UNA FOGLIATA DI LIBRI
L'antidoto di Spitzer alla critica stilistica dimezzata
La prassi critica di Leo Spitzer rivendica la bontà del circolo ermeneutico: parte da un “clic”, intuizione d’insieme imprevedibile, poi cerca di fondarla su singoli indizi testuali, quindi ritorna a una visione complessiva, in un avanti e indietro senza sosta. Da Carocci "Un profilo intellettuale" proposto da Riccardo Donati
1 NOV 26

(Foto Getty)
A inizio Novecento, nella cultura europea l’idealismo scaccia il positivismo. In Italia, il cambiamento va sotto il nome di Benedetto Croce. E a Croce, in questo senso, è ambiguamente legata la nuova critica stilistica, che tenta di unire gli studi sulla lingua a quelli letterari. E’ la critica di De Lollis e poi di Contini, di Vossler e soprattutto di Leo Spitzer (1887-1960), di cui oggi Riccardo Donati ci propone “Un profilo intellettuale” edito da Carocci. Cresciuto nella Vienna di una borghesia ebraica agiata ma minacciata dall’antisemitismo, Spitzer ha insegnato in Germania fino all’ascesa di Hitler, che lo ha costretto prima a un esilio a Istanbul e poi all’emigrazione negli Stati Uniti. La sua prassi critica rivendica la bontà del circolo ermeneutico: parte da un “clic”, intuizione d’insieme imprevedibile, poi cerca di fondarla su singoli indizi testuali, quindi ritorna a una visione complessiva, in un avanti e indietro senza sosta.
Per Spitzer l’opera è un organismo con aspetto di frattale: ovunque s’incide, in un dettaglio sintattico o in un leitmotiv ideologico, si trova sempre la stessa linfa, la forma o etimo dell’autore. Ma non meno dei geni inventivi, al critico interessano le espressioni collettive. Dopo aver commentato Rabelais, da censore asburgico della Grande guerra registra le perifrasi con cui i poveri prigionieri italiani provano ad alludere alla loro fame. A poco a poco, alla stilistica affianca una “semantica storica”, cioè una storia delle parole e dei concetti che hanno influenzato tutte le principali lingue dell’Europa, che per lui come per Curtius e Auerbach è una civiltà indivisibile. Alla sua morte Spitzer lascia un libro incompiuto sull’idea prima classica e poi cristiana di “armonia”, che certo più di ogni altra rispecchia il suo etimo. Quando analizza testi che sembrano attraversati da una frattura, come il “Cantico di Frate Sole”, riesce quasi sempre a ritrovarvi un “accordo”, dato magari da un ritmo che smussa le contraddizioni del discorso. Proprio lui che ha così acutamente colto nell’“enumerazione caotica” un tratto distintivo della poesia moderna, sotto il caos tende a scorgere un’eterna possibilità di ricomposizione.
Una delle sue definizioni più famose riguarda la “smorzatura classica”, che in Racine sublima le lacerazioni barocche dei temi tragici. Donati fa bene a ricordare quanta fertile inattualità ci sia oggi nella maniera spitzeriana di leggere e rileggere i testi senza mai ridurli a piatti documenti etici. Aggiungerei che Spitzer funziona da antidoto anche di fronte agli studiosi che vorrebbero praticare una critica stilistica dimezzata, ovvero tutta concentrata sulle opere in cui fin troppo marcato è lo scarto dalla lingua “normale”. Questo culto dell’infrazione facile, infatti, rende sordi ai fenomeni formali più sottili: “La Fontaine è un poeta raffinato che consegue artificialmente l’impressione dell’infantilità di una (seconda) naturalezza”, ha scritto Spitzer. “A certi critici, che convertono subito l’elaboratezza artistica in genialità di natura, per tali cose manca ogni comprensione”.
Rabelais e La Fontaine, Dante e Whitman si possono commentare con la stessa credibilità solo se si rifiuta il Metodo Unico. Il critico deve rimanere proteiforme, e “una ricerca che tenda a portare in luce l’elemento ‘individuale’ e ‘intuitivo’ della poesia, deve restare essa stessa individuale e intuitiva, senza degenerare in uno schema”. Per curiosità vorace, l’intellettuale italiano che più somiglia a Spitzer è forse Giorgio Pasquali. Ma questo viennese vitalistico, liberale, animato dalla profonda nostalgia di un ordine cosmico capace d’intrecciare le più varie voci senza omologarle, sembra quasi uscito da un romanzo di Bellow. Magari con un esergo di Sandro Penna: “Il mondo che vi pare di catene / tutto è tessuto d’armonie profonde”.