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Castrista e dissidente, obituary di Huber Matos

Vita, amici e ricordi di Huber Matos, uno dei cinque storici leader della Revolución insieme a Fidel, Raúl, Camilo e il Che. Prima castrista, poi dissidente inseguito anche all'estero. Oggi in Costa Rica si celebrano i suoi funerali (nella foto, Fidel Castro al centro, Camilo Cienfuegos a sinistra e Huber Matos a destra)

 

Castrista e dissidente, obituary di Huber Matos

Ogni anno a Cuba il 28 ottobre i bambini gettano in mare “una flora para Camilo”, un fiore per ricordare la morte del comandante Camilo Cienfuegos, uno dei barbudos più amati della rivoluzione cubana, scomparso in quel giorno del 1959 mentre era a bordo di una aereo di ritorno da Camagüey. Ma i bimbi cubani forse non sanno perché Camilo si trovava a Camagüey. Era stato inviato da Fidel per arrestare un loro amico comune accusato di tradimento e controrivoluzione, Huber Matos (nella foto, a destra), uno dei cinque storici leader della Revolución insieme a Fidel, Raúl, Camilo e il Che. Camilo, dopo essersi scusato con l’amico Huber, esegue l’ordine, ma poco dopo telefona a Castro: “Fidel è un errore, qui non c’è nessun tradimento, nessuna ribellione. Sono i tuoi ordini ad aver causato questo putiferio”. “Quell’atteggiamento gli costò la vita, con quella telefonata Cienfuegos segnò il suo destino – racconta Huber Matos – sette giorni dopo lo hanno dato per disperso”.

Ora anche Matos è scomparso, stroncato da un infarto il 27 febbraio a Miami, all’età di 95 anni. Oggi in Costa Rica si celebrano i suoi funerali. Era un insegnante e coltivatore di riso, militante come Fidel Castro prima del Partido del Pueblo cubano e, dopo il golpe di Fulgencio Batista, del Movimento 26 Luglio, l’organizzazione rivoluzionaria clandestina fondata da Fidel. Matos fornisce ai ribelli mezzi, armi e medicine conducendo la sua vita parallela di insegnante e piccolo imprenditore, ma quando viene scoperto entra in clandestinità e scappa in Costa Rica per tentare di recuperare armi per la rivoluzione. Dopo dieci mesi in Costa Rica atterra con il suo aereo ai piedi della Sierra Maestra beffando le forze di Batista e porta equipaggiamento per una colonna intera di cui prende il comando. Con le sue truppe riesce a ferire e mettere in fuga lo storico nemico del Che, il tenente Sanchez Mosquera, poi conquista Santiago, la seconda città dell’isola, ed entra come trionfatore all’Havana nel gennaio del ’59 insieme a Fidel. “La rivoluzione era un’alba di speranza, la vedevo non solo come una promessa ma come una concreta realizzazione delle aspirazioni del nostro popolo”. Matos era convinto che il ruolo dei militari sarebbe stato temporaneo e che il potere sarebbe stato consegnato alla società cubana per la costruzione di una democrazia pluralista. “Quando la guerra sarà finita – gli disse Fidel quando lo nominò comandante – i militari non potranno occupare posizioni politiche. Dobbiamo essere i guardiani morali della rivoluzione, il nostro dovere è mantenere le promesse che abbiamo fatto al popolo”.

Il comandante Matos viene nominato governatore generale della provincia di Camagüey, ma si trova subito in disaccordo con le scelte di Castro che prima diventa primo ministro, poi depone il presidente Urrutia e infine nomina ai vertici delle forze armate e dell’economia il fratello Raúl e Che Guevara che rappresentano l’ala marxista-leninista della rivoluzione. “Quando vidi che la rivoluzione andava nella direzione sbagliata mi sono detto: 'Me ne vado, non posso essere responsabile di quello che sta succedendo'”. Matos  invia una lettera di dimissioni a Fidel, ma Castro le respinge: “Ammetto che Raúl e il Che flirtano con il marxismo, ma la situazione è sotto controllo”. I mesi passano e il governo moderato e democratico che aveva sognato diventa sempre più un miraggio, quindi Matos decide di tornare a fare l’insegnante rassegnando di nuovo le dimissioni con una lettera molto misurata: “Non voglio diventare un ostacolo per la rivoluzione”.

Per Fidel le dimissioni sono un tradimento politico e manda Camilo ad arrestarlo. Per Raúl Castro e Che Guevara deve essere fucilato, ma Fidel opta per l’arresto perché “non deve diventare un martire”: nel dicembre del ‘59 Matos viene condannato a 20 anni di carcere. “Huber Matos vuole basare la sua difesa sul fantasma del comunismo”, dice il líder máximo durante il processo, solo sei mesi dopo sarà lo stesso Fidel a dichiararsi comunista, ma ormai Matos è in carcere e ci resterà fino al 1979. Esce di prigione dopo venti anni di torture e, come aveva fatto pochi anni prima durante il regime di Batista, scappa in Costa Rica per riabbracciare la moglie e quattro figli ormai adulti. Da lì si trasferisce a Miami, dove sarà per decenni un punto di riferimento della dissidenza cubana, e raccoglie la sua storia e le sue memorie in un libro, “Cómo llegó la noche” (Come venne la notte), tradotto in diverse lingue ma non in italiano. In una lettera scritta prima di morire ha espresso la volontà di essere sepolto in Costa Rica, il paese che l’ha ospitato e salvato due volte dalla dittatura, e di essere poi trasferito nella città natale di Yara solo quando Cuba sarà libera. In attesa che arrivi il giorno, una flora para Huber.

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