Gerione tra Carson, Dante e Carrere

La poetessa canadese (Nobel per la letteratura) ci dimostra, come il regista, che il nostro mondo balbettante e decadente può almeno fare ancora affidamento sui classici per cercare le parole che altrimenti non trova

Immagine di Gerione tra Carson, Dante e Carrere

Foto ANSA

Nell’anno dell’“Odissea” di Nolan, vince il Nobel per la letteratura Anne Carson, poetessa canadese ben radicata nelle Università liberal dell’alta fascia atlantica. Carson è una grecista e questo ci fa piacere perché con le sue laureate opere ci dimostra, come Nolan, che il nostro mondo balbettante e decadente, buono quasi solo a fare remake di successi passati come se il cordone ombelicale con l’origine della creatività si fosse atrofizzato (leggere “The Decadent Society” di Ross Douthat, 2020), può almeno fare ancora affidamento sui classici per cercare le parole che altrimenti non trova.
Nel libro più famoso della Carson (“Autobiography of Red”, 1998) il protagonista è Gerione, alle prese con un triangolo gay che adesso tralasciamo. Interessante è invece che la Carson descriva Gerione come un mostro alato, cosa che nell’antichità era solo secondo una tradizione minoritaria. Esiodo, per esempio, lo descrive soltanto tricefalo e potentissimo. A mettergli stabilmente le ali fu il fantasioso zampino di Dante (presente anche per arrivare dall’Odisseo di Omero a quello di Nolan).
“Quella sozza immagine di froda”, dice Dante nel XVII canto dell’Inferno, ha la “faccia d’uom giusto”, un alato corpo serpentiforme e multicolore dalle zampacce leonine, e un’inaudita coda-forca con pungiglioni di scorpione. Tutta un’allegoria (che Dante si sforza di descrivere col consueto realismo: un marinaio che riemerge dall’abisso; una nave; un insidioso castoro “tra li Tedeschi lurchi”) per rappresentare la frode. Essa è “de l’uom proprio male” (Inferno XI, 25), poiché, sulla scia di Aristotele e di Cicerone, Dante sa che, come la ragione è il più grande dono fatto da Dio all’uomo, così il peggiore peccato è quello che della ragione fa un uso distorto. Gerione ha il faccione buono di Albus Silente, ma è pronto ad attorcigliare la vittima col corpo sinuoso (Beda il Venerabile descriveva la figura di Satana nell’Eden come un serpente col volto di vergine), per poi finirla col veleno.
Gerione non smette di sgusciare tra le gambe della storia, come i recenti fatti di via Gulli a Torino testimoniano: Fabio Colapietro fatto a pezzi e messo nel cemento, eccetera. Ciò che più ha scosso l’opinione pubblica non è stata tanto l’azione da “bruti” (per citare ancora quell’inutile Dante), bensì che coinvolta nel pasticciaccio, e forse con un ruolo apicale, ci sia un’insegnante delle medie, Nicole Formichetti. La professione della Formichetti compare in tutti i titoli di giornale, perché passiamo metà giornata a denigrare la classe dei docenti, ma l’altra a moralizzarli. E invece, rieccoti Gerione.
E’ impossibile allora non riprendere in mano “L’Avversario” di Emmanuel Carrère (2000), che attraverso l’incontro con il pluriomicida Jean-Claude Romand ci ha fornito il miglior ritratto di Gerione dai tempi di Dante. L’Avversario è Satana: Gerione in termini biblici. Ma al contempo può essere ciascuno di noi, anzi, può essere noi. Gerione è multicolore.
Bisogna vigilare, dalle droghe alle malattie psichiatriche, perché Formichetti-Romand non si nasce: si diventa. Bisogna poi imparare a chiamare le cose per nome, cioè leggere più Dante (o hanno scritto di meglio?). Ma neppure la cultura basta: la Formichetti è insegnante di italiano. Allora serve anche tacere, contemplare, e, per chi prega, pregare. Carrère scrive che Luc, il miglior amico dell’assassino, “ritiene che Romand abbia ‘scelto l’inferno in terra’. Come cristiano questo lo turba profondamente, ma il cristianesimo, afferma, lascia spazio al mistero. Luc non può che inchinarsi, e accettare di non capire tutto”.
Fu Eracle a sconfiggere Gerione, e infatti l’eroe fu interpretato dai Padri come figura Christi. Tutti gli Eracle successivi non hanno passato il provino.