Latchford, il lato oscuro di Malraux

Tra templi depredati, Khmer Rouge e musei occidentali, Douglas Latchford trasformò il saccheggio dell’arte cambogiana in un impero. Il reporter Matthew Campbell ricostruisce la parabola di un trafficante che voleva essere Malraux, senza riuscire a convertire la razzia in letteratura o in impegno civile

8 NOV 26
Immagine di Latchford, il lato oscuro di Malraux

Foto via Gtty Images

Le alte mura sormontate da filo spinato della Golden Valley, il quartiere più esclusivo di Yangon, occultavano molti misteri. La villa più elegante era quella di un designer francese di cui si diceva che fosse o fosse stato un agente dello Sdce, il Service de documentation extérieure et de contre-espionnage, l’ex servizio segreto francese. La villa ospitava anche il suo showroom, ma quando cercai di tornarci qualche anno dopo era stata chiusa e il francese sparito, a quanto si diceva per sfuggire alla potente moglie. In una villa vicina era stato costruito un deposito dove erano raccolte statuette, sculture in legno, pietra e bronzo, mobili coloniali, argenteria e oggetti provenienti da varie parti della Birmania. Il proprietario era un uomo grasso e ambiguo. In seguito, avrei cercato di ritrovare quel deposito, ma sembrava sparito come il proprietario: era stato messo in galera per oscuri motivi.
A ripensarci, mi sembra che quei personaggi, soprattutto il secondo, assomigliassero molto, anche fisicamente a "The Man Who Stole the Gods", l’uomo che rubò gli dèi, raccontato in un libro con quel titolo da Matthew Campbell, reporter di Bloomberg BusinessWeek. Certo, le differenze tra loro sono molte, nei metodi, più o meno violenti o legali e nel campo d’azione, che sia la Birmania depredata dai primi due o la Cambogia, saccheggiata dal terzo. Ma non importa: tutti loro sono protagonisti di quel cuore di tenebra, di quella giungla degli specchi che è il Sud-est asiatico. Anche per questo potere evocativo che il libro è un perfetto esempio di giornalismo d’inchiesta, di narrative non fiction. Quell’uomo è l’inglese Douglas Arthur Joseph Latchford, detto "Dynamite" Doug per il metodo che applicava per recuperare i tesori archeologici disseminati nelle foreste cambogiane. Lui si definiva un "adventurer scholar" e forse per questa sua connotazione alcuni lo hanno paragonato a Malraux, lo scrittore, politico e avventuriero che rappresenta ormai l’archetipo di quel genere umano.
In realtà Latchford voleva essere Malraux ma non riuscì a trasformare in arte la razzia, come accadde a Malraux che dal furto di due sculture da un tempio angkoriano trasse materia per "La via dei Re", né far evolvere l’avventura in impegno umano e sociale, come Malraux avrebbe fatto e descritto ne "La condizione umana". Lui era uno di quegli ambigui personaggi che dagli anni Settanta in poi usarono il Sud-est asiatico come campo giochi per arricchirsi e coltivare i propri vizi.
Grazie ai suoi contatti sia con Angka, l’organizzazione di Pol Pot che aveva trasformato la Cambogia in una succursale dell’inferno e che per finanziarsi aveva spogliato il paese delle sue opere d’arte, e con i Vietcong che le trasportavano lungo il sentiero di Ho Chi Minh, Doug divenne uno dei maggiori trafficanti d’arte khmer. I suoi principali clienti erano istituzioni come il Metropolitan Museum of Art di New York, ma anche collezionisti privati come il co-fondatore di Netscape Jim Clark che decorò il suo attico di Miami con sculture khmer per un valore di 35 milioni di dollari.
Latchford è morto a Bangkok il 10 agosto 2020, ma la sua fortuna era declinata già da anni, da quando la giustizia americana aveva cominciato a indagare sui suoi traffici. Indagini che hanno portato alla restituzione al governo cambogiano di oltre duecento opere, comprese quelle provenienti dalla sua collezione personale. Ma molte altre sono scomparse nel mercato delle "Blood Antiquities", come dimostrano le recenti rivelazioni secondo cui gli oligarchi russi stanno riciclando denaro sporco nel mercato dell’arte.