Una fogliata di libri
Miti e realtà del post liberalismo
Sembra che agli studiosi interessi enfatizzare una tendenza peculiare di un’interpretazione del postliberalismo, che affonda le radici nel pensiero reazionario classico e che vede nello stato lo strumento terreno della religione cattolica e dell’attuazione della volontà di Dio
17 OTT 26

Foto di Prakkash Gujar su Unsplash
In un mondo in cui a essere sempre più capillare è l’intervento economico e legislativo degli Stati, è curioso come molti discorsi descrivano una realtà parallela: un panorama in cui c’è bisogno di più coercizione e meno libertà, perché la prima sarebbe poca e la seconda troppa. Curioso fino a un certo punto. La libertà è faticosa e per questo richiede un certo tipo di persona e di istituzioni: Luigi Sturzo sosteneva che “la libertà si attua ogni giorno, si difende ogni giorno, si riconquista ogni giorno”. La coercizione, per contro, segue la richiesta di maggiore sicurezza ed è volta a restringere le possibilità che la vita umana offre. Spesso capita che si utilizzi il lemma “libertà” per indicare altro, uguaglianza in primis. Alexis de Tocqueville sul punto ammoniva: se la libertà viene concepita come un mezzo in vista di un fine diverso, si è fatti per servire, non certamente per essere liberi. L’alleanza politica e culturale ostile alla libertà è oggi ben nutrita. Soprattutto perché mette d’accordo ampi strati sia di destra sia di sinistra: declinato magari un po’ diversamente, ma il mai domo “bene comune” viene impiegato da ambo le parti. Perché? Perché bisogna cambiare rotta, costruendo un mondo meno libero e aperto – ammesso che lo sia davvero – e maggiormente, o del tutto, orientato politicamente. Cosi è per tutti gli autori che si definiscono “postliberali”.
Qualche anno fa, in un volume che merita di essere letto e discusso, il teorico politico americano Patrick J. Deneen ha sostenuto le ragioni del fallimento del liberalismo e della libertà individuale. Secondo lui, la teoria liberale conduce necessariamente alla distruzione delle riserve morali e istituzionali del mondo umano. La libertà, dunque, consumerebbe se stessa e il liberalismo non sarebbe altro che un’ideologia anti-umana: volta cioè a edificare un contesto senza radici e appoggi comunitari, senza valori ed eredità da tramandare. La tesi è interessante, anche se non nuova: la caricatura del liberalismo è una costante che torna a fiammate, senza comunque mai abbandonare molti, anzi la maggior parte degli intellettuali. Ma c’è di più, come mostrano James M. Patterson e Thomas Howes in “Why Postliberalism Failed” (Acton Institute). Pur relativamente nuovo come etichetta, la realtà mostra che di esempi concreti di postliberalismo applicato ve ne sono stati diversi, e con pessimi risultati. I collettivismi del Novecento, dall’America Latina ai casi europei di matrice fascista, sono stati dei fallimenti in purezza sotto ogni punto di vista. Quel che interessa agli studiosi è però enfatizzare una tendenza peculiare di un’interpretazione del postliberalismo, la quale affonda le radici nel pensiero reazionario classico (de Maistre e de Bonald, su tutti) e che vede nello Stato lo strumento terreno della religione cattolica e dell’attuazione della volontà di Dio.
Il capitalismo è visto come una macchina alienante e spersonalizzante, che attenta al bene comune; la democrazia rappresentativa frattura la volontà generale e l’organismo comunitario; la libertà, per dirla con il richiamato dagli autori Louis Billot, è “un dio inanimato dietro il quale Satana si prepara a ridurre le nazioni a una servitù ben peggiore di quella con cui aveva incatenato il mondo per mezzo degli idoli materiali del paganesimo”. Insomma, il mondo libero è l’inferno in terra. Come creare il paradiso? Date le chiavi allo Stato, informato a precetti religiosi, e le sue nuove élites vi guideranno verso il bene comune. Costituitevi come gregge, e il buon pastore postliberale vi condurrà alla vita buona. Amen.