transitato sul red carpet degli Oscar non diventerà un Roberto Benigni qualsiasi. E non potrà trasformarsi in un Maurizio Crozza qualunque. Troneggiante com’è, Abatantuono che resta Attila nel Pantheon dell’Arte (un po’ come Ferruccio Soleri che è l’Arlecchino per sempre), non è adatto alle vetrine di regime, come quel “Ballarò” – faccio per dire – dove l’umorismo è penitenziario, nel senso proprio di sottoporre gli infelici ospiti al dileggio rieducativo a uso del furbo introito politico de noantri.

Abatantuono, forte di cabaret – la superba scuola milanese – è perfino ancora più Dario Fo di tutti i lor signori, gli umoristi della nicchia alta, ma a “Colorado”, la trasmissione più felice in tema di risate & popolo, più che il capocomico fa il predatore alfa. Per i giovani comici, infatti, diventa una passeggiata affrontare il pubblico quando, nel dietro le quinte, se la sono già vista con lui, con quelle mani che sono badili e sanno fabbricare il ritmo del sorriso.

A “Colorado”, in onda da dieci anni su Italia1 (quindicesima edizione considerate le doppiette primavera e inverno) Abatantuono è il veterano nonché il titolare, lo inventò appunto e, nel tornarci, dopo aver sperimentato altro – perfino lo chic di un Gabriele Salvatores e, poi, il romanzo di struggente melanconia di un Pupi Avati – ha accelerato l’alchimia della giostra con una scrittura surreale, nel solco di un Giovanni Mosca, di un Vittorio Metz o di un Gaio Fratini altrimenti chi mai avrebbe saputo creare, con Nicola Vicidomini, il ritratto dell’uomo solo, talmente solo da innamorarsi di se stesso e non al modo del narciso, ma del disperato: “Gli anni passano e io non so cosa fare” è parente del gaberiano “quasi quasi mi faccio uno shampoo”.

“Colorado” dunque, dove gigioneggia e giganteggia in femminilità Chiara Francini – e vi gigioneggia senza tema di patire il confronto con la bambola sexy Belen né con la ballerina Rossella Brescia che l’hanno preceduta in scena – è una perfetta Jessica Rabbit solo che non si riesce a disegnarla cattiva perché fa ridere, fa ridere e fa ridere senza strizzare l’occhio alla barba rada degli intellettuali il cui mito è fermo alla nicchia dove ogni risata è un patema. Sociale e d’impegno va da sé.
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Alchimia di scrittura dunque se Maurizio Totti, il produttore, proprietario del format “Colorado”, pare abbia fatto il colpaccio: scritturare la gallina dalle uova d’oro. E’ Gennaro Nunziante, l’artefice di parola e scena di Checco Zalone, l’autore che può confermare questo successo che dilaga poi nei mille rivoli del popolare. E che contagia tutti. Come al cinema. Dove Paolo Ruffini, amatissimo dai giovani, nato a “Colorado”, è pur sempre un signore che col suo primo film incassa più di cinque milioni di euro e se non è questo un fermento della comicità, cos’altro?

E’ la comicità di massa, “Colorado”. Va in onda nella rete di Luca Tiraboschi ed è – con maschere come Andrea Baccan, detto Pucci – l’esatta antitesi alla nicchia rancida e ideologicamente corretta di regime. E’ il programma che ha lanciato comici di successo come Pintus, Gianluca Fubelli, i Panpers, Baz, Alberto Farina, Gianluca Impastato e Andrea Viganò, il mimo, e poi ancora “l’arte circense” della famiglia Mirabella, una macchina di comicità amata da milioni (e milioni, di milioni) di affezionati cultori.

E’ la soddisfazione di Luigi Pirandello, “Colorado”. Un Leonardo Manera, immobiliarista di giorno, scambista di notte, è dinamite nella scrittura scenica. Raffaele D’Ambrosio poi, un attore formatosi allo Stabile, si sdoppia da sé e interpreta se stesso nel ruolo di un attore del teatro classico e il cortocircuito è l’orologio del contrappasso dove il tic tac accompagna – tra enfasi e compenetrazione – nel rabbuffo del ridersela. Come fa Herbert Cioffi, che se la ride del programma stesso facendo un esercizio di auto-satira per ogni puntata. Perché una cosa è certa. Non un Roberto Benigni qualsiasi, né tanto meno, un Maurizio Crozza qualunque. La comicità di “Colorado”, issata sul cactus, tutto è fuorché bibbia dei saputi. E’, insomma, Attila. Assiso sul trono di cactus. E la cosa è certa.

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