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Il cadavere spirituale di Thomas Mann
"Fatherland" di Paweł Pawlikowski racconta il primo viaggio in Germania dello scrittore tedesco. Il film però sembra anticipare il suo decesso di qualche tempo, così che a venire scarrozzato per la Germania dalla fin troppo paziente figlia Erika sia il cadavere, benché ancora capace di respirare, del grande autore
1 NOV 26

Foto Ansa
Certo, aveva 74 anni il Thomas Mann che nel 1949 intraprendeva il primo viaggio in Germania, raccontato in “Fatherland”, per ricevere un premio Goethe occidentale a Francoforte e un premio Goethe orientale a Weimar. Era però davvero il vecchione lamentoso e insopportabile mostrato nel film di Paweł Pawlikowski, miglior regista a Cannes? Se faccio riferimento alla cronologia di Luca Crescenzi nei Meridiani Mondadori (Romanzi, 2 vol., 1398 e 1568 pp., 80 euro l’uno), tutt’altro: nel 1951 scrive L’eletto, nel 1954 le Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull. L’anno seguente Mann muore, ottantenne, eppure “Fatherland” sembra anticipare il decesso di qualche tempo, così che a venire scarrozzato per la Germania dalla fin troppo paziente figlia Erika sia il cadavere, benché ancora capace di respirare, del grande autore.
E’ un cadavere anzitutto spirituale: il Mann interpretato da Hanns Zischler è un barbogio che nulla ha dello spasso che caratterizzerà i due romanzi tardivi, storia di un Papa santo nato nel medioevo da un cavalleresco incesto e di un avventuriero manolesta che si mimetizza nell’alta borghesia. E’ poi un cadavere letterario: in circa un’ora e mezza di pellicola, che lo segue fin quasi alla ritirata, Mann non viene mai mostrato mentre legge o scrive qualcosa che non siano granitici discorsi da pronunciare dinanzi a folle attonite o, temo, addormentate come lo spettatore che mi è capitato di fianco al cinema. Anche al netto della recitazione tedesca, che conferisce sempre un’allure da Ispettore Derrick, il guaio è che “Fatherland” non si libera di due problemi di percezione sugli scrittori. Il primo è che la letteratura, come la cultura in generale, viene sempre concepita come pesante e accigliata, altrimenti non sembra una cosa seria; Dio scampi dunque da un Mann che prende la penna e si diverte. Il secondo è che la vita degli autori è noiosa, e un film che la ritraesse realisticamente causerebbe ancor più colpi di sonno poiché mostrerebbe un tizio seduto per ore e ore a leggere e a scrivere. Lo dice, in sostanza, anche il poeta Axel Martini in un altro gioiello ironico di Mann, Altezza reale: scommetto che Pawlikowski o non l’ha letto o si era addormentato.