Clara Sereni e il passaggio di un’ultimista

“Casalinghitudine” torna da La Tartaruga con un’illuminante postfazione di Benedetta Centovalli che ne spiega l’importanza e i retroscena dolorosi. Coraggiosa e determinata dall’inizio alla fine, l'autrice verrà celebrata in due convegni

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Clara Sereni (foto Getty)

Quando nel 1987 Einaudi pubblicò “Casalinghitudine”, di Clara Sereni, quel libro travolse il pubblico femminile come una nuova bandiera femminista. Vi si parlava di ricette, sì, con precise indicazioni di quantità, erbette, tempi di cottura. Ma era insieme lo scavo nella vita di una donna, di una generazione – quella del ’68 – e di una famiglia speciale, quella del partigiano, politico, saggista, membro dell’Assemblea Costituente Emilio Sereni. C’era in quel romanzo una curiosa, nuova continuità fra cibo e storia, cibo e vita. E adesso quel libro che non smette di essere significativo anche per l’originalità della costruzione, torna da La Tartaruga con un’illuminante postfazione di Benedetta Centovalli che ne spiega l’importanza e i retroscena dolorosi. Firma una breve introduzione la direttrice della casa editrice Claudia Durastanti, di età molto più giovane di Clara, che infatti coglie nel suo lavoro non tanto le implicazioni “politiche”, bensì la “scrittura ideale e pratica, contrassegnata dalla misura ma anche da giochi di prestigio eccentrici, quasi inaspettati”. Ed è divertente l’augurio che si fa la stessa Sereni, in una nota del 2015 aggiunta a questa ristampa, ricordando che i pochi lettori uomini le confessavano di aver “ovviamente” saltato le ricette: “Ora che questo libro è diventato un piccolo classico, magari le ricette le leggeranno anche i maschi. O no?”. Speriamo di sì, perché si tratta di un romanzo che ha preso nel tempo ancor più consistenza e che affronta grandi temi ponendo interrogativi attuali. Fra l’altro, quest’anno Sereni avrebbe compiuto ottant’anni.
Era nata il 28 agosto del 1946 – l’anno in cui le italiane conquistarono il diritto al voto – e se n’è andata nel luglio del 2018, scegliendo liberamente di morire, a Zurigo, per una malattia diventata intollerabile. Coraggiosa e determinata dall’inizio alla fine, verrà celebrata in due convegni, fortemente voluti dalla sua amica scrittrice Francesca Silvestri – con la quale ha condiviso l’esperienza della casa editrice Ali&no – uno l’8 ottobre nella Sala dei Notari a Perugia, città in cui ha vissuto tutta la vita dopo la nascita romana e di cui è stata vicesindaco, l’altro a Roma il giorno successivo nella sala della Protomoteca in Campidoglio.
Saranno tante le voci del mondo cultural politico a celebrarla, da Dacia Maraini a Filippo La Porta, da Benedetta Tobagi a Livia Turco, a Silvia Calamandrei a molti altri. In concomitanza anche l’assegnazione del premio letterario intestato al suo nome. In “Taccuino di un’ultimista” (Feltrinelli 1998), tracciava questo autoritratto: “Ebrea per scelta più che per destino, donna non solo per l’anagrafe, esperta di handicap e debolezze come chiunque ne faccia l’esperienza, utopista come chi, radicandosi in quanto esiste qui e oggi, senza esimersi dall’intervenire sulla realtà quotidiana, coltiva il bisogno di darsi un respiro e una passione agganciati al domani”. Per lei la letteratura non era mai solo invenzione o memoir, ma un modo per far sentire la propria voce nel sociale. E non si limitava a scrivere e a parlare, ma era tipo da tirarsi su le maniche e mettersi a operare concretamente lasciando in vari campi il segno del suo passaggio. Il passaggio di un’ultimista, appunto, ovvero una che sta convintamente dalla parte degli ultimi.