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A proposito di "Il brutto eloquente"
La recensione del libro di Dino Baldi edito da Quodlibet, 260 pp., 20 euro
28 OTT 26

La parola oscilla costantemente in un fragile equilibrio, fra intesa e strategia. Un equilibrio che, con l’affinarsi di metodi e strumenti mediatici, tende a sbilanciarsi verso il discorso che ci adesca aggirando la nostra consapevolezza. Il libro di Baldi ci trasporta nella più risalente genealogia di tali questioni: il mondo antico, in cui l’arte della parola nasce, matura, plasma e a propria volta è plasmata dall’ambiente politico, e oggetto di riflessione.
Intesa e strategia non sono mai davvero separabili. L’arte della parola non è pacifica, ma ricalibra le energie che già lo scontro violento e il corpo a corpo eroico sollecitano. Se con la parola si può prevalere sull’altro senza annientarlo, all’eliminazione fisica può comunque subentrare l’assimilazione, la cancellazione del dissenso, la predazione. Di qui la contrapposizione classica di retorica e dialettica: da un lato l’aderenza al mutevole per strumentalizzarlo, dall’altro il confronto sulla verità; l’opinione o il sapere. Si tratta di distinzioni che vanno perdute, in un mondo che si vuole libero dalla metafisica e in cui si dissolve anche la conoscenza moderna che doveva sostituire quella verità: tanto più urgente allora è la ricostruzione di Baldi, per guardarsi dal brusio che si vuole democratico, ma è una cacofonia di suoni che premia la voce meglio attrezzata per ingannare.
Tra una parola dominio di pochi e la parola che blandisce per dominare molti, Baldi colloca il Tersite di Omero, un Ulisse ambiguo e ingannevole, fino a Socrate, trasandato e saggio, ironico e menzognero: il fascino dei brutti eloquenti risiede non tanto nella trasgressione di un ordine, ma nel loro ritrarsi da ogni ordine come tale. La loro bruttezza rappresenta un’alterità irriducibile. Essi attraversano i codici simbolici e le trame relazionali senza lasciarsi definire, mettendo così in crisi la stessa pretesa di completezza e necessità di convenzioni e regole. Se nella Grecia antica la bellezza e la virtù sono una cosa sola, la virtù dell’eloquenza in questi indecorosi spudorati rompe anche questa acquisizione elementare, introducendo dubbio, doppiezza, eccesso, là ove dovevano esserci pace e moderazione. E, di più, i brutti eloquenti, facendo la parodia del mondo, ridendo e facendo ridere, si sottraggono perfino a chi li volesse trasformare in proprie bandiere. Il loro gesto indisciplinato non vuole mobilitare; semplicemente manda per aria ciò che era ben radicato. A ben vedere, un’azione già profondamente politica.
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Dino Baldi
Il brutto eloquente
Quodlibet, 260 pp., 20 euro
Il brutto eloquente
Quodlibet, 260 pp., 20 euro