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La recensione di "Le cose che non diciamo"
Quello che c'è da sapere sul libro di Elizabeth Strout edito da Einaudi, 208 pp., 19 euro
28 OTT 26

"Abbiamo tutti enormi zone cieche davanti agli occhi, nel senso che nonostante tutto quello che crediamo di sapere, non riusciamo mai a capire davvero come ci vedono gli altri. E questo valeva anche per Artie Dam". Artie è uno stimato professore del liceo che vive con la moglie Evie in una città costiera del Massachusetts. Un matrimonio solido da oltre trent’anni, un figlio ormai grande – Rob – che lavora come ingegnere ed è in crisi con la moglie Francesca, pianista di successo. Una vita modesta e tranquilla, con qualche ferita legata al passato famigliare di Artie e il divario sociale con la moglie che in certi momenti si fa sentire. In Artie però, silenziosamente, ogni giorno si spegne la voglia di vivere che lascia spazio alla solitudine, alla sensazione di non essere capiti nel profondo e di essere condannati in questa condizione senza poter fare nulla per affrancarsi. “Io non volevo morire, semplicemente non volevo più vivere. Sarà durante un’uscita in barca che il professore tocca il fondo e poi risale – metaforicamente e fisicamente – dalla propria condizione. Artie scopre un segreto che riguarda la sua famiglia e che cambia per sempre il modo che l’uomo ha di guardare il mondo, di percepire le persone e i legami tra loro. Continua a essere ossessionato dalla domanda se esista o meno il libero arbitrio, quanto si possa davvero scegliere e quanto questo abbia a che fare con la verità e la possibilità di esercitarla. “Dire qualcosa di vero significa dire cose che nessuno vuole sentire. E se anche vogliono, poi non gli importa come dovrebbe. Oppure non capiscono. Essere vivi era un’esperienza privata. Ora l’aveva capito”. Artie sente che l’impossibilità di dire fino in fondo sé stesso lo allontana dagli altri e trova rifugio (momentaneo) solo nel rapporto con i suoi studenti, che hanno ancora futuro e per questo la possibilità di trovare un punto di fuga in una realtà dove il divario sociale e l’insofferenza di fondo dominano.
Ciascuno si porta dentro un vasto inconoscibile universo, scrive Elizabeth Strout, la cui penna sempre baciata dalla grazia ci restituisce con essenzialità e passo lieve personaggi pieni di umanità e vita. “La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili”. Lo struggimento di Artie è il nostro, il suo cuore ferito lo possiamo sentire. E per questo Artie, a sua insaputa, non è più solo.
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Elizabeth Strout
Le cose che non diciamo
Einaudi, 208 pp., 19 euro
Le cose che non diciamo
Einaudi, 208 pp., 19 euro