Perché leggere "Il trofeo" di Gaea Schoeters

La recensione del libro di Gaea Schoeters edito da Einaudi, 232 pp., 20 euro

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"Il trofeo" della belga Gaea Schoeters – sceneggiatrice, giornalista e librettista classe 1976 – è un romanzo che produce incubi notturni, altera l’umano senso di bene e male e fa risuonare istinti ancestrali. Diventa esso stesso un richiamo ineludibile per il lettore che, stregato, non può smettere di leggere, come ineludibile è il richiamo che muove il protagonista, l’uomo d’affari Hunter White perseguitato da un nome che è un destino, il quale giunge in Africa per dare la caccia a un anziano rinoceronte con l’aiuto di un amico ben inserito che gli ha procurato la costosissima licenza d’uccidere. Nonostante però tutto sia architettato perché i cacciatori europei, pagando, possano tornare a casa con il trofeo, pur restando la caccia un processo antico e dalle regole sacre, stavolta il colpo manca: un rinoceronte giovane si fa trovare al posto sbagliato, i bracconieri si mettono di traverso e la sorte decide che la morte dell’animale non deve essere firmata da Hunter. “Morto è morto. Per il rinoceronte non fa differenza chi tira il grilletto. Che naturalmente non ha senso: anche un bambino sa che un colpo non è uguale all’altro”. E proprio in virtù di una sorta di risarcimento, al cacciatore bianco verrà fatta una proposta degna dell’hybris di un mortale che si crede Dio: dar la caccia a un giovane uomo. “Ma sei fuori di testa?” protesta Hunter. “Se non lo fa lei, lo farà qualcun altro […] “Questa è l’Africa. La vita umana qui ha un valore diverso”. In cambio dell’esperienza e del nuovo trofeo, imbalsamato ma senza il cuore che deve essere seppellito in terra natia, i cinquecentomila dollari che il bianco darà serviranno per finanziare l’ambulatorio medico, far andare a scuola i bambini, dare ai migliori la borsa di studio e, in quel modo, si preserverà anche la fauna selvatica. Da una parte il cacciatore bianco ha bisogno di un alibi, ma dall’altra prevale l’ossessione: “Il pensiero della preda che gli è sfuggita lo perseguiterà ogni notte per il resto della sua vita”.
Schoeters scrive una storia fatta di ossimori, in cui tutto è liminale: la vita esiste nella morte; la conservazione nasce dall’uccisione; il rispetto consiste nell’aiutare a morire e la salvezza nel proseguire invece che nell’arrestarsi perché “quel capovolgimento dell’ordine naturale è l’essenza della caccia”. Allora dove metterci quando leggiamo? Siamo scomodi, per quanto possiamo ripeterci che si tratta di “un rituale del tempo in cui l’uomo cacciava ancora come un animale tra gli animali”: neppure allora, però, cacciava i suoi simili. Leggiamo quindi tra le righe la tracotanza del presente? La soluzione che Schoeters sceglie è l’unica possibile: “Nel giorno della nostra morte una brezza leggera cancellerà le nostre impronte dalla sabbia. […] E’ un canto funebre per gli uomini e per gli animali, perché nella morte siamo tutti uguali”.
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Gaea Schoeters
Il trofeo
Einaudi, 232 pp., 20 euro