Teniamoci cari i poeti

Anche Lermontov fece la fine di Puškin e morì in un duello che non pochi ritennero “voluto molto in alto”. Terribile la storia di un paese che non sa proteggere i suoi poeti e anche quella di chi, come noi, li dimentica

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Michail Lermontov (foto Getty)

"Brutto lavoro, quello del diplomatico – mi diceva un amico ambasciatore di grado (il livello più alto) – Quando le cose vanno bene, non servi se non per andare a feste inutili. E ti criticano pure, perché fai inchini, baciamani e sollevi troppi bicchieri. Quando le cose vanno male e devi cercare di mettere insieme i pezzi dei bicchieri che si sono rotti, ti criticano di nuovo perché per fare il tuo lavoro devi scomparire e lavorare di nascosto, e magari trattare bene un pessimo soggetto col quale bisogna pur parlare se si vuole capire da che parte ricominciare". Non aveva tutti i torti: difficile e non compreso il lavoro del diplomatico. Adesso che sono tempi di guerra, tanti protestano e si chiedono dove sono i diplomatici, senza pensare che, come diceva il mio amico, stanno lavorando in silenzio per portare a casa qualcosa prima che qualche opinionista gli bruci le trattative. Poi salta fuori uno di questi diplomatici a dire che bisogna trovare il modo di far parlare entrambe le parti, cosa non semplice in questo momento; e tutti si lamentano come se avesse detto una cosa strana o come se fosse passato dalla parte del nemico, dimenticando che proprio un collega di quel diplomatico era riuscito a portare a casa un po’ di bambini, parlando per primo di una “pace, giusta, sicura e duratura”.
Ma tant’è. E’ difficile il lavoro del diplomatico ed è un po’ ingenuo il nostro pubblico, avrebbe detto il grande poeta russo Michail Lermontov (1814-1841): “E’ ancora così giovane e ingenuo da non capire una favola a meno di trovarci alla fine una lezioncina. Non coglie lo scherzo, non avverte l’ironia; molto semplicemente, è male educato. Continua a ignorare che nella buona società e in un buon libro non c’è spazio per l’insulto diretto; che la società contemporanea ha escogitato un’arma assai più affilata, quasi invisibile, eppure letale, che, sotto la veste dell’adulazione, sa infliggere colpi precisi e ineludibili. Il nostro pubblico è come un provinciale che, orecchiata la conversazione di due diplomatici legati a corti nemiche, ne tragga la convinzione che ciascuno inganni il proprio governo a vantaggio della più tenera amicizia reciproca”.
Così diceva questo povero e disperato poeta, nella sua più famosa opera in prosa, “Un eroe del nostro tempo”, per rispondere a chi lo rimproverava di aver proposto come eroe positivo un pessimo soggetto, senza dire direttamente e prosasticamente che era tale. E lui rispondeva che la morale sarebbe arrivata comunque, era già arrivata non in discorsi astratti, ma nella evidente illustrazione, raffigurazione – da poeta – del non senso, della casualità insensata e della corruzione che guidava quel mondo e che lui aveva già espresso come giudizio incontrovertibile in tutto quello che aveva scritto (si pensi al “Ballo in maschera” o al “Demone”) e poi ribadito in una poesia, composta in occasione della morte di Puškin per un duello che molti ritennero voluto molto in alto:
“E voi, superba progenie / di padri illustri per famosa viltà, / che con servile tallone avete calpestato le vestigia / di stirpi offese dal gioco della sorte! / Voi, che come folla vorace attorniate il trono, / voi, carnefici della Libertà, del Genio, e della Gloria! / Vi nascondete, voi, all’ombra della legge, / e dinanzi a voi tutto tace: e tribunali e giustizia!… / Ma v’è pur il giudizio di Dio, servi della corruzione! / V’è pur il giudizio finale: e vi attende; /sordo al suono dell’oro, / i pensieri e le opere conosce da sempre. / E allora vana sarà la calunnia: / aiuto di nuovo non vi darà, / e non laverete con tutto il sangue vostro infame / il giusto sangue del poeta”.
Il giudizio era chiaro, detto e circostanziato, e chi doveva capire capì. Anche il giovanissimo Lermontov fece la fine di Puškin e morì in un duello che non pochi ritennero, per la seconda volta nel giro di pochi anni, “voluto molto in alto”.
Terribile la storia di un paese che non sa proteggere i suoi poeti e anche quella di chi, come noi, li dimentica.