Il Pd, Bersani e un linguaggio in crisi

Storia di un partito che non trova più le parole per vincere

Questo articolo nasce da un messaggio ricevuto qualche settimana fa da un importante esponente del Partito democratico. Era il ventitré maggio: Pier Luigi Bersani aveva organizzato il suo primo viaggio all’estero da segretario del Pd, la delegazione dei democratici era appena arrivata in Cina e molti giornalisti si erano di colpo interrogati sulla misteriosa ragione di questa improvvisa spedizione in oriente.

“Noi chic e noi popolari, noi borghesi e noi medio bassi, noi snob, noi ceto medio riflessivo, noi liberal, noi democrat, noi intelligenti e noi stupidi di buona volontà, noi che assistiamo al successo e all’occupazione del potere da parte di ex fascistoni, di spregiudicati voltagabbana, di brutti figuri con il cravattone, il colletto slacciato e l’auto sfacciata, gente che fa il possibile e pure l’impossibile per apparire impresentabile, siamo in grado di fare un onesto esame di coscienza? Di riconoscere dove abbiamo sbagliato?”.
Edmondo Berselli, “Sinistrati”

Questo articolo nasce da un messaggio ricevuto qualche settimana fa da un importante esponente del Partito democratico. Era il ventitré maggio: Pier Luigi Bersani aveva organizzato il suo primo viaggio all’estero da segretario del Pd, la delegazione dei democratici era appena arrivata in Cina e molti giornalisti si erano di colpo interrogati sulla misteriosa ragione di questa improvvisa spedizione in oriente. Domanda in fondo più che legittima, dato che proprio nei giorni in cui il segretario veniva trionfalmente accolto dai compagni di Pechino il governo italiano si ritrovava in condizioni di sofferenza non indifferente: Giulio Tremonti aveva iniziato a parlare della sua discussissima Finanziaria, le regioni avevano cominciato a sbuffare, il presidente del Consiglio aveva chiesto spiegazioni al suo ministro, i finiani avevano deciso di passare al contrattacco e in tutto questo nel Partito democratico non c’era nessuno che sapesse rispondere alla domanda più semplice del mondo: ma che ne pensa di tutta questa storia il nostro segretario? Boh. Per tentare di capirci qualcosa, a quel punto il cronista prende in mano il telefono, dà un rapido sguardo alla rubrica, trova il numero di un alto dirigente democratico – anche lui inviato con il segretario in Cina – e gli domanda che diavolo ci faccia in quei giorni Bersani a Pechino. Il democratico risponde subito con molta sicurezza e scrive così: “Il segretario interviene al China-Eu high level political forum su global challanges and China-Eu cooperation”. “Grazie molte, chiarissimo”.

Ecco: quel messaggio è stato preso molto sul serio. Il cronista ha ringraziato l’interlocutore, gli ha augurato a very nice speech at the China Eu cooperating, ha riflettuto sulle strategie di comunicazione di questo benedetto Pd, poi si è ricordato di una vecchia frase che un prof. gli ripeteva spesso all’università (diceva Ludwig Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”), ha ritrovato un bel saggio sull’argomento e alla fine ha provato a capire per quale motivo, quando nel Pd qualcuno parla, spesso nessuno capisce che cosa diavolo voglia dire.
Il libro in questione è scritto da un bravo linguista americano autore di parecchi saggi che forse potrebbero tornare utili al maggior partito dell’opposizione: George Lakoff. La prima pubblicazione di successo di Lakoff, qualcuno forse se lo ricorderà, fu “Don’t Think of an Elephant!” (in Italia tradotto da Fusi orari): un saggio che in America ha venduto circa 240 mila copie diventando un grande caso editoriale. L’ultimo libro di Lakoff si chiama invece “Pensiero politico e scienza della mente” (in Italia è edito da Mondadori) ed è un libro a cui Pier Luigi Bersani forse dovrebbe dare un’occhiata.

Lakoff, fino a poco prima che arrivasse Obama, è stato per anni in polemica con i democratici (non solo americani) per la loro incapacità di contrastare le strategie di comunicazione dei conservatori. Il prof. ha scritto numerosi saggi per dare consigli alla sinistra su come vincere le elezioni (pochi mesi prima della vittoria di Barack Obama ha pubblicato persino un ambiziosissimo dvd intitolato “Come i democratici e i progressisti possono vincere le elezioni”). Nonostante il linguista americano abbia iniziato a prendersi parecchio sul serio, Lakoff, al contrario per esempio di Noam Chomsky, non si è ancora trasformato in un immenso Pancho Pardi e le sue parole meritano dunque di essere studiate con attenzione. Ci si chiederà: ma perché mai Lakoff ha fatto discutere così tanto i democratici? Beh: l’idea di fondo del professore è che oggi il problema della sinistra non è tanto una scarsa abilità nell’uso della comunicazione politica quanto, piuttosto, una inadeguata conoscenza del cervello degli elettori. In sostanza, Lakoff sostiene che, in ambito politico, le scelte linguistiche finiscono per influenzare l’opinione pubblica sopra ogni altra cosa; e che il grande problema della sinistra contemporanea è quello di non sapere come attivare i giusti “frame” per vincere le elezioni.

“Negli ultimi anni – ha scritto Lakoff, pochi mesi prima che Obama trionfasse negli Stati Uniti – i conservatori sono riusciti a inquadrare una serie di temi che si sono rivelati i loro cavalli di battaglia vincenti: hanno monopolizzato l’agenda politica e hanno costretto i democratici a un continuo e infruttuoso gioco di rimessa”. Il concetto di “frame” lo si trova in modo quasi ossessivo nei libri di Lakoff. Secondo il prof. il frame è una cornice all’interno della quale si va a comporre ogni dibattito politico. E nella teoria di Lakoff creare un frame efficace significa essere capaci di usare con abilità simboli in grado di orientare le emozioni dei cittadini “in maniera da predeterminare l’accettazione o il rifiuto di un argomento prima ancora di un’analisi critica e razionale”. Tradotto significa che una volta imparato il meccanismo dei frame, i democratici saranno capaci di strappare il mondo dalle mani della destra. Un esempio perfetto della potenza del frame lo si ha nel titolo del libro più di successo di Lakoff: “Non pensate a un elefante!”. Bene: pur essendoci sforzati di eseguire l’ordine di Lakoff – ehi: non pensare all’elefante! – la semplice evocazione del frame “elefante” non può che farci istintivamente venire in mente un robusto mammifero provvisto di lunga proboscide. E nel linguaggio della politica, dice Lakoff, le cose funzionano più o meno allo stesso modo. “Ci sono parole che evocano obbligatoriamente concetti, processi mentali, sequenze di pensieri che sfuggono dal nostro controllo. Ci sono parole potenti per natura che vivono una vita propria dal momento che entrano a far parte dei nostri pensieri, e sulle quali la nostra coscienza ha ben poco controllo. E in politica vince chi costringe gli avversari a giocare sul proprio terreno. Vince chi mette i propri rivali nelle condizioni di mostrarsi all’elettore come una comparsa insignificante nel frame creato da chi tiene il pallino in mano. Usare bene i frame significa dettare l’agenda politica, significa costringere l’avversario a giocare sempre con regole scritte da te e significa riuscire a far discutere i tuoi rivali degli argomenti che tu in teoria padroneggi meglio di chiunque altro”.

Ma è l’ultima parte del ragionamento di Lakoff che è forse quella più interessante. Secondo il linguista di Berkeley, alla radice di molti problemi che tormentano i riformisti di mezzo mondo vi è una questione di carattere squisitamente culturale: un equivoco frutto di un esasperato riflesso illuministico che da anni tormenta i progressisti non solo americani. I liberal – dice Lakoff – hanno da tempo il vizio di considerare la politica come una realtà perfettamente logica e lineare: in cui la ragione conta più dell’emozione, in cui ogni cosa è prevedibile e in cui ci si illude che basta fornire scientificamente agli elettori fatti e cifre perché questi possano votare per il candidato migliore. E inevitabilmente, chiunque si opponga al nostro ragionamento non può che essere irrazionale, se non un imbecille. Bene, ammettetelo compagni: quante volte avete sentito dire che gli italiani che votano Berlusconi “agiscono contro i loro interessi”? Quante volte avete pensato – come diceva Bertolt Brecht – che se il popolo non approva la linea del partito bisogna chiedere le dimissioni del popolo? E poi: quante volte avete seriamente creduto, come ripeteva spesso Ettore Bernabei, che in fondo gli italiani sono sessanta milioni di teste di cazzo?

“La maggior parte di noi – scrive Lakoff – ha ereditato una teoria della mente che risale almeno all’illuminismo: secondo la quale la ragione sarebbe conscia, letterale, logica, sottratta alle emozioni, incorporea, universale e funzionale ai nostri interessi. Questa teoria della ragione umana è stata confutata in ogni suo punto, ma continua a persistere. In molti aspetti della vita ciò può non avere importanza. Ma in politica può avere effetti negativi. Dà un’idea ingannevole delle ideologie politiche e del modo in cui gli elettori pensano. Può impedire ai progressisti una consapevole articolazione della loro visione morale e della missione morale dello stato. E questo atteggiamento induce spesso i protagonisti del pensiero liberal a rinunciare ai propri ideali senza nemmeno formularli”.

A tutto ciò va aggiunto poi un altro spunto di riflessione. Molti osservatori hanno infatti recentemente notato come una delle tante contraddizioni comunicative vissute dal centrosinistra sia stata quella di non aver mai trovato un definitivo linguaggio comune in cui tutti i democratici fossero davvero capaci di riconoscersi: e il fatto poi che il Pd litighi quotidianamente per una definizione scorretta, per una formula impropria o per un aggettivo inadeguato è indicativo della grave assenza di una vera koiné comune. Lo si sarà notato: finora il processo di sintesi nel Pd non è riuscito con le fondazioni, con i soldi, con i voti, con i simboli, con i giornali, con le culture e soprattutto con il linguaggio usato dal partito. Non avere però un chiaro sistema di comunicazione condiviso è anche il modo migliore per non far capire all’esterno ciò che si pensa. E allora, signori, eccola qui la soluzione, eccola qui la formula con cui tutti i democratici possono tranquillamente riconoscersi senza azzuffarsi: l’inglese, of course. E così, i compagni e le compagne diventano democrats, la festa dell’Unità diventa un democratic party, le campagne elettorali vengono combattute all’insegna del “We Can”, i congressi diventano convention e alla fine anche per le assemblee di partito spuntano le definizioni più creative.

Prendete il caso dell’ultima “convention” convocata a marzo dal Pd, alla Fiera di Roma. La promessa era che il maggior partito dell’opposizione avrebbe spiegato in modo chiaro, senza filtri, senza tentennamenti, senza giri di parole, senza frasi complicate, senza prendersi a bastonate, i giusti termini, le giuste parole, le giuste frasi per illustrare le idee da cui finalmente partire per iniziare a costruire un’alternativa al governo. Per preparare quell’incontro, i massimi dirigenti del Pd scelsero di consultare due diverse agenzie di comunicazione in modo da offrire all’opinione pubblica un’immagine pimpante del Partito democratico. La prima agenzia venne consultata per capire, in quel momento, quale tipologia di partito era giusto offrire al proprio elettorato (compagni: ma chi siamo davvero?). La seconda, invece, per comprendere quale doveva essere il giusto messaggio da proporre all’assemblea (compagni: ma che dovemo dì?); o meglio, come suggerito sul suo blog da Marco Damilano, “per fiutare quello che si muove nella società, valori e interessi, e dargli una rappresentanza, un’organizzazione, un progetto e una classe dirigente in grado di portare quei valori e quegli interessi al governo”. Era una scelta difficile, lo si capisce, e dopo lunghi giorni di riflessioni il Pd alla fine ha partorito la sua proposta definitiva: Pd Open. “Vedete – ha detto spesso senza essere ascoltato l’ex portavoce di Romano Prodi Ricky Levi – Berlusconi è un uomo di comunicazione e ha vinto tante elezioni senza aver mai usato nei suoi slogan una parola in inglese. Vi siete mai chiesti il perché?”. Ma sulle pessime conseguenze legate alla deriva anglofona dei progressisti italiani è stato definitivo Edmondo Berselli in uno dei suoi libri più belli: “Sinistrati”: “Brutalizzati alle elezioni, battuti culturalmente, spintonati ai margini di una società cattiva. Alcuni legati a un’idea troppo razionale di riforme difficili, altri pervasi dalla nostalgia di rivoluzioni impossibili. Risultato: I care. We can. They win”.

La difficile definizione di una corretta cornice linguistica all’interno della quale costruire con intelligenza l’identità del Partito democratico ha però prodotto anche risultati paradossali. Non solo i democratici non riescono a trovare le parole giuste – i frame, direbbe Lakoff – per competere con i propri avversari ma in alcuni casi il nostro centrosinistra è stato oggetto persino di una serie di inaspettate incursioni nemiche nel proprio bagagliaio culturale. Dicesi furti, sussurrano nel Pd. E l’impressione è che una delle grandi contraddizioni presenti nel Partito democratico sia proprio quella di aver fatto poco per evitare che gli avversari mettessero le mani sulle parole più preziose del suo vocabolario culturale: ed è anche questa una delle ragioni per cui a volte sembra che i principali antagonisti della maggioranza di governo si trovino proprio all’interno della stessa maggioranza. Prendete il caso di Gianfranco Fini, di Umberto Bossi e di Giulio Tremonti. C’avrete fatto caso: quando Fini parla di immigrazione, quando parla di integrazione, quando dice che chi nasce in Italia è italiano, quando si mostra di fronte all’opinione pubblica come fosse l’unico grande difensore dei più deboli e quando – così dolcemente, così delicatamente, così veltronianamente – parla in modo rattristato dei diritti negati della incompresa generazione Balotelli, ecco, viene proprio da pensare che laggiù a sinistra non si sono accorti che la progressiva inconsistenza del granaio elettorale del Pd non è più soltanto un problema di numeri. E’ qualcosa di più.

“Sì – ammette Giorgio Tonini, senatore del Pd e coautore del famoso discorso del Lingotto (27 giugno 2007) con cui Veltroni illustrò le sue idee per guidare il Partito democratico – le incursioni semantiche dei nostri avversari hanno avuto l’effetto di togliere spesso la voce al Pd. Riflettiamo un attimo. Fini dice spesso cose di centrosinistra. Bossi dice spesso cose di centrosinistra. Tremonti dice spesso cose di centrosinistra. Embè, e noi che facciamo? Vi sembra possibile che nell’immaginario collettivo la Lega sia diventato il partito della base? Il partito degli operai? Il partito dei lavoratori? Persino il partito leninista? Il fatto è che, soprattutto al nord ma chissà che questo non possa accadere sempre di più anche al centro, il nostro partito ha progressivamente perso contatto con il mondo del lavoro. Il Pd – suggerisce Tonini – purtroppo è diventato il terzo partito nelle fabbriche del nord e, per essere più espliciti, è sempre più in minoranza tra tutte quelle persone che lavorano con le mani. Non c’è più un linguaggio. Non c’è più un vero frame di riferimento. Sì: possiamo vantarci di essere il partito di chi non usa le mani, degli intellettuali. Ma siamo sicuri che alla fine ci convenga davvero?”. E un discorso simile si potrebbe fare anche per Fini.

“Con il suo linguaggio – continua Tonini – il presidente della Camera rischia di farci sempre più concorrenza. Il Pd è ormai un partito concentrato sui ceti medi urbani e anche su questo terreno, forse, Fini ci creerà problemi. Pensiamo all’immigrazione. Quando Fini dice che chi nasce in Italia è italiano ci ruba le parole. Ci sottrae concetti che dovrebbe essere la sinistra a promuovere. Invece spesso questo non succede, ed è un grande problema”. E poi c’è Tremonti. “Non c’è dubbio. Anche Tremonti ci sta mettendo in difficoltà. E’ vero, il ministro va un po’ a periodi: un giorno dice che è liberista, un altro che è mercatista, un altro che è statalista, un altro che la paura è il mercato, un giorno che la speranza è lo stato, e viceversa. Ma a parte questo, dobbiamo ammettere che il tremontismo costituisce un piccolo pericolo per il Pd. Perché il Tremonti che invoca l’intervento dello stato per salvare i campioni nazionali è un Tremonti che non può non sovrapporsi alle idee di una certa sinistra. Ma anche perché Tremonti ha iniziato a rubarci le parole anche su un altro piano: quello europeo. Quel linguaggio da tecnocrate illuminato un tempo apparteneva a Prodi. Oggi invece sembra esserci stata una sorta di passaggio di consegne. Tremonti sta cercando di intestarsi il rapporto con l’Europa, e se il Pd dovesse iniziare a essere percepito come se fosse il partito degli euroscettici, beh, significherebbe dire che siamo proprio alla frutta”.

Ecco: nasce proprio da questi problemi – dai problemi di comunicazione e soprattutto di linguaggio – l’eterna ricerca di un narratore capace di riscrivere con intelligenza il vocabolario del centrosinistra anche attraverso l’uso di parole in grado di sfiorare non solo la pancia ma anche il cervello dell’elettore democratico. I progressisti italiani, bisogna dirlo, hanno sempre avuto un rapporto molto complicato con la narrazione della loro identità: un tempo la sinistra affascinava così tanto gli intellettuali da arrivare a condizionarne persino il pensiero; poi gli intellettuali hanno iniziato ad affascinare così tanto la sinistra da condizionarne in modo decisivo il passo politico; infine – e questa è la fase che più ci riguarda – gli intellettuali, dopo essere diventati il faro del partito, si sono allontanati dalla nave del pensiero progressista e la sinistra si è così ritrovata senza una rotta, e senza più punti di riferimento. “Le scelte politiche – dice Lakoff – hanno bisogno di un impianto narrativo. Emotivamente convincente per arrivare alla gente. Una corretta narrazione della politica è frutto di un’accurata selezione di alcune precise parole che siano capaci di provocare emozioni uniche”.

Per capirci: con Veltroni, con l’ex segretario romanziere, scrittore e abile affabulatore, il Partito democratico aveva trovato un politico che conosceva l’uso della parola frame e che sapeva perfettamente come tentare di circoscrivere la dialettica del partito all’interno di una cornice condivisa. Lo schema privilegiato da Veltroni era semplice: io sono il nuovo Obama e per capire quello che vi aspetterà con me pensate a quello che sta vivendo l’America con il mio amico Barack. Questo frame aveva avuto il pregio di creare, seppur per un breve periodo di tempo, un’atmosfera fatata in cui ogni parola dell’ex sindaco veniva descritta come se fosse stata appena solfeggiata con un pregiato flauto di cristallo dal piccolo principe segretario. Un’atmosfera in cui i discorsi dell’ex leader del Pd potevano piacere o non piacere ma almeno si capivano. Bene: dopo un anno passato alla guida del maggior partito dell’opposizione non si può dire che lo stesso discorso valga per Pier Luigi Bersani. E quello che molti osservatori hanno notato ogni qual volta l’attuale capo del Pd viene intervistato dai tg, interviene sui giornali, partecipa ai convegni o rilascia dichiarazioni è che il segretario, purtroppo, non riesce proprio a eccitare. O meglio, così direbbero i vecchi saggi del partito, “non smuove le coscienze”. Ma perché? Che cos’è che blocca Bersani?

“Il problema linguistico della sinistra – sostiene Mario Morcellini, direttore del dipartimento Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma – è che ha sempre confuso lettori ed elettori. Il Pd, purtroppo, è un partito che non sa produrre stereotipi ed è un partito che proietta all’esterno un’immagine di sé drammaticamente sfocata: senza emozioni tratti distintivi, senza modelli comprensibili. Insomma: un partito povero di contenuti. Muto. Senza voce”. E in fondo basterebbe forse fare due passi in questi giorni tra le strade delle grandi città italiane per avere sotto gli occhi uno dei migliori esempi di difficile comprensione dei messaggi democratici. Ve ne sarete accorti: l’ultima strategia adottata dai super esperti della comunicazione del Pd è stata quella di accompagnare le campagne pubblicitarie del partito con un piccolo codice a barre bidimensionale che una volta inquadrato dalla fotocamera del vostro telefonino “vi permetterà di avere accesso a centinaia di contenuti aggiuntivi preparati ad hoc per approfondire gli argomenti in questione”. Il famoso – e daje con l’inglese – QR Code. Certo, lo strumento (che – come rivendica Stefano Di Traglia, responsabile Comunicazione del partito – permette di approfondire online l’argomento trattato a partire da un manifesto, volantino, inserzione e da tutte le forme di comunicazione tradizionale) sarà pure utilissimo ma l’impatto visivo non si può dire sia proprio incoraggiante: una serie di interminabili puntini neri impossibili da decodificare se non con un sofisticatissimo programma elettronico. Come dire: non esattamente il modo migliore per rendere un pochino più comprensibile il messaggio politico del Pd.

Il primo a notare però la scarsa dimestichezza bersaniana
con il linguaggio della politica moderna è stato lo storico torinese Miguel Gotor, che in un bell’articolo pubblicato lo scorso settembre sul Sole 24 Ore ha fatto a pezzi lo stile del segretario del Pd. Gotor ha sostenuto che “il lessico di Bersani è la spia di un programma politico che punta a un target preciso, ma al tempo stesso liquido ed emotivo, e all’idealizzazione di un’età primigenia, da lui evocata in ogni comizio, quella in cui i cattolici e i socialisti non sedevano ancora in Parlamento, ma erano radicati nella società”. “La lingua che Bersani preferisce usare – ha scritto Gotor – è il sermo humilis, quello dei toni gergali e quotidiani, dei dialettismi orgogliosamente esibiti, delle parole tronche e strascicate, della sentenziosità proverbiale che ricorda da vicino il populismo linguistico degli esordi di Umberto Bossi e di Antonio Di Pietro”. L’analisi di Gotor si concludeva con un altro ragionamento interessante: “Il contenuto dei discorsi di Bersani è sacrificato sull’altare della concretezza mediatica e si assiste al trionfo, avrebbe scritto Pasolini, del fine comunicativo su quello espressivo, come in ogni lingua di alta civilizzazione e di pochi livelli culturali, quale è ormai l’italiano”.

Tutto giusto, ma qui dissentiamo. Il problema di Bersani
– e più in generale il problema di gran parte dei massimi dirigenti del partito – è che il tentativo di offrire un nuovo stile alla comunicazione del Pd è percepibile, e a volte è persino commovente. Prendete per esempio il vicesegretario Enrico Letta, che sembra essere uno dei pochi democratici consapevoli della difficoltà con cui il Pd si fa capire dai suoi elettori. Letta – che ha persino proposto di fare uno piccolo sforzo per trovare dieci parole con cui rilanciare l’azione del suo malandato partito – ripete da mesi che il Pd deve essere più sexy, che deve essere più chiaro, che deve essere più spontaneo, che deve essere più pimpante e che deve tentare in tutti i modi di usare sempre di più le parole giuste per farsi comprendere dal suo popolo. Il punto però è che leggendo con attenzione libri come quelli di George Lakoff più che un problema di comunicazione o più che un problema di messaggio qui, nel Pd, sembra esserci soprattutto un problema di linguaggio; quasi di cervello, direbbe Lakoff. E in questo senso, non c’è dubbio che la definizione più efficace sull’origine dei guai linguistici del Partito democratico la si trova in una battuta offerta dal prof. americano all’inizio del suo ultimo libro: “Non si può capire la politica del Ventunesimo secolo con il cervello del Diciottesimo”. Chissà che cosa ne pensa il compagno Bersani.

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