Le cose in natura semplicemente crescono

La recensione del libro di Yiyun Li edito da NN Editore, 144 pp., 18 euro

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Sei anni, quattro mesi e diciannove giorni. E’ la distanza che separa le due morti per suicidio di Vincent e James, i due figli di Yiyun Li. Sedici e diciannove anni. Due su due. “Non c’è un modo giusto per dirlo”. E le parole si schiantano contro il reale. La scrittura si spoglia di ogni artificio, anche la fiction si arrende di fronte all’inconcepibile della morte e all’indicibile del suicidio. Nella fiction ci sono alternative: puoi decidere come far accadere gli eventi. Nella realtà, no.
Dopo la perdita di Vincent, Yiyun Li pubblicò "Dove le ragioni finiscono", un dialogo immaginario tra una madre e il figlio morto. "Le cose in natura semplicemente crescono", vincitore del Premio Pulitzer 2026, è un memoir scritto per James. Per lui è stato più difficile trovare una forma, afferma Li. Non avrebbe mai potuto essere un libro sentimentale. E infatti non lo è. Nasce da un abisso in cui nessun genitore vorrebbe o dovrebbe trovarsi. Scrivere diventa un rifugio transitorio, una fuga. Le parole restano l’unico modo per dare senso all’esistenza, ma non possono salvare né risolvere ciò che è irrisolvibile.
Una madre può fare di tutto per un figlio ma non può tenerlo in vita. Può andare al di là dell’amore stesso, perché ancora più importanti sono la comprensione e il rispetto, anche di fronte alla scelta dei figli di morire. E’ “l’accettazione radicale”: restare davanti all’inesorabilità dei fatti senza rifugiarsi nel possibile, in ciò che non è stato, senza cercare spiegazione o conforto.
Nulla viene edulcorato. La morte, il suicidio: parole impossibili da ammorbidire, da vestire di aggettivi. Come Joan Didion ne L’anno del pensiero magico e in Blue nights, Li, nella scrittura del lutto, si concentra sui pensieri più che sui sentimenti. Di fronte all’irreparabile, la sua postura riflessiva e la sobrietà del linguaggio mantengono una distanza controllata che, paradossalmente, accresce l’intensità emotiva.
Ma che cosa resta dell’essere genitori di fronte al suicidio di un figlio? Il vivere per sempre un adesso nel tempo, “definitivo e concreto” come un punto indivisibile. Imparare a vivere in quell’abisso, con quelle morti, finché non si muore, “non perduti ma trovati”. Il dolore non è un fardello di cui liberarsi. Lo si ama perché ha preso il posto dell’assenza. Non c’è sollievo. Non c’è rabbia, ma sbigottimento e ferita. Nessuna rinascita o trascendenza, nessuna consolazione o catarsi. “Ci sono cose insolubili nella vita, che restano insolubili”. E pur si deve vivere.
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Yiyun Li
Le cose in natura semplicemente crescono
NN Editore, 144 pp., 18 euro